Cultura

Ivan Rajmont: «E se parliamo di cultura (europea)?»

Articolo pubblicato il 10 marzo 2007
Articolo pubblicato il 10 marzo 2007
Ha messo in scena Milan Kundera e Tom Stoppard. Ha vinto il Max Prize a Praga. Ora, a 61 anni, spiega perché il teatro europeo non esiste. Ma la cultura sì.

La vittoria è ancora fresca. Sono passati appena due giorni da quando Ivan Rajmont, 61 anni, è stato premiato col “Max Prize 2006” durante il Festival della lingua tedesca al Teatro di Praga. Rajmont, cèco, ha curato la regia de L’ampio paese di Arthur Schnitzler, opera teatrale scritta nel 1911. Ci incontriamo nel suo accogliente ufficio, presso il palazzo Kolovrat, nel centro di Praga. «È come un periodo di transizione. Qualcosa è finito, ma qualcos’altro deve iniziare. È un ricercare i valori che mi aiuterebbero ad orientarmi nella realtà», dice il direttore, sorseggiando the verde e andando con la mente alla rielaborazione della pièce tedesca.

Un regista rock 'n' roll

Di certo Rajmont non è un intellettuale eccentrico. Mi accoglie sorridente, vestito con una giacca scura, una maglietta nera e dei jeans. Stretto tra il suo computer e un mini impianto stereo stringe un cellulare in mano.

Un ambiente che si addice al ruolo che ricopre: è uno dei maggiori registi contemporanei. Negli anni Settanta diresse l’opera di Milan KunderaJacques e il suo padrone, accolta dalla critica come una delle migliori produzioni della storia recente. È stato il primo regista del Teatro Nazionale di Praga dopo la Rivoluzione di velluto del 1989, dove lavora ancora oggi. Il prossimo mese ci sarà la prima di Rock ‘n’ roll, l’ultima opera di Tom Stoppard.

Teatro europeo, anzi no

Quando parliamo di teatro (contemporaneo) rifiuta la definizione di “teatro europeo”. «Non può esserci una definizione univoca, grazie a Dio! Ogni Paese ha la sua cultura specifica: il teatro italiano è diverso da quello ungherese, che è a sua volta distante da quello norvegese. Ma per noi è importante incontrarci. Trovo fantastico il festival del Theatre European Regions che si tiene ogni anno a Hradec Králové, in Boemia. Austria e Germania sono le culture meglio rappresentate, perché investono molto denaro in questi progetti, anche se questi non danno un immediato riscontro economico. Invece in Repubblica Ceca la gente pensa troppo al profitto», spiega Rajmont.

«Il teatro è lo specchio di ciò che ci circonda più da vicino. E mostra la vita da punti di vista differenti. Oppure fa vedere alla platea i problemi che tutti condividiamo. È in quei momenti, quanto il teatro è schietto e sincero che diventa “teatro universale”, perché tocca aspetti che ricorrono ripetutamente allo stesso modo in ogni parte del mondo», continua Rajmont mentre si distende nella sua poltrona.

Cultura & istituzioni in Europa

Milan Knížák, direttore esecutivo della Galleria nazionale di Praga, ha sostenuto, nel corso di un dibattito organizzato da cafebabel.com, che la cosa migliore che può fare l’Unione Europea per la cultura europea è non fare nulla. «Knížák dice “lascia che esista in se stessa”. Io invece dico “permetti che esista”», risponde Rajmont. «Ogni istituzione tenta di influenzare l’ambiente circostante. Ma anche la cultura, aiutata in questo modo, potrebbe un domani dire la sua, contro quelle stesse istituzioni». E, aggiunge, l’Ue dovrebbe permettere alla cultura europea di progredire. «Oggi si tende a dimenticare che la cultura riguarda le cose che fanno parte della nostra vita di tutti i giorni. L'Ue deve quindi essere più attiva».

Ma cosa influenza maggiormente il teatro contemporaneo? Lo sguardo di Rajmont corre verso un manifesto di un suo grande successo. Riflette un po’, poi risponde: «Stiamo andando verso una strana era, per il teatro. Le opere contemporanee si concentrano su piccole cose, su problemi più evidenti. Manca una visione globale. Ci sono rappresentazioni con 4 o 5 attori, ma le produzioni per 20 attori costano troppi soldi. E nessuno è pronto a darti così tanto denaro, al giorno d’oggi».

Spesso i politici parlano di “vecchia” e “nuova” Europa. Ma che dire dell’esperienza storica vissuta dagli Stati dell’Europa Centrale e dell’Est? E di quello che potrebbero portare al dialogo paneuropeo? Sarebbe interessante se l’esperienza teatrale di questi Paesi riuscisse ad arricchire anche il resto del nostro continente. «Penso sia impossibile creare due blocchi contrapposti, “Est” ed “Ovest”, all’interno della cultura europea. È vero che il raggruppamento crea una certa pressione, ma le risposte a questa pressione variano da Paese a Paese», spiega Rajmont.

E cosa dire del paradosso scaturito della libertà di parola, che provoca a volte una sovrapproduzione addirittura nociva per la cultura? «Accade lo stesso anche per il libri. C’è una grande quantità di eccessi oggi nelle librerie, ma anche molti libri splendidi. È così per tutto, è molto difficile distinguere, c’è troppo in giro», aggiunge pensieroso, guardando con ansia l’ora. È tempo di andare: lui alla sua lezione all’Accademia di Belle Arti, io a ripensare alle mie convinzioni sul teatro europeo e alla possibilità che, un giorno non troppo lontano, questo possa davvero unificarsi.