Cultura

La Romania dopo la caduta del muro: «Dal Comunismo al consumismo»

Articolo pubblicato il 19 maggio 2009
Articolo pubblicato il 19 maggio 2009
La Romania a venti anni dalla Rivoluzione che ha causato la fine del regime comunista. Intervista allo scrittore e poeta Mihai Mircea Butcovan, che dall'Italia guarda il suo Paese.

Mentre il Muro di Berlino si sgretolava, abbattuto, le macerie rotolavano verso Est. Impiegarono un mese ad arrivare in Romania per la Rivoluzione che ha travolto il regime. «Tu non lo sai/ io c’ero», chiude con questa dichiarazione il poeta e scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan la sua Dicembre ’89. A distanza di vent’anni l’autore di Borgo farfalla e Allunaggio di un immigrato innamorato, dall’Italia, guarda a Bucarest e torna a parlare di ciò che accadde la notte della vigilia di Natale quando Nicolae Ceausescu venne fucilato. Delle attese, delle delusioni e della decisione di molti suoi connazionali rivoluzionari di farsi migranti. Intervista.

Quali emozioni ha provato mentre il muro di Berlino veniva abbattuto? Le immagini - se il regime le lasciava passare - le suggerivano quello che sarebbe successo di lì a poco anche in Romania e nel mese che ha diviso la caduta del muro alla fucilazione del 25 dicembre che aria si respirava nel suo Paese?

«Non potevamo apprendere notizie di questo genere, io, inoltre ero militare, quindi non potevo nemmeno ascoltare Radio Europa libera o Voice of America (le testimonianze dissidenti radiofoniche a cui ci sintonizzavamo di nascosto, a casa, e che dall’Occidente ci informavano anche su quanto il regime ci teneva nascosto). Ho saputo di quanto era successo in Europa a dicembre subito dopo la caduta del nostro dittatore».

Cosa è accaduto a Bucarest immediatamente dopo la Rivoluzione?

«Sa cosa canta Franco Battiato in una sua canzone? “L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”. È successo che la Romania si è risvegliata dal bel sogno della rivoluzione e si è ritrovata in un incubo, è caduta in una crisi che sarebbe potuta essere di “mutazione” di coscienza invece è stata solo un modo per capire quanto tempo ancora sarebbe servito per uscire da diverse contraddizioni».

Che contraddizioni?

«La più importante: molti di coloro che hanno collaborato al regime di Ceausescu come spie, anche, si sono riciclati nei governi successivi dando un’impronta di vecchio tipo (e anche deformata) alla democrazia. Questo mi ha spinto, a ventidue anni, a lasciare il mio Paese».

È arrivato in Italia nel 1991, ha lasciato la sua terra come tanti altri romeni subito dopo la rivoluzione; avevate abbattuto un regime perché andare via dopo così poco? Non crede che ci sia una forte incoerenza nella vostra scelta?

«Lasciai la Romania per darmi l’opportunità di proseguire gli studi, la mia – come tante altre – era una famiglia uscita economicamente distrutta dall’89. Quando cadde il regime pensai che la Rivoluzione avrebbe cambiato la realtà immediatamente, cosa che non solo non è accaduta ma posso dire che l’apertura all’Occidente portò diversi mutamenti in negativo. A peggiorare tutto, oggi, c’è una classe dirigente che molto ha ereditato sia nella forma mentis che nel modus operandi dal regime e che tiene le generazioni di ventenni, successive alla mia, ancora sedute e in attesa di un ribaltamento effettivo».

L’ingresso nell’Unione europea non è servito a nulla?

«L’Ue è necessaria e utile ma ancora una volta un’opportunità colta solo parzialmente. In questo caso le responsabilità sono tanto della Romania quanto della stessa Unione. Il mio Paese dovrebbe pretendere (e anche monitorare meglio) il civile trattamento dei suoi migranti negli altri paesi della comunità anche perché le rimesse di chi è partito sono state, e sono ancora, il motore dell’economia rumena. D’altro canto l’Ue dovrebbe considerare, quando concede l’ingresso ad una nuova nazione, non solo l’allargamento territoriale ma anche quello culturale. Purtroppo, però, le campagne di conoscenza sono sempre tardive. In Italia si sa poco dei romeni – e ciò che si sa è spesso propaganda strumentale – e la maggioranza degli italiani ignorano del tutto che la Romania faccia parte dell’Unione europea: ci chiamano extracomunitari».

Come reagisce alla nostalgia che si diffonde tra i suoi connazionali e che li porta ad affermare «Era meglio con Ceausescu»?

«Prima della caduta del muro c’era una forte disparità sociale nel mio Paese e in più non c’era alcuna libertà d’espressione, il regime monitorava anche il pensiero. Dopo la Rivoluzione la disparità sociale è diventata ancora più forte e paradossalmente la Romania d’allora è risultata essere più garantista di quella odierna. Ceausescu diceva “Una casa e un lavoro per tutti”: l’istruzione era pubblica insieme alla sanità, cosa non più possibile dopo l’abbattimento della dittatura comunista. La mia prossima raccolta di poesie avrà il titolo “Dal comunismo al consumismo” e sintetizza quello che è accaduto negli ultimi vent’anni. C’era un’oligarchia politica a cui ha fatto seguito una economica che si sta arricchendo approfittando del libero mercato a discapito della collettività».

Cosa rimane, quindi, della rivoluzione del Dicembre ’89?

«Come per tutte le dittature, anche in Romania si è verificato quanto Trilussa ci descrive molto bene nel suo testo Nummeri

Il dittatore, come l'uno, cresce de potenza e de valore\ più so' li zeri che je vanno appresso” (Il dittatore, come l’uno, cresce di potenza e di valore\ quanti più sono gli zeri che lo seguono); allora, bisogna chiedersi che fine abbiano fatto gli zeri e se quella sia stata una rivoluzione o un colpo di stato facente parte di disegni e politiche internazionali rimaste ancora oscure"».