Cultura

Jeff Israely: «Sarkozy è l’uomo politico che Berlusconi vorrebbe essere»

Articolo pubblicato il 14 aprile 2009
Articolo pubblicato il 14 aprile 2009
Intervista con il giornalista 41enne americano, corrispondente per l’Europa meridionale del Time, che oggi vive a Parigi. Ha appena pubblicato Stai a vedere che ho un figlio italiano. Un riassunto della mentalità italiana? «Giocare al pareggio». Parliamo di Saviano, di Sarkozy e, ovviamente, di Berlusconi.

Se sei un italiano all’estero devi portare il fardello delle battute sul Paese: mafia, pasta, mamma, simulazioni nel calcio, Chiesa, bella vita... Tutti immortali e tutti più o meno veri. Negli ultimi quindici anni questo concentrato di luoghi comuni è incarnato in Berlusconi, cosa che scatena tutta una serie di burle che vanno dal compatimento, al giudizio, fino alla messa in discussione della stessa democrazia del sistema italiano. L’immigrato si difende dallo stereotipo ma, al tempo stesso, il suo assestamento all’estero avviene sull’identità nazionale. In altri termini: mai sentita tanto italiana da quando in Italia non vivo più. Banale quanto reale.

Per caso capito sul libro – Stai a vedere che ho un figlio italiano (Mondadori 2009)– di un personaggio del quale leggevo gli articoli ripresi da Internazionale: Jeff Israely è un giornalista americano, corrispondente prima dell’Associated Press e del Boston Globe, poi per il Time dall’Italia, dove ha vissuto per dieci anni, sposato un’italiana e fatto due figli. Una conversazione dove confronta l’Italia e gli Usa, gli Usa e l’Europa.

«Non si vive di solo pane, e neanche di deliziose bruschette»

Nel descrivere la moglie usa il termine “grazia europea”. E che sarà mai? «Intelligenza, il talento semplicemente nel vivere e saper stare con la gente. L’insieme di culture dalle quali siete formati risalta nella quotidianità. Diciamo che se la prospettiva americana è l’ambizione, voi avete una “grazia” nello stare nel presente». Lusinghiero: che è un po’ l’effetto del libro. Ti fa sentire orgoglioso e deluso (ma non imbarazzato) della tua appartenenza nazionale. Se si tratta, invece, di descrivere gli italiani, parla di “soft power”: «È il modo in cui riescono a farsi amare con le cose più belle: la simpatia, il cibo, l’umorismo, la cultura. Il rovescio della medaglia è che quest’abilità di “fare simpatia” spesso loro basta». Vista da New York e da un Paese dove l’immobilismo è sconosciuto, questa inettitudine al rischio, che diventa un continuo «giocare per il pareggio», ha come risultato la persuasione che «non si deve rischiare, che le cose debbano stare come sono». Detto in altri termini: «Non si vive di solo pane, e neanche di deliziose bruschette».

Caso Sud, caso Saviano, caso Italia

Da un anno, grazie ad una promozione della moglie e a un’occasione al Time, Israely e la famiglia si sono trasferiti a Parigi, anche perché se i figli fossero «un po’ meno italiani» non sarebbe poi un male. Ho l’occasione di incontrarlo in un bistrot Marais, nel quale ho la pessima idea di scegliere il tavolo vicino alla porta: il più freddo e rumoroso. Torniamo all’immobilismo . È visibile nei grandi scandali della società italiana: storie che i media passano per mesi, dibattiti infiniti, urla... e poi tutto resta com’è. Questo vale per il terrorismo degli anni Settanta, per la politica e in ultimo, il “caso Saviano”. «Eh... effettivamente Saviano ha scritto un bellissimo libro e fa bene a fare quello che fa – andare in giro per far capire il mondo della criminalità organizzata e il Sud – ma c’è il rischio che il sud e le mafie vengano ridotti a Saviano». Nonostante la letteratura sulle “Mafie” abbia tradizione antica, «pare che questo in Italia sia l’unico modo di parlare delle cose: tutto è un caso. Il “caso Saviano” andrà avanti. Ma il vero problema è il “caso Sud”, non quello Saviano».

Berlusconi e la democrazia

Per un corrispondente in Italia Berlusconi, più Mafia e Papa – a cui Israely ha dedicato un libro, Benedetto XVI. L'alba di un nuovo papato, con Gianni Giansanti (WhiteStar 2007) – sono il pane quotidiano: «Noi giornalisti stranieri abbiamo cercato di capire se Berlusconi significa qualcosa per il resto dell’Occidente: un personaggio mediatico, hollywoodiano, che si può paragonare a Ronald Reagan o a Schwarzenegger. Mentre Schwarzenegger ora fa il governatore più o meno serio, e Reagan è considerato uno dei grandi uomini politici del Ventesimo secolo, al punto che pochi ricordano che fosse un attore, Berlusconi è al quindicesimo anno in politica e sembra più che mai un comico. Allo stesso tempo, il sistema politico e il Paese sono nelle sue mani. La cultura e la mentalità italiane sono state cambiate da Berlusconi. Io sono americano: non criticherei Berlusconi per aver portato la “cultura del privato” nel mondo televisivo. Il problema è che poi si è buttato in politica, continuando a fare anche il resto».

Molti, in Italia e all’estero, mettono in dubbio, per questo, i fondamenti democratici dello Stato italiano. Israely argomenta sorridendo, e mi viene in mente che assomiglia Peter Sellers: «L’Italia resta una democrazia, ma da studiare. È un po’ bloccata, soprattutto da un sistema di informazione lungi dall’essere “perfettamente democratico”. Sicuramente dipende da Berlusconi, ma prima di lui la Rai era lottizzata dalla politica. C’è una parte dell’elettorato disinteressata dalla politica e lui riesce a comunicare in modo semplice, con battute a volte “tremende”. Il fenomeno Berlusconi non è solo il conflitto d’interessi: capisce qualcosa della comunicazione, nel senso più generale della parola».

«C’è una parte dell’elettorato disinteressata dalla politica e lui riesce a comunicare in modo semplice, con battute a volte “tremende”»

E visto che siamo in Francia, e i paragoni tra Sarkozy e Berlusconi (così come le discussioni su chi sia peggio) si sprecano, mi ci avventuro: «Dopo dieci anni in Italia, la Francia ti dà un’idea di cosa potrebbe essere l’Italia con una spinta in più verso il futuro, verso il mondo. Un paragone Berlusconi-Sarkozy? Si potrebbe dire che Sarkozy è la versione riuscita dell’uomo politico che Berlusconi vorrebbe essere. Sarkozy non sta forse cercando di rifare la Francia a sua immagine e di far entrare il “sarkozysmo” nella mentalità della gente? Ma ha ancora molto da fare per raggiungere il Cavaliere!». Comunque c’è ancora molto da capire su Berlusconi: «Volevo scrivere un libro su di lui ma è troppo presto forse. Per capire cosa è successo devo aspettare che la sua avventura, almeno politica, sia finita. Ma forse, non è successo niente...».

Ci sono un paio di personaggi sui quali non posso esimermi dal chiedere un'opinione:

Giuliano Ferrara: «Ferrara è un bene che ci sia, e la stessa cosa vale per Sgarbi. Tra l’altro per capire l’Italia basterebbe studiare la biografia di Ferrara. Il buono di queste persone è che riportano il dibattito sulle questioni reali come, ad esempio, l’aborto. In Italia non c’è un dibattito reale sull’aborto. Neanche i vescovi dicono “dobbiamo cancellare la 194” ma parlano di procreazione assistita. Se il centro sinistra fosse un centro sinistra serio Ferrara sarebbe un bene perché tirerebbe fuori i problemi veri».

Gianfranco Fini: «Tutti gli italiani si chiedono “che pensa veramente Fini? È ancora fascista?” Il punto non è tanto quello che pensa, ma quello che dice pubblicamente e l’operazione di “pulizia” che ha fatto. Si tratta di un’operazione di “cambiamento” della propria linea storica. Credo che non si possa chiedere ad un personaggio pubblico di fare di più. Bisogna considerare che la gente lo ascolta. Quando dice che “Mussolini non è stato il più grande statista del Ventesimo secolo” si deve capire che la sua gente lo guarda e che questo ha un impatto. Le affermazioni pubbliche sono quelle veramente importanti, e lui sono sette anni che lo sta facendo. Ma il problema di Fini è lo stesso della politica italiana: gioca per il pareggio. Stuzzica Berlusconi, ma poi ci crea un partito unico. Berlusconi è ingombrate sia per la destra che per la sinistra. E Fini non ha ancora capito come gestire Berlusconi. Sembra però sia bravo a gestire i suoi».

E sul blog della redazione di Torino una recensione di Stai a vedere che ho un figlio italiano.