Cultura

Jasmila Zbanic:"Chiunque può provare il dolore bosniaco"

Articolo pubblicato il 07 maggio 2014
Articolo pubblicato il 07 maggio 2014

Ja­smi­la Zba­nic è una re­gi­sta molto le­ga­ta alla sto­ria del suo Paese, di cui de­si­de­ra con­di­vi­de­re il do­lo­re e le ci­ca­tri­ci. Il suo obiet­ti­vo è mo­stra­re la Bo­snia da di­ver­si punti di vista e at­tra­ver­so sto­rie di­ver­se. In que­sta in­ter­vi­sta, ci rac­con­ta di "For those who can tell no tales", film bello ed in­ten­so sul tra­gi­co pas­sa­to bo­snia­co. 

"Vo­le­vo crea­re qual­co­sa che mi aiu­tas­se a de­scri­ve­re il mio Paese a ven­t'an­ni dalla guer­ra", spie­ga Ja­smi­la Zba­nic. Gra­zie ad un'a­mi­co, è ve­nu­ta a co­no­scen­za di que­st'o­pe­ra tea­tra­le ba­sa­ta sul­l'e­spe­rien­za per­so­na­le a Vi­se­grad (Bo­snia) di Kym Ver­coe, scrit­tri­ce, dram­ma­tur­ga e at­tri­ce au­stra­lia­na. Fa­mo­sa per il ponte e la sua ar­chi­tet­tu­ra, la città è in real­tà il sim­bo­lo delle atro­ci­tà per­pe­tra­te du­ran­te la guer­ra. 

Ca­fé­ba­bel: Qual è il tuo rap­por­to con la città di Vi­se­grad? 

Jas­mila Zba­nic: Ho sen­ti­to cosa è suc­ces­so a Vi­se­grad quan­do la guer­ra è co­min­cia­ta, nel 1992, ma c'ero stata solo una volta prima di allora, per non tor­nar­ci mai più. No­no­stan­te sia solo ad un'o­ra da Sa­ra­je­vo, in con­fron­to mi sem­bra che Pa­ri­gi sia più vi­ci­na. Quan­do de­ci­dem­mo di fare que­sto film, l'ab­bia­mo fatto anche per guar­da­re den­tro noi stes­si. Mi sono chie­sta per­ché anch'io, in un certo senso, aves­si ne­ga­to l'im­por­tan­za di que­sta città. Quan­do vivi in Bo­snia, ci sono molte sto­rie dram­ma­ti­che che in qual­che modo devi far finta di non sen­ti­re e non ve­de­re per poter vi­ve­re e an­da­re avan­ti. Per me è stata una vera sfida realizzare que­sto film, a causa delle pro­ba­bi­li rea­zio­ni del pub­bli­co. Avevo paura, na­tu­ral­men­te.  

Ca­fé­ba­bel: L'at­mo­sfe­ra del film è molto tesa... È così che ci si sente ve­ra­men­te a Vi­se­grad? 

Jas­mila Zba­nic: Al­l'i­ni­zio pen­sa­vo di sen­tir­mi così per­ché sa­pe­vo cosa fosse ac­ca­du­to lì, dopo però, in molti mi hanno detto che pro­va­va­no la stes­sa sen­sa­zio­ne pur non sa­pen­do nien­te. Que­sti si­len­zi met­to­no una certa pres­sio­ne ed é un po' l'at­mo­sfe­ra che si av­ver­te in tutta la città. 

Ri­pren­den­do il po­te­re poe­ti­co

Ca­fé­ba­bel: Ma allo stes­so tempo ha un forte po­te­re poe­ti­co...

Jas­mila Zba­nic: Sì, è per que­sto che ne sono così af­fa­sci­na­ta. Que­sto ponte è am­bi­guo, per­ché è bello e spa­ven­to­so allo stes­so tempo. Il fiume è cer­ta­men­te suggestivo, ma quan­do si viene a sa­pe­re di quan­ti ca­da­ve­ri c'e­ra­no den­tro, si prova un sen­ti­men­to di­ver­so. Mi è pia­ciu­ta que­sta am­bi­gui­tà, per­ché non si è mai certi della bel­lez­za delle cose. 

Ca­fé­ba­bel: In quali con­di­zio­ni avete fatto le ri­pre­se?

Jas­mila Zba­nic: Nel 2006, avevo già fatto un film sugli stu­pri di massa ("Gr­ba­vi­ca", vin­ci­to­re del­l'Or­so d'Oro al 56e­si­mo Fe­sti­val In­ter­na­zio­na­le del Film di Ber­li­no) e su ogni gior­na­le i po­li­ti­ci mi hanno ac­cu­sa­ta di es­se­re con­tro i serbi per­ché ho am­mes­so che que­sti cri­mi­ni di guer­ra sono ef­fet­ti­va­men­te ac­ca­du­ti. Du­ran­te l'or­ga­niz­za­zio­ne delle ri­pre­se, ab­bia­mo par­la­to con la gente del luogo che ten­ta­va di dis­sua­der­ci dal gi­ra­re un film del ge­ne­re per­ché non sa­reb­be stato pru­den­te. For­tu­na­ta­men­te, un mio amico e re­gi­sta serbo ha ac­cet­ta­to di ve­ni­re con noi, e ha fun­zio­na­to. 

Il trai­ler di "For those who can tell no tales"

Ca­fé­ba­bel: Quan­do hai de­ci­so di fare un film ba­sa­to sul­l'o­pe­ra tea­tra­le di Kym Ver­coe?

Jas­mila Zba­nic : Nel 2012 erano pas­sa­ti già 20 anni dal­l'i­ni­zio della guer­ra (al­lo­ra avevo solo 17 anni), e mi tro­va­vo nella stra­na con­di­zio­ne di non po­ter­la de­scri­ve­re, di non po­ter­la chiu­de­re in una sca­to­la e dire "è fi­ni­ta". Così ho vo­lu­to fare qual­co­sa che mi aiu­tas­se a ca­pi­re come ap­pare oggi il mio Paese at­tra­ver­so una sto­ria che af­fron­tas­se que­sto ar­go­men­to. Per puro caso, ho tro­va­to la mia sto­ria guar­dan­do l'o­pe­ra tea­tra­le di Kym Ver­coe. Ne sono ri­ma­sta su­bi­to af­fa­sci­na­ta per­ché par­la­va di emo­zio­ni, di quan­to que­sto Paese sia bello e me­ra­vi­glio­so in su­per­fi­cie, ma anche di quan­te cose stia­no suc­cedendo an­co­ra oggi. Esat­ta­men­te il con­tra­sto che av­ver­to quan­do mi trovo da quel­le parti.

Ca­fé­ba­bel: Ti ha sor­pre­sa il fatto che qual­cu­no così lon­ta­no, ad­di­rit­tu­ra dal­l'Au­stra­lia, fosse in­te­res­sa­to alla Bo­snia? 

Jas­mila Zba­nic : Sì, cer­ta­men­te. Kym (che nel film re­ci­ta la parte di sé stes­sa) ha sco­per­to Vi­se­grad per caso, du­ran­te un suo viag­gio nei Bal­ca­ni. Ha de­ci­so di vi­si­ta­re la città e ha pro­va­to delle emeo­zio­ni molto forti. Si trat­ta della prova del fatto che tutti gli es­se­ri umani siano ugua­li e che, in­di­pen­den­te­men­te dalla na­zio­na­li­tà, tutti pos­soano pro­va­re tali sen­sa­zio­ni. Il do­lo­re che de­ri­va da que­sti cri­mi­ni può es­se­re per­ce­pi­to da chiun­que, non é ne­ces­sa­ria­men­te un do­lo­re "bo­snia­co".

Un in­te­ro si­ste­ma che na­scon­de i cri­mi­ni di guer­ra

Ca­fé­ba­bel: I cri­mi­ni di guer­ra sono an­co­ra un tabù nel tuo Paese? 

Jas­mila Zba­nic: I re­spon­sa­bi­li delle atro­ci­tà non pos­se­de­va­no nulla prima della guer­ra e oggi sono dei mul­ti­mi­lio­na­ri re­stii ad am­met­te­re le pro­prie colpe. Cer­ca­no di in­stil­la­re paura e odio nelle per­so­ne af­fin­ché que­ste non pen­si­no a loro come degli spe­cu­la­to­ri. Il tabù nasce pro­prio dalla presenza di tali personaggi che, ben in­te­gra­ti nella so­cie­tà, esercitano ancora un certo po­te­re in po­li­ti­ca, nei media, nel­l'e­du­ca­zio­ne e nella po­li­zia.

Ca­fé­ba­bel: Le mac­chi­ne della po­li­zia che cir­co­la­no per le stra­de di Vi­se­grad ci danno una chia­ra im­ma­gi­ne di que­sta pres­sio­ne po­li­ti­ca...

Jas­mila Zba­nic: Sì, c'è un in­te­ro si­ste­ma che na­scon­de que­sti cri­mi­ni di guer­ra. È una città talmente piccola che, quan­do la popolazione locale ve­de ar­ri­va­re degli stra­nie­ri, pen­sa­ immediatamente che si tratti di ispettori di un tri­bu­na­le in­ter­na­zio­na­le e cer­ca­ di scac­ciar­li. Du­ran­te la guer­ra, molti di que­sti cri­mi­na­li sono ri­ma­sti nei tri­bu­na­li e negli uf­fi­ci della po­li­zia. Spes­so pen­sia­mo che la guer­ra sia fi­ni­ta, che tutti i cri­mi­na­li se ne siano an­da­ti, ma la verità è che soltanto in pochi sono stati por­ta­ti davanti a un tribunale e la mag­gior parte è ri­ma­sta do­v'e­ra mentre con­du­ce una vita nor­ma­le. 

Ca­fé­ba­bel: È un film sul do­ve­re di ri­cor­da­re? 

Jas­mila Zba­nic : Ciò che mi ha per­so­nal­men­te spin­to a realizzare que­sto film sono state le azio­ni di Kym, il modo in cui lei ha rea­gi­to quan­do ha sco­per­to que­sti cri­mi­ni. Penso che nella vita ci venga in­se­gna­to ad agire pas­si­va­men­te, ma delle pic­co­le azio­ni pos­so­no pro­vo­ca­re gran­di rea­zio­ni a ca­te­na, come è suc­ces­so nel caso della sua opera tea­tra­le che è di­ven­ta­ta il mio film. Adesso, la sto­ria sta fa­cen­do il giro del mondo e sem­pre più per­so­ne ven­go­no a conoscenza di questi fatti...

Ca­fé­ba­bel: Che cosa ti spin­ge a fare film sul tuo pro­prio Paese? 

Jas­mila Zba­nic: Ho scel­to di girare questo film per via della mia pas­sio­ne o os­ses­sio­ne su certe sen­sa­zio­ni, certi ar­go­men­ti. E per me, non ha senso realizzare una pellicola se non si tratta di un'esperienza in grado di portare un cam­bia­men­to dentro me stes­sa. Si, i film mi cam­bia­no molto, so­prat­tut­to quan­do la­vo­ro in grup­po e quan­do cia­scu­no porta il suo punto di vista. Ho un team molto forte com­po­sto da gente da tutta Eu­ro­pa che riesce a sprigionare un'energia davvero incredibile!