Cultura

Parigi, ultima fermata di Beckett

Articolo pubblicato il 14 novembre 2006
Articolo pubblicato il 14 novembre 2006
A un secolo dalla nascita, la città che accolse il grande drammaturgo europeo lo ricorda. Con un Festival d’eccezione fino a giugno 2007.

“Prima ero prigioniero degli altri. Poi li abbandonai. E fui prigioniero di me stesso. Ancor peggio. Poi mi abbandonai (Si assenta./Silenzio)”. Queste parole e il silenzio del protagonista di Eleutheria (1940), opera prima teatrale di Samuel Beckett, rappresentano un manifesto letterario al quale l’autore cercò di avvicinarsi sempre di più, in uno sforzo continuo, nel corso di tutta la sua opera. E così, a 17 anni dalla morte e al centenario della nascita del grande scrittore, Parigi (dove morì nel 1989) lo celebra con rappresentazioni, mostre e conferenze. Atti e parole in onore di colui che scrisse Fin de partie (1955-’57). Dove un personaggio cieco e paralitico, immobile in mezzo alla sala, mormorava: “Non avete finito? Dunque non avete mai finito? (D’improvviso furioso). Non finirà mai, dunque! Ma di cosa mai possono parlare, di cosa si può mai parlare ancora?”.

Parole che quest’anno sono state pronunciate nei teatri parigini e che si potranno riascoltare ancora fino a giugno 2007 nel Festival Paris Beckett 2006-2007 iniziato un anno fa. La rappresentazione dell’opera omnia per la prima volta è solo il culmine di una celebrazione pubblica che include declamazioni letterarie, adattamenti musicali, mostre, dibattiti e la proiezione delle sue opere audiovisive. Ecco come Parigi rende omaggio a colui che, nel 1937, decise di trasferirsi nella capitale francese definitivamente; a colui che, fuggendo dal mondo, trovò in Parigi un luogo in cui fermarsi.

”Ho intrapreso questo viaggio per partire, non per arrivare”

Irlandese di nascita, raffinato conoscitore delle lingue e culture italiana, spagnola e tedesca, Samuel Beckett (13 aprile 1906-22 giugno 1989) è innanzitutto uno scrittore cosmopolita. Fuggendo dall’atmosfera opprimente che lo teneva prigioniero in Irlanda, vivrà a Parigi e a Londra prima di partire per la Germania. Dove scriverà: “Si dà il caso, e lo sapevo prima di cominciare, che ho intrapreso questo viaggio per partire, non per arrivare”.

La sua partenza non terminerà fino al suo definitivo trasferimento a Parigi, nel 1937, dove aveva già insegnato alla fine degli anni Venti. Non c’è da stupirsi: la capitale francese è stata durante il Ventesimo secolo punto d’incontro di artisti e scrittori. Picasso, Brancusi, Ionesco, Joyce e Beckett saranno soltanto alcuni dei nomi di quelli che riusciranno a raggiungere la fama grazie al loro passaggio nella capitale francese ed europea. Che permetteva, più di qualsiasi altra, di sviluppare un’arte d’avanguardia non direttamente sottomessa a interessi politici. Beckett constatava la centralità parigina quando parlava così dei pittori Van Velde: «La pittura di Abraham e Gerardus Van Velde è poco conosciuta a Parigi, cioè è poco conosciuta», (La peinture d’Abraham et Gerardus van Velde est peu connue à Paris, c’est-à-dire peu connue nell’originale).

Scriveva in francese e inglese, traducendo lui stesso le sue opere

E sarà allora a Parigi che Beckett, che aveva avuto seri problemi per pubblicare i suoi primi romanzi, che sarà riconosciuto nel 1953 come autore di prestigio grazie a Aspettando Godot, scritto in francese. Da un lato la città gli fornisce uno spazio letterario cosmopolita. Dall’altro scrivere in una lingua che non è sua permette di allontanarsi sia dal lirismo che da uno stile contaminato di erudizioni e di riferimenti colti, ereditati da Joyce. Alla ricerca di una scrittura “senza stile”: ecco perché scriverà in francese, lingua per la quale otterrà il riconoscimento letterario fino ad allora negato.

Da allora scriverà indistintamente in inglese e in francese, traducendo lui stesso la maggior parte delle sue opere da una lingua all’altra. Prova ne sono La dérnière bande e Krapp’s Last Time (versione francese e inglese della stessa opera), una delle prime rappresentazioni del festival al Theatre Athénée di Parigi. L’attore Henry Pillsbury, unendo l’una e l’altra attraverso un video, rappresentava l’opera due volte in due lingue distinte.

Rifuggire le etichette

Molto si è detto su Beckett: è stato etichettato come scrittore dell’assurdo negli anni del Dopoguerra e come metafisico, che risvegliava l’essere del linguaggio, passando l’etichetta di tecnico minimalista preoccupato soltanto dal lavoro formale. Tutto questo nonostante l’insistenza dell’autore a non essere etichettato. Così per esempio scriveva al regista Alain Schneider: «La mia opera è una matrice di suoni fondamentali (non sto scherzando) emessi nel modo più completo possibile, e non accetto responsabilità per nulla di più. Se la gente vuole contagiarsi mal di testa con gli ipertoni, faccia pure. E si procuri delle aspirine» («My work is a matter of fundamental sounds (no joke intended) made as fully as possible, and I accept responsability for nothing else. If people want to have headaches among the overtones, let them. And provide their own aspirin»).

Tuttavia l’epiteto che più gli era rimasto addosso era quello di “scrittore dell’assurdo”. Alain Badiou, che partecipò alle sue conferenze parigine, lo conferma: «Ho avuto bisogno di molti anni per separarmi da questo stereotipo e prendere Beckett alla lettera». Le conferenze servono, senza dar luogo a dubbi, a rettificare tali pregiudizi.

Parigi commemora così l’opera di un autore che fece della sua letteratura un continuo slancio verso la dimostrazione, attraverso la parola, dell’inanità della parola stessa. Uno sforzo paradossale di qualcuno che, con la sua scrittura, voleva esprimere «che non c’è nulla da esprimere, nulla con cui esprimerlo, nulla da cui esprimerlo, nulla per poterlo esprimere, nessun desiderio di esprimere, tutto questo con l’obbligo di esprimere» («that there is nothing to express, nothing with which to express, nothing from which to express, no power to express, no desire to express, together with the obligation to express», nell’originale).

Dalla scorsa primavera festival e atti commemorativi si sono succeduti in tutto il mondo. Per i ritardatari, a Parigi il Festival Paris Beckett 2006-2007 durerà fino a giugno 2007.

La foto in the Homepage è di Bulunt Yusuf, Flickr