Cultura

L'internazionale stagisti al cinema con "Résiste - Aufstand der Praktikanten"

Articolo pubblicato il 20 novembre 2009
Articolo pubblicato il 20 novembre 2009
Una rivoluzione quantistica, prossimamente nei cinema.

Come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, Till (Hannes Wegener) vive intrappolato nella spirale dei tirocini. Ne ha fatti ben otto, sempre nella speranza di ottenere il tanto ambito posto fisso, ma quando alla fine anche il nono tentativo fallisce, Till medita vendetta. Assieme ad altri suoi due colleghi (Fanny Staffa e Steffen Juergens) fonda “Pakt”, la prima società di consulenza per tirocinanti, con il vero intento di fare soldi a palate. Nel frattempo a Berlino arriva anche Seliana (Katharina Wackernagel), il primo amore di Till di origini francesi, idealista e sempre pronta alla lotta, il cui posto fisso nella redazione di una “vera rivista di sinistra” (naturalmente ogni riferimento al settimanale “Der Spiegel” è puramente casuale) si rivela ben presto essere un tirocinio, ovviamente non pagato. Ma Seliana non ci sta e si prepara a scatenare la sua piccola rivoluzione personale per il giusto trattamento della “generazione stage”.

Naturalmente non bisogna aspettare molto prima che le vie di Tills e Seliana si incrocino di nuovo, stravolgendo gli affari (e i sentimenti) di lui. Al primo sciopero generale dei tirocinanti, Till si trova a dover decidere tra il suo lavoro e il suo rinato spirito idealista.

Un rivoluzionario romantico

Nel cinema tedesco degli ultimi anni si è sviluppata una nuova sotto-categoria: il filone rivoluzionario. I giovani registi tedeschi cercano di far rivivere nel presente, e in chiave romantica, lo spirito di ribellione del ’68.

Si tratta di film come Die fette Jahre sind vorbei o Free Rainer, di Hans Weingartner, una satira in cui Rainer (Moritz Bleibtreu), un produttore televisivo redento, decide di manipolare le quote televisive per riportare arte e cultura nel paese dei poeti e dei pensatori.

©Movienet Film GmbH

Bisogna ammettere che nella maggior parte dei casi questi film sono lontani dalla realtà, ma se i registi hanno fatto bene il loro lavoro, alla fine del film resta sempre nel cuore qualcosa di nuovo: una piccola scintilla di anarchia. L’insano bisogno di salire su un balcone e di proclamare «Democrazia!» o di scrivere sui muri “Fuck the system” .

Per quanto l’abbia voluto anche io e per quanto il tema dello sfruttamento dei tirocinanti mi riguardi personalmente, con Aufstand der Praktikanten non ho provato la stessa sensazione. Dopo un inizio promettente, il regista Jonas Grosch perde troppo velocemente di vista il suo vero obiettivo, girare una satira pungente sulla realtà pazzesca del mondo dei tirocinanti, in favore di una storia d’amore alquanto forzata. Alcuni momenti del film funzionano ma sono troppo brevi e, come troppo spesso accade, sono già stati svelati dal trailer.

Il film avrebbe avuto buone possibilità di farsi strada tra i suoi predecessori Die Fette Jahre sind vorbei e Free Rainer: quando il governo nega ai tirocinanti il diritto di sciopero, la rivolta sembra solamente una tempesta in un bicchiere d’acqua, come se la volontà di scioperare dei tirocinanti si annullasse per paura di infrangere la legge e di perdere il posto di lavoro. Che cosa sarebbe accaduto se lo sciopero generale del film fosse stato cancellato per assenza di partecipanti? E se il messaggio di Grosch fosse che, in fin dei conti, ogni tirocinante è responsabile della propria situazione lavorativa? Probabilmente avrebbe creato un finale triste, ma anche una delle immagini più vere della nostra società. E comunque, un finale del genere sarebbe rimasto impresso nella memoria più della conclusione edulcorata e conciliante scelta da Grosch. Allo stesso modo, la scena conclusiva è sintomatica dell’intero film e della generazione stage in generale: Angela Merkel scrive un sms velocemente, segue una pausa temporale e ci si ritrova dopo tre mesi tutti felici come prima. Dimenticando le precedenti ostilità, i tirocinanti siedono in armonia nel salotto dei genitori sessantottini di Till insieme al capo che sfruttava Till e ad un uomo vestito di bianco, che nel film simboleggia il capitalismo selvaggio, e celebrano la vittoria, ovvero l’istituzione di un ente federale ufficiale per i tirocinanti! Proprio così. Alla fine non c’è la liberazione dalla schiavitù del tirocinio in sé, ma la sua versione burocratizzata e controllata. Ora una domanda è legittima: come può un film così definirsi rivoluzionario?

Cerchiamo però di essere giusti dopo essere stati sinceri: alla fin fine, il film di Jonas Grosch non è una produzione multi-miliardaria, è semplicemente la tesi di laurea di uno studente di cinema. Tra tutte le imperfezioni drammaturgiche, quella che resta in mente è una: in Résiste il cuore batte a giusto a sinistra.

Note per i curiosi: Katharina Wackernagel, che nel film impersona il ruolo di Seliana, nella vita reale non è altro che la sorella maggiore del regista Jonas Grosch. Entrambi sono nipoti di Christoph e Sabine Wackernagel, nel ruolo dei genitori sessantottini di Tills. Il film è veritiero fino in fondo, dato che l’attore Christoph Wackernagel ha fatto parte del gruppo terrorista tedesco RAF (Rote Armee Fraktion) negli anni Settanta ed è stato in carcere fino al 1987.