Cultura

Nick Mulvey: «Senza ostacoli, senza limiti»

Articolo pubblicato il 07 maggio 2015
Articolo pubblicato il 07 maggio 2015

Il cantautore inglese di musica folk ha passato un anno frenetico. Da quando lo scorso maggio ha lanciato First Mind, il suo primo album in studio come solista, è stato nominato per il Mercury Prize, ha fatto una tournée in giro per il mondo e si è sposato in Bhutan. Ci ha raccontato com'è stato lasciare il Portico Quartet, studiare musica a Cuba e il perché non si fida di David Cameron.

cafébabel: È passato quasi un anno dall'uscita del tuo album First Mind. Cos'hai fatto da allora?

Nich Mulvey: È stato un anno fantastico e molto impegnativo. Girare per il mondo la maggior parte del tempo, pubblicizzare l'album in Europa e in America. Le persone con cui mi trovo a lavorare sono aumentate, e sono diventate una famiglia. Mia moglie Isadora suona con me. Ci siamo sposati a gennaio: ci siamo presi una pausa, siamo andati in Thailandia e abbiamo semplicemente deciso di sposarci. Poi, siamo stati invitati ad andare in Bhutan. È stato tutto molto rapido. Si trattava in assoluto del primo festival internazionale di musica organizzato in quel paese. Ci hanno invitato ad esibirci durante il festival e li' abbiamo organizzato una cerimonia nuziale secondo la speciale tradizione bhutanese.

La parte burocratica si è svolta in Thailandia, mentre la cerimonia in Bhutan: è stata veramente genuina, organizzata in un monastero buddhista del 15esimo secolo sulle montagne, vicino alla capitale, e officiata da un monaco. Il modo di vivere e le pratiche di questo monastero sono rimaste invariate dal Medioevo. Ci siamo seduti al centro, con indosso dei vestiti tradizionali, mentre tutte le persone intorno a noi facevano offerte e gesti simbolici. Con noi c'erano anche un mio amico e mio padre.

cafébabel: Esporsi come solista è stato un grande passo. Di cosa avevi bisogno in quel momento?

Si trattava in realtà di vivere la mia verità e di rientrare in possesso della mia creatività. Per questo dentro i Portico Quartet (il suo vecchio gruppo, ndr) avevo bisogno di cambiare, di crescere, di provare nuove cose. Ad un certo punto mi sono reso conto che volevo suonare la chitarra, mentre invece avevo suonato l'hang per troppo tempo. Volevo cantare, e volevo scrivere anche le parole, visto che nella band non prendevo alcuna decisione.

cafébabel: Ti sei annoiato, ad un certo punto?

Era tempo di cambiare. Mi stavo stancando e allo stesso tempo stavo diventando poco creativo. Mi ricordo che c'è stato un momento ben preciso in cui ho detto ai ragazzi che stavo lasciando la band. Ci ho pensato per un po', forse alcuni mesi, e poi ne ho parlato ad alcuni amici stretti. Sostanzialmente, era diventato ovvio che fossi su un livello completa-mente diverso, stavo percorrendo una strada diversa. Eravamo in una stazione di servizio sull'autostrada nel sud della Germania. Gli altri stavano parlando di musica e di come impostare il nuovo album e, quando siete in quattro, seduti intorno ad un tavolo a discutere di una nuova direzione da prendere, di una nuova azione concreta, è alquanto scontato dire qualcosa. Io ho semplicemente detto: «Ragazzi, non so se farò parte di questo». All'inizio c'è stato un po' di shock, ma poi sono subentrati un leggero sollievo e la comprensione, un'accettazione immediata perché, in cuor nostro, sapevamo tutti che non si trattava di una vera e propria decisione perché stava già avvenendo. Un flusso naturale. La verità.

cafébabel: Stai suonando una musica molto diversa rispetto al jazz del Portico Quartet. Qual è il tuo obiettivo come cantautore?

Il mio scopo come artista è quello di lasciare che la mia espressione si sviluppi, senza ostacoli, senza limiti. Come compositore, cerco sempre di pensare prima ‘musicalmente’, e poi tematicamente. Cerco anche di comunicare con il vostro inconscio, con il vostro emisfero destro. E i concetti, le idee, questo tipo di cose vengono dopo. E allora vedo le parole.

cafébabel: Una volta hai detto: «Voglio riscaldare la stanza». Cosa intendevi?

Voglio comunicare. Voglio creare una conversazione, non voglio essere difficile da capire o da interpretare. Per la maggior parte, canzoni come ‘Meet me there’ sono molto aperte.

cafébabel: A 18 anni hai deciso di studiare chitarra e batteria all'Havana. Com'è andata?

Si trattava di una scuola interessante e molto particolare che si trova nella Cuba moderna. Un mio amico era andato lì e ci aveva passato un anno. Me ne ha parlato lui. Quando è tornato, mi ha detto: «Nick ci devi andare». Quando dico che è particolare, lo dico perché si tratta di una scuola per metà cubana, per metà internazionale. Ci sono 2.000 persone, e per i cubani questo rappresenta una grossa competizione; per gli studenti internazionali è di buon livello ma, dal momento che pagano, diventa più facile. Se hai degli standard e soldi a sufficienza, ce la puoi fare. Ma il livello degli studenti cubani era talmente alto... Potevano suonare qualsiasi cosa.

cafébabel: Come ti sei trovato con la società cubana?                                                                                                                                                                         Mi sono sentito leggermente scioccato. All'inizio ho cercato di dare un senso al paese. Poi ho smesso, ed è andata molto meglio. Ho sperimentato personal-mente la burocrazia cubana e i cliché, come il fatto che i taxi siano tutti delle vecchie Cadillac. Ho avuto anche un'interessante esperienza con un giovane musicista cubano, mentre suonavo le mie canzoni. Era interessato ai miei brani e mi ha chiesto: «Oh, suoni le tue canzoni?». Gli ho risposto: «Si, certo». E poi mi sono reso conto che loro non suonano mai i loro pezzi. Suonano tutti in stile cubano, in modo tradizionale, e se creano dei pezzi originali, li fanno seguendo lo stile della musica cubana. E per questo pensano che io sia pazzo, e questa è stata la principale differenza che ho percepito tra di noi.

cafébabel: Sembri molto impaziente di scoprire nuove culture diverse. Da dove viene tanto entusiasmo?

Da un insieme di cose. Prima di tutto dalla nostra generazione: noi abbiano l'iPod shuffle. Ascolti i Radiohead e poi Biggie Small e dopo ancora i Queen. È normale, per la nostra generazione, ascoltare di tutto, con l'intera storia della musica disponibile sul nostro telefono. E poi, nella mia famiglia, si acoltavano tanti stili differenti: ad esempio, avevamo un album francese molto carino intitolato Le Mystère des Voix Bulgares. Ma la principale ragione per cui mi sono interessato alla musica è stata questa: una reazione contro quel che si suona nel mio paese. Mi piaceva l'idea di una musica che appartenesse ad un'altra epoca o ad un altro continente. Quando ero ragazzo non mi interessavano gli Arctic Monkeys o i Libertines. Mi piaceva la musica dell'Africa o dell'America del Sud. Ultimamente, però, sono cambiato, e ora ascolto anche gli Arctic Monkeys (il primo album). Insomma, negli ultimi due anni mi sono avvicinato di più alla musica del mio paese.

cafébabel: Hai detto che tuo padre ha avuto una grande influenza su di te. Qual è stata la cosa più importante che hai imparato da lui?

Mi ha mostrato per la prima volta le corde di una chitarra. Suonava tutte le notti per me e mio fratello prima di andare a dormire. Per cui lui è stata la prima esperienza musicale che io abbia avuto. E la musica, da quel momento in poi, ha accompagnato la mia vita. Mio padre suonava i Beatles tutto il tempo, oppure antiche canzoni spirituali americane come una specie di Gospel, o un pezzo di Simon and Garfunkel. Ha portato in casa tante idee: Buddhismo e yoga in particolar modo, la meditazione e l'incoscienza. Ci si è avvicinato quando io ero un ragazzo. 

cafébabel: Il Primo Ministro inglese David Cameron una volta ha detto che gli piace cucinare mentre ti ascolta. Tu hai reagito dicendo che questo ti faceva stare «un po' male». Perché?       

Le sue parole erano un po' strane. Lui ha detto esattamente: «Ho ascoltato Nick Mulvey mentre cucinavo, ma è un tantino grunge». Puoi usare qualsiasi parola, ma credo che ce ne sia una che proprio non puoi utilizzare per descrivere la mia musica: quella parola è “grunge”. È veramente, veramente, veramente tutto tranne che grunge. In realtà penso che qualcuno gli avesse consigliato di dire qualcosa di "cool". Da un punto di vista personale, chiunque puo' ascoltare la mia musica, mi sembra ovvio. Ma non mi fido di David Cameron. Non mi fido anche di molti politici, ma di sicuro non mi fido di lui. Per cui è uno strano complimento.

cafébabel: Eccoci arrivati al giorno delle elezioni. Parteggi per qualcuno?

In realtà mi interessa come sta il mondo. Ma non credo che il sistema attuale possa autorisolversi. Credo che abbiamo bisogno di nuovi sistemi, per cui votare è un po' strano, no? Votare è come ricreare lo stesso sistema. Ma capisco anche che è questo il sistema in cui ci troviamo, per cui si potrebbe fare qualcosa di più interessante, come ad esempio dare il vostro voto q auqlcuno. Io, a questio punto, non ho ancora deciso cosa fare: potrei votare perché non voglio che vinca l'UKIP (il Partito per l'Indipendenza del Regno Unito).

In generale, non sono un amante della politica. O meglio, credo che sia comunque corrotta, non importa chi sale al potere - e credo che Obama ne sia un buon esempio - perché è la posizione ad essere corrotta. E sai che ti dico: per me la politica è diventata spirituale, poiché la maggior parte della gente trova insormontabili i problemi su scala mondiale. E allora mi chiedo: «Dove potrei esercitare una vera influenza?». Cosi' la questione mondiale si concretizza inquello che succede 'qui e ora', nella mia vita e anche in come potrebbe cambiare, non solo la mia vita, ma anche le mie abitudini e i miei programmi. Quindi è tutta la questione della politica ad essere diventata più spirituale perché non si tratta più del mio confrontarmi con le mie esperienze, la mia avidità e i miei desideri più reconditi. Non credo di poter influenzare le cose che vanno al di là della mia vita.

Nick Mulvey - I Don't Want To Go Home, l'ultimo singolo dal suo album di debutto, First Mind