Cultura

La cultura alternativa bulgara contro il potere mafioso

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2010
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2010
Nel gennaio del 2009, l’allora sindaco della città di Sofia e attuale primo ministro della Bulgaria, ha proibito le manifestazioni contro il governo nate dal disincanto dei cittadini nei confronti della corruzione del Paese; secondo Transparency International, la Bulgaria è ufficialmente lo stato più povero e più corrotto dell’Unione Europea.
A un anno di distanza, ciò che resta della “cultura di protesta” giace nel segmento urbano, culturale e mediatico di una società ancora attaccata alla tradizione e al passato.

«Eventi come questo sono rari», spiega Elena Stoyanova Dimitrova alla radio nazionale. «Fanno pensare al principio di un movimento underground che ha iniziato a farsi sentire nella primavera del 2009». L’attrice e studentessa alla Nafta (Accademia nazionale di teatro e film d'arte) è solo un viso conosciuto tra il pubblico della registrazione di punk jazz dal vivo , una che partecipa spesso alle manifestazioni di protesta e ai cortei di Sofia. L’ultima manifestazione però, è culminata in uno scontro, a proposito del quale un virgolettato del britannico The Observer riportava: « Ne abbiamo abbastanza di vivere nel paese più corrotto. Questa manifestazione di protesta, unica nel suo genere, riunisce le persone accomunate dalla speranza di vivere in un normale paese europeo». «La polizia ha picchiato i miei amici», spiega lo studente di sociologia Ljubo Pozhaliev, «A Sofia viene represso ogni atteggiamento di dissenso». In un caffè antistante alla cattedrale Alexander Nevski, due uomini in jeans e giacca di pelle scherzano con una cameriera: « anche i miei amici lo frequentano», dichiara Ljubo. «La mafia è ovunque, è dentro di noi!».

Tessuti dello stato urbano

La sua performance al Sofia underground festival del 2008 (Foto di Studio Dauhaus)Elena lavora al Butcher’s club, dove incontro i DJ della serata, gli Studio Dauhaus. Il motto della cooperativa, che ha sede a Sofia, è: “arte è / come resistenza”. Il co-fondatore, il ventottenne Yovo Panchev, pagava un affitto altissimo per la fabbrica in disuso dove ha conosciuto Ivo Ivanov e Kalin Angelov, i quali hanno contribuito al finanziamento e all’idea. L’Informal cultural development unit for instances of sustainable and indipendent culture, ovvero “unità di sviluppo culturale informale per modelli di cultura sostenibile e indipendente”, è stato il primo soggetto a portare nella capitale bulgara i warehouse party e ad accogliere numerosi talenti europei della musica, del cinema e del visual design.. «Abbiamo iniziato alla fine del 2005 come servizio per l’arte e per la collettività. Alla fine si è rivelato un affare molto vantaggioso sul piano morale e su quello pratico, prestandosi come infrastruttura per eventi e progetti.» L’edificio, però, è stato acquistato e demolito da un “grande oligarca” nel maggio del 2007. «È un pasticcio causato dal cambio di sistema avvenuto nel 1989: quando il governo ha liquidato il paese e ha fatto sì che la mafia tenesse il denaro che gli stessi politici avrebbero poi utilizzato per riprendere il potere democraticamente. Il potere è, da una parte, economico e, dall’altra, politico. È questo il tessuto del nostro stato».

Nel 2000, al seguito del crollo del socialismo, il 99,7 percento del territorio soggetto a restituzione da parte del governo era stato reso ai legittimi proprietari (* istituto nazionale di statistica). Altri edifici,come ad esempio un vecchio zuccherificio dietro la stazione, che a novembre ha fatto notizia sulle testate nazionali, sono abbandonati alla rovina. «È un monumento riconosciuto della cultura», spiega Tristan Lefilleul, direttore del Courrier des Balkans, «L’ azienda ha cessato le attività, lasciando i cancelli aperti e senza guardie. La TAB faceva parte di Cyprus Exelbi Trading, la quale non ha un numero telefonico e non risponde all’indirizzo di riferimento; un’azienda fantasma. Come si può dedurre, non avrebbero il diritto di demolire la fabbrica e ricostruirla, ma c’è un modo per farlo: basta lasciare che crolli da sola».Yovo si sente frustrato professionalmente nel suo incarico presso l’istituto statale per la cultura. «Le persone non conoscono l’importanza della cultura. Sono andato a cercare sostegno, munito di un piano di gestione aziendale, per un progetto dell’Ue che punta alla creazione di un centro di residenza per artisti in un paesino della zona. Il tipo da cui mi sono presentato si guadagna da vivere scrivendo progetti e dispone di fondi dell’Unione Europea per la costruzione di 40 residence e 60 alberghi il perché l’Ue sostenga ciò non mi è chiaro, lui però non capiva il mio dubbio».

Carta e plastica

Il numero di dicembre “The Apartment”, un bar, cioccolateria e sala da tè che si trova al 68 di Neofit Rilski, è la prova che alcuni progetti alternativi funzionano. Un’enorme bandiera del Tibet decora l’ingresso dell’edificio, che ha 105 anni. Era una clinica della maternità divenuta in seguito kommunalka (appartamenti condivisi da due o più famiglie tipici dell’era sovietica, ndr) che l’ex milionario Plamen ha preso in affitto per sei anni e che, nel 2007, da club privato, è diventato un’associazione. “A:part:mental” è una Ong per lo “sviluppo di una nuova cultura basata sul processo creativo e l’interdipendenza dell’essere umano con la natura e la società”. L’associazione offre regolarmente proiezioni cinematografiche “verdi”, così come una biblioteca e della gastronomia vegetariana biologica. Riposto su uno scaffale c’è una copia di One Magazine, la rivista mensile indipendente, nata nel 2001, si presenta come diversa piattaforma culturale, fornendo a Sofia un’identità alternativa. Ogni anno, promuove gli eventi Sofia Design Week, Dance Week e Architecture Week. «Non ci occupiamo molto dell’establishment convenzionale, e quindi veniamo considerati snob», precisa il direttore artistico Vassil Iliev. «One Magazine viene maggiormente apprezzato dai bulgari residenti all’estero, in quanto la società locale trova ancora i suoi miti nel secolo scorso», spiega il direttore della redazione culturale della rivista Ivaylo Spasov.

Rolling Stone Bulgaria (RSB), derivato dalla storica rivista statunitense e che ha debuttato nel novembre del 2009 con la campagna di manifesti come “la chalga fa schifo”, riferendosi alle sfumature storiche e politiche della popolare musica pop-folk ascoltata da circa metà della popolazione e che pervade centri commerciali, taxi e locali notturni del paese. «Solo oggi la collettività inizia ad assaporare un po’ di quella libertà che i modelli di media occidentali offrono», dichiara il direttore, la ventiduenne Anelia Ilieva. Discordante l’opinione dell’ex presentatore televisivo Nayo Titzin: «La verità è che, a Sofia, il direttore del quotidiano più importante faceva parte dei servizi segreti. I nuovi media nascono ancora in quest’epoca» . «Può essere», ammette Anelia, «Ma RSB non tollererebbe l’interferenza di pressioni esterne con la rivista. Non siamo una tribuna per nessuna fazione politica». Il direttore di One Magazine, Bistra Andreeva, considera RSB «poco sperimentale. È orientato verso il grande pubblico, tratta di tutto, dai commerciali Lady Gaga ai Rammstein». «Rispecchia da vicino lo stile di vita delle persone in Bulgaria», sostiene al contrario Anelia.

Un gioco di parole e di ortografia per dire che "la chalga fa schifo". Poi nel manifesto Rolling Stone si scusa affermando che "si cimentano da poco col bulgaro".

La rivista Rolling Stone viene però screditata con l’accusa di non essere a contatto col mondo della musica. Ad ogni modo il debutto della rivista nei Balcani segna una svolta in un Paese dove la chalga costituisce un ricordo dominante del giogo socialista sulla società bulgara. Titzin, che ha abbandonato il giornalismo nel 2003 deluso dalla “vecchia guardia”, ha intenzione di realizzare un documentario traendo ispirazione dalle cantanti di chalga che si sono sottoposte a operazioni di chirurgia estetica. Mentre giovani coppie ci passano davanti, oltre la grande vetrata sul Boulevard Vitosha, mi spiega come “The SILKON Valey”, cercherà di esplorare il fenomeno delle famiglie disposte a pagare per le operazioni chirurgiche delle figlie da offrire agli uomini di mafia del Paese. Probabilmente il progetto non verrà sovvenzionato dal fondo statale per il cinema. «Il capitalismo non ha vita facile in questa società semi-tradizionale», dice Yovo. «La borghesia qui è quasi inesistente, non c’è un’aristocrazia, la memoria collettiva è precaria e prevalgono gli istinti. Si dice che ogni paese ha la sua mafia; qui però è la mafia ad avere un paese. Non sono d’accordo». La mafia tiene la società occupata.

Si ringraziano Clea Caulcutt, Camelia Ivanova, Ljubo Pozharliev eil team di Cafebabel.com a Sofia

Foto di: Jan Machacek, Studio Dauhaus, Rolling Stone Bulgaria official Facebook page. Video del settembre 2009 da SofiaDanceWeek09 - Youtube