Cultura

In Utero Srebrenica: il documentario di un genocidio

Articolo pubblicato il 10 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 10 gennaio 2014

L’11 lu­glio 1995, a Sre­bre­ni­ca, in Bo­snia, più di 8 mi­la per­so­ne fu­ro­no ster­mi­na­te dalle trup­pe ser­bo-bo­snia­che di Ratko Mladić, ar­re­sta­to nel 2011 e ac­cu­sa­to di ge­no­ci­dio. In Utero Sre­bre­ni­ca è il rac­con­to in im­ma­gi­ni delle stig­ma­te di quel dram­ma. In­ter­vi­sta con Giu­sep­pe Car­rie­ri (re­gi­sta) e Gian­car­lo Mi­glio­re (di­ret­to­re della fo­to­gra­fia).

Ca­fé­ba­bel: Come nasce l’i­dea di In Utero Sre­bre­ni­ca?

L’i­dea nasce dalla pos­si­bi­li­tà di re­sti­tui­re alla sto­ria l’e­roi­smo delle donne bo­snia­che so­prav­vis­su­te al ge­no­ci­dio di Sre­bre­ni­ca. Quel­lo che av­ven­ne di­nan­zi al­l’i­ner­zia ge­ne­ra­le è pur­trop­po tri­ste­men­te noto. Ciò che in­ve­ce ab­bia­mo vo­lu­to rac­con­ta­re, è stata la re­si­sten­za po­st-bel­li­ca di mogli, madri, nonne, de­ci­se a non voler af­fi­da­re la me­mo­ria di quel­la tra­ge­dia a nu­me­ri scrit­ti col san­gue. La ri­cer­ca di re­si­dui ossei dei pro­pri cari, è stato per noi il sin­to­mo più pro­fon­do di un amore dram­ma­ti­co, tra­spo­sto nella sin­te­si reale di una quo­ti­dia­ni­tà do­lo­ro­sa, viva, an­co­ra pre­sen­te, che do­ve­va es­se­re tra­smes­so in qual­che modo. Alla base c’è l’e­si­gen­za di espri­me­re l’u­ma­ni­tà sof­fe­ren­te di que­ste donne. Non è un re­por­ta­ge. È piut­to­sto un’in­quie­ta poe­sia sulla ba­na­li­tà del male.

Ca­fé­ba­bel: Le scel­te sti­li­sti­che rag­giun­go­no punte estre­me di in­ti­mi­smo. Quali sono state le prin­ci­pa­li dif­fi­col­tà ri­scon­tra­te nella rea­liz­za­zio­ne del la­vo­ro?

Il film non segue la con­ca­te­na­zio­ne cau­sa­le dei fatti. La nar­ra­zio­ne è as­sen­te, o piut­to­sto de­bo­le. Si trat­ta di un per­cor­so, ma que­sto non vuol dire che il rac­con­to scom­pa­ia. Le no­stre scel­te si sono do­vu­te ne­ces­sa­ria­men­te adat­ta­re al­l’e­stre­ma fra­gi­li­tà del con­te­sto. Nel do­cu­men­ta­rio c’è un pas­sag­gio molto si­gni­fi­ca­ti­vo in cui una donna af­fer­ma che oggi in Bo­snia sono tre le do­man­de da non fare: “Che fa­ce­vi du­ran­te la guer­ra, come sta tuo ma­ri­to, come sta tuo fi­glio?”. A que­sto deve es­se­re ag­giun­ta l’e­stra­nei­tà ana­gra­fi­ca, quel­la geo­gra­fi­ca, ma so­prat­tut­to la pre­sen­za di un obiet­ti­vo. La vi­deo­ca­me­ra già di per sé rap­pre­sen­ta un’al­te­ra­zio­ne del­l’e­ven­tua­le spon­ta­nei­smo re­la­zio­na­le. La mag­gio­re dif­fi­col­tà è stata quin­di la crea­zio­ne di un pro­fon­do le­ga­me em­pa­ti­co, ca­pa­ce di far sen­ti­re le pro­ta­go­ni­ste del film si­cu­re della pro­pria con­di­vi­sio­ne. Una gros­sa mano ci è stata data da Fi­kre­ta, una ra­gaz­za bo­snia­ca re­si­den­te in Ita­lia, con la quale ab­bia­mo pre­pa­ra­to il la­vo­ro per circa un anno. Senza que­sto con­tat­to di­ret­to, il la­vo­ro, se non im­pos­si­bi­le, sa­reb­be stato de­ci­sa­men­te più com­pli­ca­to.

Ca­fé­ba­bel: Com’è la si­tua­zio­ne in Bo­snia a circa ven­t’an­ni dalla fine della guer­ra?

La Bo­snia oggi è un paese pa­ci­fi­ca­to, come lo è l’in­te­ra re­gio­ne bal­ca­ni­ca. Per in­ten­der­ci, non ci sono bombe o at­ten­ta­ti. Tut­ta­via è in­ne­ga­bi­le il per­si­ste­re di forti con­trad­di­zio­ni in­ter­ne che non sono state ri­sol­te. La pa­ci­fi­ca­zio­ne non passa esclu­si­va­men­te at­tra­ver­so la ri­co­stru­zio­ne o l’ap­pli­ca­zio­ne di for­mu­le po­li­ti­che sta­bi­li­te a ta­vo­li­no, anche per­ché spes­so la con­dot­ta degli uo­mi­ni igno­ra gli ac­cor­di in­ter­na­zio­na­li. Sre­bre­ni­ca è stata un mat­ta­to­io di una vio­len­za ir­ri­pe­ti­bi­le. Do­vreb­be dun­que rap­pre­sen­ta­re un mo­ni­to alla co­scien­za di tutti, eu­ro­pei e non. Si è in­ve­ce tra­sfor­ma­ta in un’of­fi­ci­na se si pensa al pa­ra­dos­so degli ac­cor­di di Day­ton, che ha di fatto la­scia­to la città nella Re­pub­bli­ca Serba di Bo­snia ed Er­ze­go­vi­na. E pen­san­do al­l’ir­ri­sol­ta que­stio­ne ko­so­va­ra, non è raro veder emer­ge­re nella re­gio­ne gli echi di un na­zio­na­li­smo ag­gres­si­vo an­co­ra la­ten­te.

Ca­fé­ba­bel: L’U­nio­ne eu­ro­pea me­ri­ta­va il Pre­mio Nobel per la Pace 2012?

Pre­fe­ria­mo le per­so­ne reali alle or­ga­niz­za­zio­ni. Avrem­mo pre­fe­ri­to che il premio del 2013 fosse stato as­se­gna­to a Ma­la­la Yousafzai più che al­l’Or­ga­niz­za­zio­ne per la Proi­bi­zio­ne delle Armi Chi­mi­che (OPAC). Sa­re­mo d’ac­cor­do quan­do a ri­ce­ve­re il pre­mio sarà una madre ruan­de­se o una bam­bi­na ye­me­ni­ta che ha ri­fiu­ta­to un ma­tri­mo­nio com­bi­na­to. Sa­re­mo dav­ve­ro d’ac­cor­do quan­do a es­se­re pre­mia­te sa­ran­no le per­so­ne reali che sono igno­ra­te, e non le ce­le­bri­tà.   

Ca­fé­ba­bel: La com­ple­ta in­te­gra­zio­ne del bloc­co ex-iu­go­sla­vo nell'Unione europea po­treb­be su­tu­ra­re le fe­ri­te re­gio­na­li an­co­ra aper­te?

Il pro­ces­so d’in­te­gra­zio­ne po­treb­be se­da­re parte della con­flit­tua­li­tà an­co­ra pre­sen­te nella re­gio­ne, ma da qui a pen­sa­re che i pro­ble­mi pos­sa­no es­se­re ri­sol­ti, è il­lu­so­rio. Il po­po­lo bo­snia­co è stato già igno­ra­to una volta. Fino a quan­do l’U­nio­ne eu­ro­pea non rag­giun­ge­rà un ef­fet­ti­vo equi­li­brio in­ter­no tra i suoi cen­tri e le sue pe­ri­fe­rie, il ri­schio è che la Bo­snia, anche con lo sta­tus di paese mem­bro, possa es­se­re nuo­va­men­te igno­ra­ta. L’in­te­gra­zio­ne  co­mu­ni­ta­ria può es­se­re un ten­ta­ti­vo, non una so­lu­zio­ne.

Ca­fé­ba­bel: La 70° edi­zio­ne del Fe­sti­val di Ve­ne­zia ha as­se­gna­to il Leone d’oro a Gian­fran­co Rosi. Qual è la per­ce­zio­ne che il ci­ne­ma ita­lia­no ha del ge­ne­re do­cu­men­ta­rio?

È im­pre­pa­ra­to, ecco per­ché a Ve­ne­zia si è gri­da­to al mi­ra­co­lo quan­do ha vinto un do­cu­men­ta­ri­sta. Se oggi il do­cu­men­ta­rio vince, è forse per­ché lo spet­ta­to­re, quan­do vede un do­cu­men­ta­rio riconosce che il pro­ta­go­ni­sta po­treb­be es­se­re il suo vi­ci­no di casa. Siamo con­ten­ti che abbia vinto Rosi, ma non con­si­de­ria­mo l’as­se­gna­zio­ne del Leone d’oro una ri­vo­lu­zio­ne co­per­ni­ca­na, quan­to piut­to­sto una presa di co­scien­za del ci­ne­ma ita­lia­no ri­spet­to al suo ri­tar­do con altre real­tà. Al­cu­ni do­cu­men­ta­ri­sti ita­lia­ni sono in­fat­ti molto più ri­co­no­sciu­ti al­l’e­ste­ro che a casa.

Vin­ci­to­re del Pre­mio Giu­ria Gio­va­ni al VI Fe­sti­val del Ci­ne­ma dei Di­rit­ti Umani di Na­po­li, il film ha inol­tre vinto di­ver­se ras­se­gne in­ter­na­zio­na­li, tra cui il Fe­sti­val di Al Ja­zee­ra e il Fe­sti­val dei di­rit­ti Umani di Gi­ne­vra. Il film è stato pro­dot­to dalla Natia Do­cu­film, crea­ta da Giu­sep­pe Car­rie­ri in­sie­me a Gian­car­lo Mi­glio­re, Ni­co­la Ba­ra­glia, Car­lot­ta Mar­ruc­ci e Mat­teo Ur­bi­na­ti.