Cultura

"Our school": segregazione dei rom nelle scuole finanziate dall'Ue

Articolo pubblicato il 29 novembre 2011
Articolo pubblicato il 29 novembre 2011
I registi e produttori Mona Nicoară e Miruna Coca-Cozma hanno seguito tre ragazzi rom in un piccolo villaggio rumeno per quattro anni. Doveva essere un film su una storia di integrazione a lieto fine: è diventato il racconto di una realtà di segregazione etnica. Intervista.

Così come in molti altri paesi dell’Est europeo, i bambini rom in Romania sono spesso inseriti in scuole segregate o classi che offrono un’educazione di seconda categoria. Nel 2006, trenta città rumene hanno ricevuto sovvenzioni UE per la “desegregazione” delle scuole. Our School [La nostra scuola] (USA – Romania – Svizzera, 2011) segue Alin, Beni e Dana nella piccola comunità di Targu Lapus in Transilvania, destinataria di importanti fondi UE per l’integrazione. I tre ragazzini nutrivano grosse speranze di andare a scuola con gli altri bambini rumeni, e invece sono stati inclusi in una scuola speciale per bambini con disabilità. Le sovvenzioni UE sono state interamente spese per rinnovare un’ex scuola elementare e farne una “solo per rom” nella periferia del quartiere rom. Abbiamo incontrato Mona Nicoară e Miruna Coca-Cozma a Budapest, dove Our School, vincitore del Festival Silverdocs negli Stati Uniti, ha aperto il V.E.R.Z.IO Film Festival sui diritti umani a Novembre.

Cafebabel.com: Mona e Miruna, perché avete scelto di girare il vostro film a Targu Lapus?

Mona: Cercavamo un posto che promuovesse l’integrazione. Dopo aver ottenuto dal ministero dell’educazione una lista di tutte le città in Romania che avevano ricevuto soldi per l’integrazione dai fondi UE, ci siamo concentrati sui paesi più piccoli perché avevamo intenzione di fare il ritratto di un’intera comunità alle prese con l’integrazione. Siamo un piccolo team, entrambi proveniamo dalla Transilvania, e sapevano che avremmo potuto essere fedeli ai ritmi e all’atmosfera di un paese della Transilvania. Targu Lapus era il luogo dove l’integrazione aveva le maggiori possibilità di realizzarsi con successo; tuttavia ci siamo ritrovati a girare un film che mostra, invece, che aspetto ha la segregazione.

Cafebabel.com: Come avete affrontato questo cambiamento di contesto e di condizioni per il film?

Mona: Quando giri un documentario lo scopo è comprendere come si sviluppa la storia di altre persone. Alla fine il film è risultato essere più triste di quanto ci aspettassimo all’inizio, ma girarlo è stato molto coinvolgente.

Cafebabel.com: Il film si conclude con una domanda del padre di Beni, che chiede perché il suo bambino sia stato inserito in una scuola speciale. Potete raccontarci cosa è successo dopo?

Mona: Alin e Beni frequentano ancora una suola speciale, che si trova vicino al campo rom. Alin ha buoni voti – per quanto questo possa avere significato, data la scarsa qualità dell’istruzione. Ma loro non sentono di appartenere a quel luogo, né, tuttavia, hanno la possibilità di sposarsi altrove. Nessun’altra scuola li accetterebbe. E come registi siamo stati lì proprio per dare una testimonianza della storia di questi bambini. Non abbiamo fatto il film per esprimere le nostre opinioni. Mostriamo la complessità della situazione agli spettatori, e ed essi stessi possono poi andare alla ricerca delle proprie risposte.

Cafebabel.com:  Our School è stato già proiettato in molti paesi. Quali sono state le reazioni?

Mona: Abbiamo presentato il film per lo più in occasione di festival con un pubblico selezionato a priori, pertanto le reazioni sono state ottime. Agli spettatori dei festival piace essere provocati, imparare nuove cose. Le reazioni sono state fantastiche in Romania, laddove eravamo molto preoccupati per la risposta del pubblico. Abbiamo avuto una standing ovation per questi bambini, il che è stato estremamente importante! Non abbiamo ancora iniziato a proporre il film ad un pubblico più ampio, questo sarebbe il test più importante. Per il momento possiamo dire che la gente che viene alla proiezione pensando che si tratti di un film attivista di tipo didattico con uno sguardo piuttosto semplicistico alla fine va via commossa e sorpresa dal risultato. Quest’estate abbiamo presentato il film in Corea, dove non si parla molto dei Rom. I coreani avevano ascoltato il gyspsy punk e visto i film di Emir Kusturica ma non avevano il bagaglio di conoscenze in merito che abbiamo noi in Europa. Tuttavia la gente è venuta a vedere il film l'ha vissuto in modo profondo. Vuol dire che questo film è adatto a tutti, è un occasione per scuotere gli animi di coloro che aprono i loro cuori a storie di questo tipo.

Cafebabel.com: In Europa si discute spesso sulla questione dei Rom, ma sembra si tratti più che altro di un dialogo teorico. I rom hanno visto raramente dei risultati pratici. Come può un documentario fare qualcosa di concreto?

Mona: La nostra intenzione era quella di far sì che la gente potesse conoscere storie di singoli individui. Si tratta non soltanto di rom, ma di esseri umani con le loro proprie caratteristiche. Non sono astrazioni o stereotipi. Vedere i rom come individui esattamente come lo siamo noi è la chiave per comprendere ciò di cui hanno bisogno. Miruna: Sì, non si tratta di Rom – si tratta di Alin, Beniamin e Dana.

Cafebabel.com: Voi lavorate e vivete all’estero. Quali sono, a vostro avviso, le differenze nei metodi e nelle condizioni della cinematografia tra est e ovest?

Mona: Non c’è una grande differenza tra Romania e Stati Uniti. La cinematografia indipendente manca di fondi e ha lo stesso fascino più o meno ovunque. In Ungheria i registi hanno a che fare con un governo piuttosto ostile, mentre in Romania devono affrontare la mancanza di fondi. Una ristretta comunità di registi realizza questo tipo di lavoro indipendente in tutto il mondo, si riconoscono l’un l’altro e lavorano molto bene insieme. E’ dunque molto facile muoversi da un posto all’altro.

Cafebabel.com: Come scegliete gli argomenti da trattare?

Miruna: Io avevo già realizzato un documentario sui Rom in Romania. Mona: Può sembrare banale ma è l’argomento che sceglie te, perché non scegli di impiegare cinque o sei anni per qualcosa che puoi fare oppure no. E’ piuttosto qualcosa che senti di dover fare.

Cafebabel.com: Qual è il vostro prossimo progetto?

Mona: Non ci permettiamo di pensare ad altri argomenti perché abbiamo ancora molto da fare con Our school. Bisogna ampliare il progetto, fare un lavoro educativo, ci vuole attivismo, divulgazione. Dobbiamo andare fino in fondo, perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro. Miruna: E’ appena l’inizio di un’avventura.

Leggi il blog ufficiale cafebabel.com a Budapest

Images: main courtesy of © Mona Nicoară; Mona and Miruna courtesy of © Bálint Sztankó