Cultura

Junction 48: il rap e la Palestina alla Berlinale

Articolo pubblicato il 17 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 17 febbraio 2016

Ci sono diversi modi per parlare del conflitto israelo-palestinese. Il regista Udi Aloni e il suo cast (o meglio il suo "gruppo" come ama definirlo) hanno scelto di raccontare la realtà di Lyd/Lod: una piccola città dove israeliani e palestinesi convivono da molti anni. L'inviata di cafébabel Torino alla Berlinale ci racconta Junction 48, sesto film del regista americano di origini israeliane.

«Lyd, Lod, a volte anche Lydda; cercatela su Wikipedia», rappa con una delle sue rime un giovane palestinese. Kareem è appassionato di hip hop e vive proprio a Lyd (in arabo, Lod in ebraico): una cittadina del distretto centrale di Israele, che nel 1948 fu occupata dall'esercito della stella di David, diventando di fatto territorio israeliano. Che siano palestinesi o ebrei poco importa: a Lyd/Lod abitano le classi meno abbienti di entrambe le popolazioni. Proprio per questo, il film Junction 48 racconta un aspetto del conflitto israelo-palestinese che in Europa è poco conosciuto: una contrapposizione che non si riduce al solito "colpevoli contro innocenti", ma che è carica di zone d'ombra. Come dice Samar Qupty, l'attrice che interpreta Manara, la fidanzata di Kareem (Tamer Nafar): sono soprattutto i giovani «a cogliere queste sfumature».

Il popolo palestinese: da "oggetto" a protagonista

Kareem frequenta brutte compagnie, bazzica con spacciatori di droga e non riesce a tenersi un lavoro. Quando il padre muore in un incidente d'auto, trova rifugio nel mondo dell'hip hop. Insieme a Manara e attraverso la musica, denuncia i soprusi che lo stato di Israele compie nei confronti della minoranza palestinese, nonché la situazione di precarietà e criminalità in cui vive la sua comunità: una società conservatrice e allo stesso tempo radicale. I due si sentono sempre più coinvolti dall'attivismo militante e combattono per i propri diritti di cittadini, in un Paese in cui nessuno sembra ascoltarli.

«È dal 1948 che le cose vanno male,» dice Tamer Nafar durante la conferenza stampa, «il Governo (israeliano, n.d.r.) non si è mai preso la responsabilità delle proprie azioni. Nonostante si provi a far credere che la comunità israeliana e quella palestinese possano vivere bene insieme, non è così. Sono sicuro che non si tratti di ingenuità. Dicono che vogliono la pace, ma vogliono solo la loro». Un esempio di questa ipocrisia è rappresentata da una scena del film, in cui le autorità israeliane ordinano di demolire la casa di un amico palestinese di Kareem: al suo posto deve essere costruito un "Museo della coesistenza".

Il regista Udi Aloni e il suo cast sono la prova vivente del fatto che il conflitto tra israeliani e palestinesi è molto diverso da come lo conosciamo: Aloni è un regista israelo-americano, ma prima è di tutto un uomo dalle larghe vedute. Il suo film racconta la storia del popolo palestinese con le facce, le parole e la musica della sua gente. «Gli ebrei non sono così importanti in questo film. In effetti si vedono poco. Il film rappresenta la storia della comunità palestinese dopo il 1948: i palestinesi sono protagonisti, hanno un ruolo attivo, per una volta non sono "l'oggetto della discussione"», spiega ancora Aloni. Gli fa eco Salwa Nakkara, nel film la madre di Kareem: «La nostra storia non è raccontata da terzi. Siamo noi stessi che raccontiamo i nostri sogni e desideri, senza ricorrere alla politica, ma mostrando la quotidianità».

Nel film di Aloni, il tema della religione è affrontato in maniera solenne. La madre di Kareem, dopo aver perso il marito, si riavvicina alla fede, ma senza cadere nel fanatismo: la religione diventa per lei «a new place to continue»: un posto nuovo dove ricominciare a vivere. Nella pellicola la religione è rispettata anche dai giovani, che tuttavia restano al passo con i tempi. «Purtroppo in giro c'è ancora tanto fanatismo, ma a Lyd la religione è ancora una salvezza: per questo la si chiama fede,» sentenzia ancora il regista.

Maestri di realtà

Aloni parla in modo deciso, veloce e a voce alta, diventa rosso per l'emozione e per i complimenti. Gesticola molto e racconta gli aneddoti divertenti sulla bella amicizia che è nata tra lui e Tamer Nafar, che – vale la pena specificarlo – è davvero un rapper, frontman del primo gruppo rap palestinese: i DAM. «Il rap è la mia vita, è uno dei modi con cui mi esprimo, probabilmente quello che mi riesce meglio. Ero molto spaventato dall'idea di fare l'attore: non mi ero mai cimentato in nulla di simile. Poi tutto è stato abbastanza naturale. È stato bellissimo far coincidere rap e recitazione. Per me hip hop vuol dire qualità, onestà e poesia. Ed è tutto quello di cui abbiamo bisogno».

Anche se sembra tutto molto naturale e spontaneo, a partire dal modo di recitare dei personaggi, per finire con le inquadrature molto veloci ed irregolari, il regista afferma che la cura dei dettagli è stata maniacale: «Tamer insisteva perché gli accenti palestinesi fossero realistici, e anche i tagli tra musica e dialoghi sono stati studiati in dettaglio. Volevamo che tutto fosse perfetto. E parlo al plurale perché non mi voglio prendere il merito. Tutto il cast ha collaborato per realizzare questo film e ognuno ha portato esperienze e punti di vista unici».

Udi Aloni cita poi il suo mentore, Juliano Mer-Khamis, ex regista ed attivista politico, ucciso misteriosamente da un attentatore con il volto coperto. «Era arabo-israeliano. Anzi, come diceva lui: "Cento per cento israeliano e cento per cento palestinese". Mi ricordo ancora quando mi disse: "L'unico modo che ho per provare che sono un israeliano è dimostrare che sto con i palestinesi"È un insegnamento che non ho mai scordato».

Junction 48 lascia lo spettatore con un senso di irrisolto, lo stesso sentimento che si prova quando qualcuno prova a raccontare la storia della questione palestinese. «È la vita che è così,» dice Samar Qupty, «non si sa mai se ci sarà un lieto fine, eppure la speranza è l'ultima a morire».

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Torino.

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Questo articolo fa parte del progetto editoriale Mov(i)e to Berlin, una collaborazione tra le redazioni locali di cafébabel Torino e cafébabel Berlino. Nel quadro di questo progetto, le due redazioni offrono copertura bilingue del TFF e della Berlinale, attraverso uno scambio dei propri reporter.