Cultura

La parola giusta: nozione di base per la comunità LGBT

Articolo pubblicato il 20 maggio 2015
Articolo pubblicato il 20 maggio 2015

"Genere" o "sesso"? L'uso dei termini adatti per l'identità sessuale ha un significato particolare per la comunità LGBT. Cafébabel Bruxelles fa il punto della situazione con una terminologa dell'ONU.

Cafébabel Bruxelles ha intervistato Danielle Henripin, originaria del Quebec e coordinatrice della terminologia presso la sede ONU di New York. Inoltre è stata per tre anni presidente di UN-Globe, il gruppo di difesa dei diritti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) dei funzionari alle Nazioni Unite. La terminologa torna a parlare dell'importanza della parola giusta e dell'evoluzione dei diritti LGBT nelle istituzioni delle Nazioni Unite.

"Genere" o "sesso"? 

«Definire una cosa vuol dire riconoscerla», dichiara Danielle Henripin. Con i colleghi ha confrontato gli equivalenti linguistici del termine inglese "gender" all'interno di diverse organizzazioni. «È un concetto che ancora non è entrato in tutte le organizzazioni, pur essendo largamente accettato nel mondo anglosassone. In francese non sempre esiste un termine apposito in tutte le organizzazioni internazionali», rimprovera.

Secondo l'Organizzazione mondiale della salute, la parola "sesso" si riferisce alle caratteristiche biologiche e fisiche che distinguono l'uomo e la donna. La parola "genere" serve, invece, a indicare i ruoli socialmente determinati, i comportamenti, le attività e le rispettive caratteristiche che una società considera appropriati per uomini e donne. 

Le ONG e gli attivisti nel campo dell'identità sessuale utilizzano sempre più frequentemente la parola "genre" in francese«Al contrario, molti linguisti francofoni non riconoscono questa accezione della parola per indicare la percezione dell'identità sessuale. La distinzione tra genere e sesso è raramente o difficilmente ammessa in alcune organizzazioni dell'ONU - spiega  Danielle Henripin -. Gli spagnoli dicono "género" senza problemi, mentre noi, in francese, non usiamo ancora la parola "genre"».

In Svezia, del resto, esiste da poco un terzo pronome, né maschile né femminile: "hen", che viene utilizzato per le persone che non si identificano nei due sessi biologici. «Non credo che le lingue dell'ONU siano ancora arrivate a questo punto. L'evoluzione è più o meno rapida a seconda del Paese, delle lingue e delle culture», osserva la terminologa.

Da perversione a minoranza

In compenso gli equivalenti linguistici per termini come "omosessuale" si sono molto sviluppati negli ultimi anni in alcune lingue delle Nazioni Unite. «Apprezzo il lavoro dei colleghi traduttori e terminologi che sono riusciti a rinnovare la terminologia e, per certe lingue, a rimuovere lo stigma per tutto quello che riguarza le minoranze sessuali. Siamo passati dalla nozione di perversione a quella di minoranza», si rallegra Danielle Henripin.

Come organizzazione interessata ai diritti dell'uomo, è necessario prendere in considerazione queste nozioni molto spesso. L'idea stessa di "diritti dell'uomo" suona strana ad un abitante del Quebec: «In Quebec e Canada non si parla più da molto tempo di diritti dell'uomo, ma nella terminologia dell'ONU questa nozione è assolutamente fondamentale». In Quebec si avrà la tendenza a utilizzare i termini "diritti umani" o "diritti della persona". La maggior parte delle istituzioni internazionali continua a utilizzare "diritti dell'Uomo"«Non voglio dire necessariamente che l'ONU ha torto o ragione, ma è chiaro che, per molti terminologi francesi, il termine "uomo" assume anche un significato storico. Questo ha fatto nascere dibattiti in ogni generazione. Ricomincia il dibattito, nuove voci si alzano con nuove argomentazioni. La discussione viene ripresa regolarmente», afferma Danielle Henripin.

I progressi dell’ONU 

Secondo Danielle Henripin alcune evoluzioni nei diritti LGBT sono nate proprio nelle istituzioni delle Nazioni Unite: «Da circa due anni l'ONU riconosce i coniugi omosessuali purché la loro unione sia stata sancita per legge in un qualsiasi Paese del mondo. Rimane tuttavia al Paese d'origine di un funzionario la scelta di riconoscere o meno la coppia o famiglia. È una grande vittoria».

Prima, anche gli LGBT sposati dovevano richiedere il riconoscimento al loro Paese d'origine. Ad esempio, «in una coppia italo-canadese sposata in Canada, il funzionario italiano doveva chiedere il riconoscimento dell'unione all'Italia, che generalmente non lo concedeva, perché il matrimonio omosessuale non è legale in Italia. Questo causava molti problemi amministrativi e creava un sistema a due velocità, che riconosceva alcune coppie e non altre. Sono molto fiera che il gruppo UN-Globe abbia realizzato questo passo in avanti».

Oggi i Paesi d'origine non hanno più diritto di intervenire: se l'unione è riconosciuta in un Paese, anche l'ONU la riconosce, indipendentemente dal Paese d'origine dei funzionari. Se una coppia omosessuale italiana vuole lavorare all'ONU dovranno comunque sposarsi in un altro Paese, fino a nuovo ordine.

Maggiori informazioni sulla terminologia LGBT.

Cafébabel Bruxelles è stato media partner del Pride belga. Qui l'articolo sulla parata del 16 maggio.