Cultura

Mashrou' Leila, la danza lenta dei gay ad Amman

Articolo pubblicato il 04 ottobre 2012
Articolo pubblicato il 04 ottobre 2012
Chi crede nella reincarnazione potrebbe essere convinto di scorgere l’anima di Freddie Mercury nel corpo di Hamed Sinno, carismatico vocalist, gay dichiarato, dei libanesi Mashrou’ Leila. Questa band di indie rock, composta da sette elementi provenienti da Beirut, rispecchia il carisma del vocalist già dallo stesso nome che – tradotto dall’arabo – significa “Progetto per una notte”.

È una fredda sera all’anfiteatro romano di Amman. Infuocato dalla passione, Hamed Sinno domina il palcoscenico, a suo agio come se fosse nel proprio appartamento. Grazie alla magnifica voce, capace di riprodurre note su scale ascendenti e discendenti senza fare alcuno sforzo, Sinno crea una speciale intimità con ogni singola persona del pubblico. Una capacità straordinaria di intrattenere i presenti che ormai è pressoché estinta.

Sinno ha fatto coming out e i testi di Mashrou’ Leila trattano ogni genere di tabù: amore omosessuale, vita “velata”, sesso prima del matrimonio, relazioni interreligiose, protesta politica e religiosa. Né rifuggono dall’utilizzo di un linguaggio scurrile. In una società profondamente mascolina, omofoba e osservante, in cui si nega persino l’esistenza dei gay, la band dà alla gioventù araba LGBT quella voce tanto attesa. Non stupisce che la loro breve carriera - due album finora - li abbia già tramutati in star internazionali, con concerti in paesi arabi ed europei.

Il Libano senza “veli”

La presenza sul palcoscenico di Sinno è solo uno degli ingredienti che rende i Mashrou’ Leila un vero e proprio fenomeno, originatosi nel 2008 all’Università Americana di Beirut dove i sette studiavano.

Unendo le chitarre elettriche e le tastiere alla tradizione del violino, creano un suono che non è né orientale né moderno tout court; piuttosto, danno vita a un’esperienza musicale vicina al rock balcanico, diffusosi in Europa pochi anni fa. E nemmeno si tratta di musicisti per matrimoni, serrati in abiti severi, o di icone del pop, tanto per citare due stereotipi piuttosto comuni della musica araba d’oggi.

È raro vedere 3.000 persone all’anfiteatro romano di Amman. Nel paese la sfera pubblica è dominata dai maschi. Lo si nota facendo semplicemente due passi al centro della capitale, dove è una fortuna vedere una donna ogni cento passanti. E le rare donne che si incontrano sono inevitabilmente coperte dalla testa ai piedi.

Le regole del pudore in Giordania impongono a ogni donna di vestirsi convenientemente quando esce di casa: i pantaloni e le gonne devono essere lunghi; le spalle, il petto e i gomiti devono essere coperti; nessun capo deve essere attillato. La vista non deve captare il corpo femminile, e questo vale anche per le turiste. Al di là delle massicce mura in pietra del teatro, c’è un altro mondo dove rari hijab si mischiano alle numerose scollature e aderenze dei jeans. La folla dei Mashrou’ Leila si muove sulla stessa linea di progresso e ribellione della band, cantandone i testi per provocazione. Shim el Yasmin (odora il gelsomino) diventa una danza lenta per omosessuali, una vera e propria ballata sul fallimento di una coppia gay, quando uno dei due sceglie di condurre una vita “velata”, con moglie e figli.

Un after israelo-palestinese

"Resteremo in allerta durante il concerto dei  Mashrou' Leila. Dateci la vostra parola che il nostro paese non sarà contaminato dalla presenza sionista"

Chay Baddarni, un palestinese ventitreenne di Tel Aviv, ha organizzato un viaggio con destinazione Amman per vedere l’esibizione dal vivo della sua band preferita. Quel che in principio era solo il desiderio di vedere lo spettacolo, con un paio di amici, si è tramutato adesso in una movimentazione di dozzine di giovani palestinesi e israeliani, che affollano i pullman con l’obiettivo di passare un weekend nella capitale giordana.

Quest’anno si è organizzato un dopo concerto israelo-palestinese in un locale notturno di Amman, Seventh Heaven. Com’è consuetudine nella politica mediorientale, la musica non è mai solo musica. Una settimana prima del viaggio, il movimento popolare giordano di boicottaggio ha postato una lettera su Facebook indirizzata agli organizzatori dell’evento del dopo concerto e a Baddarni in persona. Il tono oscillava dall’opposizione politica al razzismo, fino ad arrivare alle minacce rivolte ai partecipanti: “Non possiamo scalfire la nostra ferma opposizione con alcuna forma di attività di normalizzazione politica o culturale nei confronti del cosiddetto “Stato di Israele”,  facilitando la partecipazione di artisti o pubblico sionista agli eventi culturali tenuti in Giordania. La cosa è del tutto inaccettabile”, hanno scritto. “A dispetto della conferma della tua venuta e della collaborazione del tuo socio di Amman, all’evento che stai organizzando non prenderà parte alcun sionista (e, tanto per essere chiari, prendiamo questa posizione contro tutti i possessori di passaporto israeliano che non sono arabi). Resteremo in allerta durante il concerto dei  Mashrou' Leila. Dateci la vostra parolache tanto il vostro evento quanto il nostro paese non saranno contaminati dalla presenza sionista”.

In due parole: delle canaglie razziste”, risponde Baddarni, che è anche un attivista palestinese. “Queste parole contraddicono le linee guide del movimento BDS (boicottaggio, disimpegno e sanzioni) e rendono difficile la distinzione tra il boicottaggio individuale e quello istituzionale. La finalità non è solo distruggere il sionismo, ma costruire un futuro dopo di esso”.

Così, una settimana dopo me ne sto nell’aria deserta dell’anfiteatro romano, circondata da altri 111 giovani che sono arrivati con Baddarni, di cui 29 sono ebrei come me. È stata una lunga giornata trascorsa passeggiando per la città sotto il sole infuocato. Mi tiro su le maniche, cedendo alla meravigliosa voce di Sinno.

Foto di © Mashrou' Leila;, pagina Facebook  (cortesia di © AB).