Cultura

Ken Yamamoto: «La poesia viaggia oltre la lingua»

Articolo pubblicato il 19 ottobre 2007
Articolo pubblicato il 19 ottobre 2007
Il poeta nippo-tedesco ha da tempo lasciato alle spalle i confini della lingua: ha convinto gli europei ad avere figli multiculturali e a riporre fiducia nelle poesie.

All'ora del tramonto

infastiditi dai tramonti

la poesia è l'unico posto

dove c'è ancora chiarezza

(Penombra)

Ken Yamamoto

Il giorno dopo la sua presentazione al Festival della letteratura di Berlino, siede davanti a me in un caffè un giovane uomo, dall'aspetto disteso. È il trentenne Ken Yamamoto, padre giapponese e madre tedesca, poeta della nuova generazione. Quando si leggono i suoi testi, che pubblica nel suo blog, si stenta a credere che dietro queste righe si celi un poeta che non solo scrive dei bei versi, ma che è anche capace di recitarli davanti al grande pubblico. Non è per niente un poeta timido, ma un uomo divertente e con un messaggio da trasmettere.

Il linguaggio del corpo

«È stato proprio bello», esordisce Yamamoto il Poetry Slam della sera precedente, «artisti che provenivano da diverse nazioni hanno recitato nella loro lingua madre. E la cosa ha funzionato». Una cosa per niente scontata. Nel Poetry Slam, un concorso di declamazione letteraria, i singoli partecipanti sono in competizione l'uno con l'altro. Presentano i propri testi ad un pubblico che poi li valuta. «Quando non c’è alcuna traduzione, bisogna lavorare molto con la linguaggio del corpo. La comunicazione oltre la lingua per capirci. Bisogna creare l'atmosfera.»

E Ken Yamamoto rende bene il concetto. Con le sue poesie in lingua tedesca fa dei tour in diversi paesi europei, e oltre alla Germania è già stato in Svizzera e in Italia. Finora non ci sono stati problemi di comunicazione. Gli chiedo perché scrive principalmente in tedesco, visto che ha trascorso i primi anni della sua vita a Parigi e ha quindi respirato sin da piccolo il modo di vivere e la lingua francese. «Il tedesco è la mia lingua madre , poiché l’ho imparata da mia mamma», dice Yamamoto, «ma il mio legame con la Francia è ancora molto forte». Dopo la separazione dei suoi genitori, nel mezzo della pubertà, si trasferì inizialmente nella tedesca Baden-Baden con la madre. «Ma metà della famiglia è rimasta a Parigi. Il francese è l’unica lingua di comunicazione con mio padre, poiché io purtroppo non parlo giapponese».

"La gente se ne fotte della poesia", dice Ken Yamamoto rispondendo a un hacker del suo blog. "Vorrei essere più importante, ma sfortunatamente il mio successo (assente) mi fa tenere i piedi per terra". (Foto: www.kenyamamoto.com)

Un miliardo di poesie sull’amore e sulla vita

È in quel periodo che il giovane Yamamoto scopre la letteratura. Divora un’antologia di poesia francese che la madre gli ha regalato. Poco tempo dopo arrivano anche le sue prime poesie. «Si trattava naturalmente di poesia adolescenziale, ma con il tempo diventarono qualitativamente migliori». Lo studio, iniziato più per senso del dovere che per interesse, viene in fretta abbandonato. Ad un certo punto si sente pronto a recitare le sue poesie dal vivo. «Le poesie che recito sono più aggressive di quelle scritte. Bisogna saper ammaliare il pubblico.» Yamamoto incarna l’ossimoro “poesia recitata”. «Naturalmente c’è questa discrepanza tra il momento intimo dello scrivere e il momento pubblico del recitare. Soprattutto quando la poesia è densa di elementi autobiografici». E l'inspirazione? Arriva da ciò che lo circonda: «Sono solo pochi temi...l’amore, la vita. Con questi argomenti si possono fare un miliardo di poesie».

Una persona con un curriculum così interessante, che fa ciò che ha sempre desiderato fare, ha ancora dei sogni? «Ma certo! Mi piacerebbe che fossero di più le persone con un tema importante e che osano lo slam. Nulla contro la comicità e le risate, vanno benissimo. Ma sarebbe bello se le persone avessero meno paura di affrontare temi che non siano necessariamente divertenti».

L'euro, catalizzatore del sentimento europeo

Ma cosa pensa dell’Europa una persona con un background così multiculturale? Come se non avesse aspettato altro, Yamamoto comincia a parlare (e promette di essere breve, cosa che non gli riesce proprio bene). «Iniziamo dalla Germania. Sono sposato con una colombiana e la maggior parte dei miei amici porta cognomi di origine straniera. Trovo fantastico questo mix di culture. Essere tedesco per me non si riferisce al sangue o a qualcos’altro, bensì all’identità culturale». Si sente un tedesco? «In realtà mi percepisco come un miscuglio culturale, ma quando sono stato in Colombia ho notato per la prima volta che sono tedesco. Questo mi ha piacevolmente stupito».

“I have a dream”, ma Yamamoto non dice cosa si augura, bensì va già deciso in questa direzione: “Nonostante certi fenomeni come la paura del terrorismo, che non si manifesta per caso e nasconde molto di più, sarebbe bello se le persone in Germania non si chiudessero su se stesse, ma sapessero apprezzare la bellezza della varietà culturale. Questo vale, tra gli altri, proprio per gli immigrati e i figli degli immigrati, che purtroppo si escludono ancora troppo spesso, come certi miei amici. Sarei davvero felice se i miei figli avranno una triplice, quadrupla o quintupla identità culturale».

Secondo Yamamoto questo vale anche per l’Europa che «deve ancora rafforzarsi crescendo insieme. I cittadini europei dovrebbero avere una visione globale e non più limitata alla nazione. Dovrebbero definirsi anche come europei». A lui è già successo tempo fa durante una vacanza in Italia nel periodo dell’introduzione dell’euro. «Eravamo seduti lì con altri europei e volevamo prendere una birra. Prima era sempre un eterno rovistare tra diversi tipi di monete, e poi il penoso scambio. Questa volta è stato tutto così semplice: «Ehi, tieni cinque euro, io ne ho dieci. Forza, andiamoci a prendere una birra». L’euro come catalizzatore di un sentimento di unione europea è forse un punto di partenza come un libro o, per meglio dire, come un volume di poesie.

KEN YAMAMOTO: "JAIL HOUSE BLUES" (WDR)