Cultura

Inside Fraser Anderson

Articolo pubblicato il 18 marzo 2015
Articolo pubblicato il 18 marzo 2015

«Un uomo, una chitarra». È così, secondo la miglior definizione del folk, che la musica di  Fraser Anderson viene spesso presentata. Ed è evidente come questo artista scozzese, fresco del suo terzo album, abbia segnato la fine di vent'anni di magra.

Racconto di una vita passata tra corde, Scozia e un paese sperduto dell'Ariège, sui Pirenei. 

Un uomo avanza circondato dal freddo, tra la neve, riuscendo a malapena a tenersi su il colletto del cappotto. Carico come un mulo, chitarra alla mano, entra in un teatro deserto. Arrivato sul palco, inizia ad accarezzare le corde e canta a squarciagola una triste canzone. Poi va in bagno, lo sguardo perso nel vuoto, e si ferma davanti a un messaggio pressoché illeggibile, rimasto lì, su uno dei muri. Una scritta che dice: «What are you doing?».

«Una cazzo di leggenda»

Questa non è la storia di Fraser Anderson. È quella di Llewyn Davis. Ciononostante, la sceneggiatura scritta da Joel ed Ethan Coen per il loro ultimo film fa decisamente pensare alla vita di Anderson. La musica, prima di tutto. Bella, semplice, diretta, quasi automatica. Poi la loose. Il vagabondaggio, il freddo, la miseria e le sale vuote. Quando incontro questo cantante scozzese, lui non ha i tratti di un uomo che sembra aver appena attraversato il deserto. Mi trovo ad avere a che fare con un tipo piazzato, ben curato, stretto in un elegante gilet da vestito da sera. Ha tagliato la barba e sbottonato leggermente la camicia in rispetto del suo soprannome, hairy angel, che certi critici inglesi gli hanno appioppato nel giro di un batter d'occhio. Lui ordina una pinta di Weiss con una fetta di limone e poi la posa delicatamente sul sottobicchiere. Alla fine, l'unica occhiata alla vita da cani di Fraser Anderson resterà il bar in cui mi ha dato appuntamento, L'Imprévu, incastrato la le piccole vie che circondano il Centre Pompidou.

Se Fraser si sente a suo agio nelle sue scarpe scamosciate, quello che ha fatto di recente ha un sapore del tutto inedito. Dopo 20 anni di tribolazioni musicali, l'artista ha firmato un contratto con un'etichetta. Un'etichetta vera. Prima, faceva tutto da solo. Né troppo veloce, né troppo bene. Adesso, invece, è al suo terzo album, Little Glax Box. E le cose sono andate per forza un po' meglio. «Tu non puoi sapere  fino a che punto io mi senta sollevato», mi dice con un gesto di conforto. Questo album Anderson lo aveva già fatto uscire nel 2010, ma senza una concreta rete distribuzione alle spalle. «Ne vendevo una trentina di copie dopo i concerti, nel bagagliaio della mia auto». E dire che all'epoca quello era il male minore. Almeno aveva qualcosa da vendere. «Avevo realizzato l'album grazie ai soldi raccolti dalla comunità del piccolo villaggio francese in cui vivevo (nell'Ariège, sui Pirenei, ndr). Le persone amavano i concerti che improvvisavo a casa mia. Così avevano deciso di aiutarmi». Un vero e proprio crowdfunding old-school che permette a Fraser iniziare a incidere in Linguadoca. Ma i soldi serviranno soprattutto a produrre l'album che Fraser Anderson sognava da una vita, ben arrangiato da dei musicisti che aveva sempre sperato di far registrare. Ma sognare costa caro e, nel giro di poco, di quei soldi non rimane niente.

Fraser Anderson - « Rags and Bones »

Little Glass Box racconta la storia di un uomo incapace di vivere i suoi sogni e che, un bel giorno, decide di metterli nero su bianco all'interno di una scatola di vetro, in modo da trovare sempre il coraggio per andare avanti. È più o meno quello che, una sera, ha deciso di fare l'autore della canzone. Decisamente ubriaco, ha finito per scrivere a Danny Thompson - contrabassista di Nick Drake, John Martyn, Kash Bush – una semplice frase: «Do you wanna work with me?». L'indomani, con lo stesso stile, è arrivata la risposta: «Let’s do it!». Fraser, allucinato, ha deciso in tutta fretta di mettercela tutta per realizzare il suo sogno di ragazzo. Qualche mese più tardi era in uno studio di Londra insieme al suo idolo. «In un primo momento, quando ha cominciato a suonare dietro di me, ho pianto. Per me, quest'uomo ha lavorato coi più grandi. È una cazzo di leggenda». 

Dalla disgrazia a Mirepoix

Nel corso della sua carriera, Fraser Anderson ha frequentato i più grandi nomi della scena musicale. Douglie Mac Lean, idolo della canzone scozzese. Oppure Chuck Berry, con cui ha suonato durante la prima parte di una tournée ma con cui non ha mai parlato. Eppure la storia di questo nativo di Edimburgo non può che assomigliare a quelle di tanti musicisti folgorati dal folk. Artisti dall'anima grigia, spesso soli, a cui non è rimasto che la chitarra e la voce come mezzo d'espressione. La vera vita d'artista di Fraser inizia col suo primo sacrificio. Appena uscito da un'accademia di musica in Scozia, sua moglie gli propone di vendere la loro casa per permettergli di registrare il suo primo album. «Lei credeva veramente nella mia musica. Poi abbiamo divorziato, quindi credo che ne abbia avuto abbastanza» spiega, scoppiando a ridere. Ma non subito dato che, dopo un primo fallimento commerciale, lei ha continuato a spingere il marito, incoraggiandolo a tentare la fortuna all'estero. «Abbiamo appoggiato una cartina sul pavimento e, ad occhi chiusi, abbiamo puntato il dito su un luogo a caso», racconta l’artista. E il caso non li ha mandati troppo lontano: Bordeaux. Ma la coppia, che aveva già due bambini, preferisce trasferirsi in un paesino sperduto dell’Ariège, più precisamente a Mirepoix, per aiutare durante un festival. E lì è rimane.

«Non ho voglia di parlare male di quel posto. Ci sono rimasto sei anni, adoro la regione, adoro Carcassonne, adoro Tolosa. Ma credo anche di non essermi mai sentito veramente a casa là». La decisione di restare a Mirepoix non rispondeva soltanto a dei bisogni artistici. Gli Anderson volevano che i propri figli crescessero bilingui. Fraser, invece, conosceva appena qualche parola di francese ed ora non ricorda che qualche espressione. Lavorava per dei muratori inglesi e la sera si isolava per comporre. «La vita era dura. In inverno faceva molto freddo e noi, nella nostra casa, non avevamo nemmeno il riscaldamento. All'epoca ero ossessionato dal pensiero di riuscire a dare da mangiare alla mia famiglia», si confida. Poco dopo essersi trasferito nel sud della Francia, è successo qualcosa che gli ha spezzato il cuore. Un giorno di primavera, mentre rientrava da un breve tour, ha visto da lontano i suoi due figli in giardino, dietro a un tavolo, intenti a vedere delle prugne per riempire le dispese vuote. «È un ricordo terribile per un padre - si lascia sfuggire, distogliendo lo sguardo - spero che questo abbia insegnato loro certe cose».

Ciononostante, Fraser non ha mai pensato di abbandonare la musica. Come spesso accade con questo tipo di storie, sono state la sua tenacia e le sue convinzioni a farlo uscire dalla miseria. Con un'idea: organizzare dei concerti a casa sua. «Ho chiesto al Comune di prestarmi delle sedie. Noi abbiamo sistemato la casa in modo da farla sembrare un posto accogliente e la gente ha cominciato a venire. Dopo un mese, tutte le sere non c'era una sedia che rimanesse vuota», racconta questo superstite. Il pubblico dell'Ariège apprezza e inizia ad aiutare l'emigrante in modo da permettergli di incidere le sue canzoni. Il resto è storia. Pure già scritta da qualche parte. 

Oggi, le mani di Fraser toccano esclusivamente strumenti musicali. Trasferitosi a Bristol, adesso ha un'entourage che «si occupa delle seccature». Quando gli chiedo di tornare a parlare dei suoi 20 anni di carriera disgraziata - e alla sua assenza dai circuiti commerciali - lui sorride e mi risponde saggiamente: «La mia musica la concepisco come un fuoco interiore, come un qualcosa che brucia. I pezzi che scrivo sono intimamente legati a delle sensazioni che non riesco a spiegare. Quindi, andare a cercare il lato commerciale della cosa...». La musica folk trabocca da questo genere di testimonianze di artisti incapaci di comprendere da dove provengano non solo le proprie canzoni, ma anche le sensazioni che queste evocano. Nella canzone che dà il titolo al suo ultimo album, Fraser non smette di chiedersi "Io chi sono?". E, in qualche modo, si tratta pure di una fortuna. Sarebbe stato troppo facile rendere la vita di Fraser Anderson del tutto simile a quella di Llewyn Davis. Quando gli chiedo se si sia mai messo a confronto con l'(anti)eroe dei fratelli Coen, lui mi guarda dritto negli occhi, furtivo, con il ghigno di un ragazzo che sta per fare una battuta, e mi risponde così:  «No, mai, io odio i gatti». 

Da ascoltare : Fraser Anderson - Little Glass Box (Membran/2015)