Cultura

La commedia mediocre è il nostro genere

Articolo pubblicato il 06 settembre 2007
Articolo pubblicato il 06 settembre 2007
Il cinema già da tempo trova davanti a sé uno spettatore maturo, smemorato, passivo che entra nella sua terza età interpretativa. Basta imbambolarsi davanti a qualcosa.

«Che fine ha fatto quell’abitudine di canticchiare così, senza un motivo?» – «La gente ha smesso di farlo. Lo considerava assurdo.» Non ricordo da quale film ho estratto questa battuta. Probabilmente la recente tendenza europea a riscattare i grandi musical offre un'alternativa classica alla formula eterodossa hollywoodiana.

Una generazione di spettatori pensionati

Si dice spesso che non ci sono più storie, che c’è una crisi di creatività quanto a sceneggiature. Il pubblico cerca nuove possibilità con le quali dimenticare la triste quotidianità della mediocre offerta cinematografica. Lo spettatore di oggi, inoltre, raramente conosce la Storia del cinema, la nascita dei suoi generi, la sua evoluzione. Sono ancora meno quelli che apprezzano una buona sceneggiatura o una semplice tecnica applicata nella sua giusta misura alla trama. Agli spettatori-guardoni di oggi non interessano coreografie a regola d'arte o l'eco melodico della colonna sonora. I colori e le canzoni sembrano oggi cose da bambini. La spettacolarità che offrivano i grandi musical, dove gli artisti parlavano, cantavano e ballavano la offrono oggi gli impressionanti effetti speciali. Questi certamente colpiscono, ma non emozionano come gli sforzi interpretativi che un tempo realizzavano quegli attori-orchestra quando cantavano, ballavano e interpretavano un personaggio. Lo spettatore del musical va in pensione e con esso scompare la capacità di sorpresa e l'innocenza.

Un educazione sentimentale a base di musical

Lo spettatore del cinema che nacque agli inizi del secolo si è commosso insieme a

Il cantante jazzin braccio ad un'industria cinematografica che vide nella sua nascita la possibilità di convertirsi in una madre modello. Fu così che morì lo star-system muto davanti alle prime parole di un piccolo fenomeno che presto avrebbe reso nuovi generi. Battezzato con un Oscar sotto le prime Melodie di Broadway, il cinema accettava l’intrusione del dollaro nell’arte, alimentando qualunque genere da cui avrebbe tratto benefici. Il piccolo cinema neonato girovagò negli anni Trenta come qualunque bambino, distraendosi con tutto tra Follie d’inverno, fissando nella sua memoria canzoni universali. La zia Ginger e lo zio accompagnarono per sempre il giovane nella sua prima escursione di Un giorno a New York. Insieme agli amici dell’Alta società lo scolaro americano arrivò a Parigi Cantando sotto la pioggia fino a quando la sua infanzia terminò in una pubertà dove il sesso e la violenza catturarono vigorosamente la sua attenzione. Romeo e Giulietta fu il suo primo amore, malgrado si trattasse di West Side Story un solo lato della storia. Conobbe il carcere al ritmo di Jailhouse Rock e il suo primo Cabaret lasciava dietro la sua Mary Poppins(film del 1964) bambinaia con l’ombrello, un addio che lo portò verso il cammino della sua maturità, ma restando sempre Tutti insieme appassionatamente. Di lì, i grandi studios avvolsero il pubblico in un ciclone di evoluzioni tecniche a dispetto dei nuovi generi che maturavano.

Mentre la volontà di intrattenere si appoggiava sempre di più sulle nuove tecnologie, si allontanava la priorità di far riflettere i più giovani, troppo occupati ad impomatarsi i capelli. La gioventù ballava nel The Rocky Horror Picture Show anche se avevano La febbre del sabato sera , mentre il genere affondava davanti a un capitalismo che guadagnava mercati e perdeva l’arte goccia a goccia.

Da spettacolo a semplice passatempo

Oggi è vecchio quel bambino; ormai non piagnucola più con il suono del jazz, ma canticchia un requiem mentre, al ritmo di Bjork, danza nell’oscurità, con la speranza di trovare a tentoni una poltrona tarlata di Chicago o di Bollywood dove lasciar cadere il suo corpo pesante e impacciato; cosciente che anche se i giovani Saranno famosi la stessa fama consisterà nel riflettere una realtà che intrattenga, nell’accezione più vuota della parola. I film musicali si sono rassegnati a essere una cosa da bambini, le canzoni che prima erano inni sono ora suonerie scadenti per il cellulare.La nostra educazione audiovisiva, già matura e per tanto prossima alla decomposizione, ha bisogno di un genere più vicino alla vita reale e non così ingenuo. Il teatro perde davanti all’immediatezza a buon mercato e la musica, come tant’altro, cade giù.

Il concetto di spettacolarità non è più lo stesso. Quando parliamo di società dello spettacolo in realtà vogliamo dire "del passatempo". Ormai non c’è più tempo per gli applausi, basta imbambolarsi davanti a qualcosa. Il pensatore tedesco Walter Benjamin disse che «la società si è convertita in uno spettacolo di se stessa». La nostra società ormai non canta, quasi neanche sillaba per la strada. Il dramma e la commedia mediocre è il nostro genere.