Cultura

Inger Christensen: una poetessa danese che meritava il Nobel

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2009
Articolo pubblicato il 05 febbraio 2009
Perché imparare il gallese? Tanto in Galles parlano tutti inglese comunque. Perché imparare il fiammingo, difficile da pronunciare, il finlandese, che è quasi impossibile, il presuntuoso catalano, o il danese, che è parlato così poco? Eppure quando questa poetessa sperimentale danese è morta il 2 gennaio 2009 a Copenaghen, un linguaggio considerato “perdente” ha perso la sua voce più bella.

Non amo particolarmente leggere Shakespeare. Lo trovo fuori moda, troppo teatrale. Le "parti divertenti" non sono poi così divertenti. Leggere Herman Hesse è un po' come lavorare: la vera soddisfazione arriva quando sei già troppo stanco. Non leggerei mai due volte un libro scritto da Umberto Eco. Ma i versi della poetessa danese Inger Christensen sono come quella musica che ti rende dipendente, quella che ti fa ascoltare dei pezzi in repeat fino a che il tuo compagno di stanza non torna a casa (anche se la funzione repeat è da teenager). Quel tipo di cosa che ti fa venire voglia di parlarne a tutti. E caspita se ne ho parlato, di Inger Christensen, nata a Vejle, lungo la costa orientale della Danimarca, nel 1935. Tutti sapevano della mia passione per i suoi scritti, tanto che ho appreso della sua morte da un commento sulla mia pagina di facebook. 

(Foto fatta a Steffansgade, Nørrebro, da.susanne/ Flickr)

Alphabet woman

Questa ex-insegnante di arte, madre di un figlio, è morta tre settimane prima di celebrare il suo settantaquattresimo compleanno. Con lei, la mia madrelingua ha perso la sua voce più bella. Da quel giorno la sua opera ha raggiunto le vette delle classifiche di vendita in Danimarca. I media nazionali sono stracolmi di programmi, articoli e tributi. Ha avuto tutto tranne il premio Nobel, dicono, qualsiasi cosa questo significhi. Non se ne parlava da un po': Inger Christensen non ha più pubblicato poesia dopo il capolavoro Sommerfugledalen (La valle della farfalla) del 1991.

Dopo le due opere precedenti – Det (Quello, 1969) una poesia semi-politica di 239 pagine e l'incantevole successo internazionale Alfabet (Alfabeto, 1981) – in entrambe le si è cimentata con severe strutture matematiche, linguistiche ed alfabetichen ne La valle della farfalla ha portato la sua poesia – e più in generale la poesia danese – ad un livello superiore. La forma con cui è scritta La vallata della farfalla è il sonnet redoublé: una sequenza di 15 sonetti in cui l'ultimo verso di ciascuno diviene il primo del seguente. I primi 14 sonetti formano dunque un ciclo. Il quindicesimo, cioè il principale, è composto dai primi versi degli altri 14 naturalmente in ordine consecutivo. Sembra un po' macchinoso? Prova a cercarlo su google. Questa struttura complessa e rigorosa rende quest'opera praticamente intraducibile per via delle rime e dei significati interconnessi tra i vari sonetti. Quando l'ho letto per la prima volta ne sono stato catturato, e mi sono convinto che tutto quello che sapevo sull'evoluzione della lingua e sull'etimologia (che non era tantissimo, lo ammetto) non aveva senso. Questa esperienza, così perfetta nella forma e nel contenuto, non è stata causata solamente da un ammasso di fenomeni casuali combinati in dei bei versi:era la ragione profonda per cui la lingua danese si era evoluta fino allo stato attuale. Come se tutte le parole utilizzate dall'autrice non fossero esistite prima che lei le modellasse, connettesse in frasi, e legasse in versi e sonetti come questi.

Una ragione per imparare il danese

La severità della forma è talmente impressionante che quando si descrive la poesia della Christensen ci si dimentica spesso di occuparsi dei significati: di che cosa scriveva? Solamente alfabeti e farfalle? Bè, è da lì che è partita. Ma nessuna delle sue opere poetiche tratta di pochi temi o argomenti. Ha

inserito l'intero universo e tutto ciò che ci sta dentro in ogni cosa che ha scritto: vita, morte, amore, dispiacere, gioia, amicizia, pazzia, arte, natura, sogni, memorie, realtà ed ogni altra cosa che possa essere nominata o a cui si possa solamente alludere. La poesia di Inger Christensen è da sola una ragione sufficiente per imparare il danese . So che adesso ci sarebbe bisogno di un esempio delle sue parole. Un brano di una poesia, o anche un singolo verso. Ma non posso forzarmi a farlo. Ho letto alcune traduzioni in tedesco e in inglese ma non assomigliano all'originale più di quanto "Il mio mini Pony" assomigli ad un vero cavallo.

Quindi: perché imparare il fiammingo o il finlandese o il catalano? Sinceramente no lo so. Ma il danese – quella lingua rozza e poco piacevole che viene dal piatto nord – ha un segreto. Un segreto caldo e confuso. Quando un linguaggio considerato "perdente" rimane senza la sua voce più bella, ringraziamo Dio che ci rimangano i suoi libri. Perché anche se Inger Christensen se ne è andata un mese fa, la sua poesia resta da sola una ragione sufficiente per cui imparare il danese. O almeno provaci, se sei in Erasmus a Copenaghen.