Cultura

Kino Kabaret: solo una (breve) terapia

Articolo pubblicato il 14 febbraio 2013
Articolo pubblicato il 14 febbraio 2013
Sono un’insegnante di nuoto, ho sempre indosso il costume. Possiamo utilizzarlo in qualche modo”; ”…mi occupo di critica cinematografica, ma se qualcuno di voi avesse disperato bisogno di un attore, posso anche recitare”; ”…canto arie d’opera”; ”… voglio fare la truccatrice. – Ma sei capace? – Posso provarci”. Questo è l'inizio del workshop cinematografico.
Tra 48 ore ci sarà la première di 14 cortometraggi, risultato della collaborazione di 30 persone provenienti da tutta Europa. Per il momento, però, pausa sigaretta.

Il movimento dei cineasti

Il Kino Kabaret nasce 14 anni fa a Montreal, quando due amici decisero di iniziare a girare un film al mese. Almeno fino alla fine del millennio. In un anno sono stati prodotti 12 cortometraggi e negli anni successivi la loro iniziativa ha trovato aderenti e sostenitori in tutto il mondo (ci sono circa 70 gruppi di cineasti in ogni continente). E coloro che oggi formano il movimento del Kino Kabaret dedicano alla realizzazione di un filmato non un mese, ma appena 48 ore.

"Esiste una sola regola: bisogna girare e montare la produzione nei tempi stabiliti”, dice Ilja Rautsi, sceneggiatore e critico cinematografico, che dirige il workshop. "Non poniamo limiti sulla scelta dell’argomento né sui mezzi della realizzazione. Inoltre, non si tratta di professionisti, non c’è rivalità con nessuno”. Ovvero tutti al passo, ma d’accordo con lo spirito "slow".

Similmente accade per quanto riguarda il reclutamento dei candidati: si guarda più alla loro versatilità che all’esperienza professionale. Se si prendono in considerazione i partecipanti ai workshop organizzati nell’ambito di Generator, ci troviamo davanti a un vero e proprio mosaico di nazionalità e professioni: una nuotatrice rumena, un attore irlandese, un produttore italiano, una cantante lirica turca… Kino Kabaret si propone di diventare una piattaforma comune internazionale dove riflettono e si scambiano esperienze specialisti e persone che non hanno mai preso in mano una telecamera. "Alcuni prendono questi workshop molto sul serio, come una preparazione a un festival o una scuola di cinematografia. Altri semplicemente sperimentano o lo vedono come uno dei loro hobby: viaggiano da una città all’altra dell’Europa per 6 mesi, conoscono persone, visitano luoghi, girano film", dice Hanaleena Hauru del Kino Euphoria in Finlandia, che si è unita al movimento qualche anno fa per liberarsi dai rigidi schemi imposti dalla scuola di cinematografia. Ora dirige i workshop con Ilja.

Guarda "The mysterious disparition of Paris'', una produzione nata nell'ambito del Kino Kabaret di Praga.

Concentrandomi su un singolo episodio cinematografico, sono in grado di analizzare il processo creativo da prospettive differenti, dal punto di vista dell'attore, dello sceneggiatore, infine del produttore. Questa libertà del Kino Kabaret è eccitante.

I cortometraggi e la crisi

Ci si chiede ovviamente quale sia il budget che i cineasti destinano alla produzione. Spesso è uguale a zero. ”In ambito cinematografico non ci sono mai stati mezzi finanziari sufficienti, siamo riusciti ad adattarci. Per questo resistiamo egregiamente alla crisi’’, scherza Silvia Venegas, produttrice cinematografica della spagnola Making DOC Producciones. I partecipanti ai corsi si scambiano conoscenze e attrezzature e questo permette di limitare i costi al massimo. Inoltre le produzioni sono a tiratura ridotta perché, come dice Hanaleena, durano in media 4 min. Tuttavia l’altro lato della medaglia è il rischio di creare opere dal contenuto fumoso. In un documentario, di solito, è presente un peculiare savoir vivre come quello di Seidl o Herzog: come una procedura da seguire, dove si fa prima la conoscenza del protagonista, poi si ascoltano le sue storie e si creano inevitabilmente delle vibrazioni. Ci vuole tempo per accumulare materiale perché il suo carattere possa svelarsi. Senza questa gradualità la pellicola è confusa, quasi troppo frettolosa. Gözde Efe, che in Turchia si occupa di produzione di corti, mi assicura di non sentire la necessità di dire sempre tutto, ma le cose più importanti. Da un materiale di alcune ore sceglie i dettagli, i motivi più pregnanti, e poi li racchiude in una decina di minuti. In questo modo ottiene un valore condensato: "Preferisco presentare un paragrafo concreto, piuttosto che centinaia di pagine di sceneggiatura", dice.

Ciò che per me rappresenta un ostacolo per l’autore, Uroš Krasnik lo considera uno spettro illimitato di possibilità: "Scegliendo la forma breve ci si può permettere la massima eccentricità di forma e contenuto ed essere certi che lo spettatore resista fino alla fine di uno spettacolo di pochi minuti”, dice il coordinatore del Migrant Film Festival in Slovenia.

Un invito al circo

Sono stati realizzati 14 cortometraggi cinematografici. Non sono opere raffinate, non hanno fronzoli, ma sono racconti sinceri nella loro semplicità, come non se ne trovano seguendo mode e tendenze. Al Kino Kabaret quello che più importa non è il risultato, ma il processo: il flusso della fantasia creatrice e lo scambio di idee. ”I cineasti devono supportarsi l’un l’altro e lavorare insieme per un risultato che non è comunque oggetto di valutazione’’, dice convinto Iljia. "Prendiamolo come una terapia di gruppo", dico. "Sì, anche se ti sembrerà di essere al circo", aggiunge Ilja.

L’articolo è stato scritto grazie alla collaborazione con NISI MASA, che ha organizzato il primo Forum Audiovisuale Generator a Strasburgo. Nell’ambito di questo evento si sono tenuti una serie di workshop e tavole rotonde che sono stati fonte di apprendimento e ispirazione non solo per i professionisti di arti visive.

Foto: copertina: (cc) alvaro tapia hidalgo/Flickr. Nel testo: AG.