Cultura

Mónika Miczura, gitana senza maschere

Articolo pubblicato il 25 agosto 2006
Articolo pubblicato il 25 agosto 2006
La 37enne cantante di passaporto ungherese, una delle più belle voci rom di oggi, rivendica la sua libertà musicale. Tra tradizione e modernità. Smentendo tutti i cliché sul folclore zingaro.

Parigi, Festa della Musica, 21 giugno 2006: alcuni tecnici indaffarati montano un palco sullo spiazzo della chiesa di Saint-Sulpice. Nubi nere, portate da un vento gelido, inconsueto per il periodo, si addensano minacciose all’orizzonte.

Nascosta in un angolino, nelle vicinanze, si staglia una piccola figura di donna intenta a fumare sigarette a ripetizione. Tra un’ora Mónika Miczura sarà in scena. E per ingannare l’attesa addenta un tramezzino al formaggio. Quando oltrepasso la porta del suo improvvisato camerino, si alza di colpo e si avvicina, guardandomi fisso fisso con quei suoi occhi neri. La mia interlocutrice non parla inglese, ma il suo sguardo è più eloquente di mille parole. La sua chioma nerissima, la risata metallica e i braccialetti tintinnanti: tutto è tremendamente, irresistibilmente gitano.

Ma Mitsou – come la chiamano – rifugge tutte le etichette come la peste. «Non ho mai tentato di essere una “cantante folk”. Quello che canto rispecchia me stessa. E nessuno può dirmi come».

Noto che il timbro della sua voce oscilla continuamente tra intonazioni infantili e un flusso rauco, ininterrotto, di parole esotiche: un’originalità che è allo stesso tempo l’anima e il cuore del suo fascino.

Un esordio fulminante

Prima di lanciarsi nel mondo della musica la Miczura trascorre infanzia e adolescenza «in un paesino ungherese. In una famiglia in cui musica e danza erano parte del quotidiano». Abituata a partecipare a spettacoli tradizionali locali, comincia ad avvicinarsi al teatro. Ma a sedici anni i genitori si trasferiscono a Budapest: così la Mizcura deve rinunciare al Liceo d’Arte drammatica della capitale, per colpa del «rendimento scolastico. Avevo brutti voti, soprattutto in francese» (la madrelingua della vostra cronista nda) dice con sguardo malizioso.

Con la partecipazione a un campo estivo di giovani gitani viene notata da Jen Zsigól, produttore di un gruppo ungherese molto popolare negli anni Ottanta, gli Ando Drom (“on the road”). «All’epoca la musica gitana era in piena rivoluzione» ricorda la Mizcura. «Gruppi come Kaly Jag (“fuoco nero”) e Ando Drom hanno contribuito a far conoscere le canzoni rom al grande pubblico. E il repertorio gitano è diventato una forma di espressione artistica a tutto tondo».

Bastano quindici giorni dopo l’incontro con Zsigol, e Mitsou diventa la voce degli Ando Drom. «È successo tutto così in fretta. E loro sono diventati una seconda famiglia». L’avventura dura otto anni. Quasi un decennio di concerti e festival in un universo gitano vero. Poi arriva la rottura. Mitsou ricorda pudicamente «una divergenza di opinioni dal punto di vista sia umano che artistico» con i membri del gruppo. E decide di smettere del tutto: «Per ben tre anni non ho cantato per niente. È stata dura. Aspettavo di essere pronta per fare musica mia. Ho accettato solo proposte per le quali sentivo che sarei stata a mio agio, come i film di Tony Gatlif». Dopo aver recitato nella parte di Nora Luca, cantante dalla voce tremante che cerca disperatamente Roman Duris in Gadjo Dilo, un film del 1998, partecipa alla composizione della colonna sonora di Swing (2004).

Un cocktail di tradizioni

Nel 2003 riunisce un suo gruppo, i Mitsoura, lasciando finalmente spazio alla sua creatività. Usando la sua voce, inseguendo una tradizione arrivata direttamente dal Rajastahan, si circonda di tecnici del suono tra i più sofisticati e arricchisce i suoi spettacoli di effetti visivi ipnotici. «Le canzoni che riprendiamo provengono da diverse tradizioni rom, da melodie delle vacanze o canzoni per i funerali, cantate da mia madre o da vecchi gitani con un talento che probabilmente non riuscirò mai a raggiungere». La sua musica, intrisa di accordi elettronici e di note jazz, rock e classiche, rivendica con orgoglio le virtù del meticcio, dai colori dell’India ai cimbali balcanici.

Il suono, se è originale, rimane comunque legato alla tradizione. Riciclaggio a scopo di marketing? «Non ho comunque l’impressione di tradire niente» si giustifica subito lanciandomi un’occhiata scura. «Quello che si intende per musica rom finisce per essere falso e riduttivo. La musica è anzitutto una serie di influenze: ogni strumento contribuisce a un’atmosfera particolare ». La Mizcura è cosciente che una fusione molto audace potrebbe «deludere qualcuno». Ma l’istinto le dice di continuare le sue sperimentazioni come lei le intende.

Un’artista pura

Perché «il canto è per me soprattutto un piacere: non riesco a immaginare la mia vita in altro modo. Non ho la forza né la pretesa di erigermi a pasionaria della causa gitana» spiega con calma portandosi alle labbra un bicchiere di vino rosso. «Credo che la mia musica non abbia frontiere. E spero che sia riconosciuta a livello internazionale. Sono una donna del Ventunesimo secolo, cresciuta in una famiglia rom, ma sempre aperta al mondo, con una rivisitazione musicale in chiave moderna». La sua volontà così marcata è testimone della difficoltà di imporsi nel mondo rom. Spesso chiuso e maschilista.

Nonostante la sua crescente popolarità la Miczura rifiuta di erigersi ad ambasciatrice della comunità gitana. Con i suoi 600.000 rom l’Ungheria è il quarto paese ad accogliere i 12 milioni di gitani sparsi per il mondo, dopo Romania, Bulgaria e Spagna. Nonostante la sua distanza apparente e l’insistenza sulla gratuità del suo impegno artistico, la mia interlocutrice non può evitare di pensare che «il processo d’integrazione dei rom in Europa avrà bisogno di più tempo di quanto si immagini. Si investe troppo poco in Ungheria per promuovere la cultura gitana. Il Paese è così piccolo e i membri delle elite la pensano tutti allo stesso modo, senza alcuna innovazione». Una donna non ha radici né qui, né altrove. Mitsou, lei, ha deciso al tempo stesso di rimanere se stessa. E di cambiare pelle sempre.

Un sentito ringraziamento a Kristina Rády per la traduzione ungherese-francese