Cultura

«In Estonia troppe calunnie. Rafforziamo l'ordine dei giornalisti»

Articolo pubblicato il 02 marzo 2007
Articolo pubblicato il 02 marzo 2007
Il 4 marzo la repubblica baltica va alle urne. Incontro col Ministro della Cultura, ex giornalista. Ed ex servitore del Comunismo.

La situazione della stampa estone? Dimostra che la giovane democrazia dell’Europa dell’est non è ancora sufficientemente matura. A dirlo, Raivo Palmaru, Ministro della Cultura in Estonia che ha concesso un’intervista a cafebabel.com. Quanto è democratica l’Estonia dopo 15 anni di Comunismo, e che ruolo gioca la stampa? Ai tempi del Comunismo quest'uomo politico del centrosinistra era un fedele servitore del regime, lavorava per la sezione culturale del comitato centrale del partito comunista. Dopo la caduta della cortina di ferro è diventato giornalista. Raivo Palmaru è stato eletto due volte, nel 1995 e nel 1996, miglior pubblicista d’Estonia, ha pubblicato più di 500 articoli e diversi libri di teoria della comunicazione, tra i quali: Il potere dei media e la democrazia. L’esperienza estone.

Signor Palmaru, come è diventato giornalista?

Per caso. Alle elementari la mia maestra, che poi è diventata anche la mia insegnante di letteratura, diceva sempre: «Tu devi diventare giornalista». Io invece ero convinto che il mio futuro sarebbe stato nella scienza. Ma le cose sono andate diversamente, e sono diventato pubblicista.

Com’era ai tempi sovietici? Le autorità pretendevano un approccio idealogico dai giornalisti?

È una domanda difficile. In realtà nell’Estonia sovietica era facile diventare giornalista. I contenuti dei giornali erano magri e pieni di feccia. C’era relativamente poco da fare. Durante il periodo sovietico un bravo reporter doveva scrivere un pezzo alla settimana, quando era tanto!

La società estone di allora era molto chiusa. L’influenza del sistema sovietico sulle menti della gente era sorprendentemente grande, e si sente ancora ai giorni nostri. Avevo sperato che i giovani cresciuti nell’Estonia libera superassero quest’ostacolo. Oggi però mi rendo conto che non è così semplice.

Nel passaggio da una società chiusa al mondo libero crede che la stampa adempia ai suoi doveri? I lettori sono sufficientemente informati e ricevono analisi politiche adeguate?

Quello che mi dà fastidio in Estonia è il modo di trattare il nostro passato comunista. Come nell’epoca sovietica, gli estoni leggono la realtà solo come contrapposizione tra “noi” e i “nemici”. Ed è per questo che sono piuttosto scettico quando si parla di pluralismo. Se si seguono attentamente i dibattiti in Estonia, non si trovano molti argomenti. Trovano spazio solo affermazioni radicali in forma di accusa. O di qua o di là. Una terza via non esiste. Purtroppo l’Estonia al momento non è una società molto pluralista e tollerante.

Lei come ex giornalista e politico ha maggiore comprensione per i giornalisti?

No. Forse avrebbe potuto essere così, se nel frattempo non fossi stato professore di teoria dei mass media. Parallelamente al mio lavoro al Ministero, insegno ancora. Proprio per questo vedo i problemi nella stampa e non riesco a tenere la bocca chiusa.

La stampa è il quarto potere del Paese?

La domanda è se non sia già il primo potere. Il filosofo Michel Foucault ha affermato che le società si lasciano guidare mediante i discorsi: lo definisce un “potere disciplinare”. Oggigiorno il potere politico tradizionale legato alla forza e alla volontà viene usato solo quando non resta altro da fare. Il potere del discorso ce l’hanno i media. E questo non solo in Estonia.

I media, allora, influenzano la politica in Estonia?

Sì. E in maniera decisiva. La stampa trasmette un’immagine della realtà che influenza molto il comportamento delle persone. La rappresentazione dei media influenza anche i risultati elettorali.

Il problema in Estonia non è la malizia dei giornalisti. La gente è uscita da pochissimo dal tunnel buio e freddo del Comunismo, e non sa ancora orientarsi nella realtà che la circonda. Secondo la Costituzione, nello Stato regnano democrazia ed economia di mercato; ma agli estoni manca l’esperienza collettiva e anche personale di uno Stato simile. Ci sono tre priorità: un’istruzione migliore, ordini professionali più forti – l’ordine dei giornalisti è troppo debole – e infine una giustizia migliore. Nei media estoni calunnie, diffamazioni e violazioni del copyright sono all’ordine del giorno. È ora che intervengano i tribunali.

Quanto libera può essere la stampa?

La stampa deve essere libera al massimo. C’è un solo limite: la libertà finisce laddove inizia quella dell’altro. Responsabilità e libertà sono due facce della stessa medaglia: è questo il grande problema della stampa estone. Ciò che si intende per libertà, in senso post-sovietico, non è libertà, ma arbitrio. Si è convinti di potersi permettere di tutto, senza interrogarsi sul proprio operato, di poter distorcere i fatti, insultare e offendere le persone. La vera libertà ha a che fare con la responsabilità. I media estoni si comportano in maniera irresponsabile e per questo non sono liberi.

L’Estonia è abbastanza matura per un giornalismo d'inchiesta del tipo di quello di Der Spiegel?

No, sono molto preoccupato per l’Estonia. E questo è anche il motivo per cui sono entrato in politica. Il mio Paese ha bisogno di riforme politiche che vadano in direzione della democrazia. Io penso che in Estonia vada cambiato il sistema elettorale quindi anche il sistema di governo. Dobbiamo abbandonare il sistema multipartitico attuale che non porta con sé nulla di buono. In secondo luogo bisogna decentralizzare il potere. E infine colgo una crisi discorsiva. Sono gli effetti del pluralismo e della politica sopra le righe. La politica tende a semplificare i problemi e ad offrire soluzioni che non funzionano. L’Estonia dovrebbe diventare più matura, democratica e tollerante.