Cultura

Il lusso della cultura in Spagna: il teatro è in svendita

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2013
Articolo pubblicato il 25 gennaio 2013
Dall’8% al 21%: questo è stato l’aumento dell’IVA a cui ha dovuto far fronte il mondo della cultura in Spagna, a partire dal 1° settembre dello scorso anno. Mentre il resto d’Europa cerca di mantenere basse le imposte per le arti sceniche, i grandi teatri di Barcellona e di Madrid combattono per evitare che la cultura non si trasformi in un bene di lusso.

Juan Margallo, famoso attore e drammaturgo spagnolo, sostiene che nel suo paese la cultura sia in crisi “da quando nacque il concetto di arte”. Margallo, icona del teatro indipendente e superstite del panorama culturale del periodo della dittatura, assicura che in Spagna l’arte non è mai stata in grado di essere una priorità: “Se alla gente manca il pane, la prima cosa che sparisce è la cultura, perché storicamente non ci si occupa del pubblico popolare, chiudendo così le porte all’arte”. Il 2012, senza dubbio, è stato un periodo per riflettere su questa affermazione.

A febbraio dell’anno scorso arrivano le prime proteste dal mondo della cultura: il Liceu di Barcellona annuncia un piano provvisorio di licenziamento collettivo che avrebbe interessato il 92% del proprio organico. Sei mesi dopo, un indignato Teatro Real di Madrid avrebbe aperto la stagione operistica con una protesta: il personale era stato ridotto del 25%.

Questa misura, nonostante influisca notevolmente sulla qualità delle rappresentazioni teatrali, non è la più preoccupante del panorama culturale del paese. Quando il 1° settembre l’aumento dell’IVA sui prodotti culturali è entrato in vigore - raggiungendo il 21% a fronte del precedente 8% - la terra trema. Il rifiuto dei collettivi letterari e delle arti sceniche (musica, danza e teatro) è netto: l’IVA non solo sarebbe salita al 21% delle entrate, ma avrebbe anche creato serie difficoltà agli artisti al momento di pagare le spese degli spettacoli.

Miguel Ángel Lozano, direttore della Rete dei teatri alternativi di Spagna - che da vent’anni tiene unita una decina di sale su tutto il territorio nazionale - assicura che l’aumento dell’IVA renderebbe “infattibili” molte attività: “Gran parte dei soldi che riceviamo per organizzarle - soldi che sono sempre meno a causa della mancanza di sovvenzioni - sarà utilizzato per le imposte. Inoltre, questo genererà un effetto immediato sul pubblico: la percezione che la cultura sia cara. Concettualmente si colloca il teatro a livello di qualsiasi altro servizio, al livello di una bibita fresca”.

Secondo uno studio pubblicato a novembre dall’Unione dalle Associazioni d’impresa dell’industria culturale spagnola, solo nei primi due mesi di applicazione dell’aumento dell’imposta (in base ai dati di settembre e ottobre 2012), le arti sceniche hanno perso più di un milione di spettatori (1.043.973): la platea si sarebbe quindi svuotata del 35%.

I 13 punti di aumento dell’IVA hanno trasformato la Spagna in un caso atipico in Europa. La lettera aperta che 12 delle più importanti industrie internazionali della cultura hanno indirizzato al capo del governo spagnolo, promossa dalla Federazione di associazioni di produttori audiovisivi spagnoli e spedita da Bruxelles, illustra la situazione economica del settore della cultura europea, a seguito dell’introduzione del provvedimento. La lettera chiede di prendere in considerazione lo studio effettuato dalla Price Waterhouse - per quanto riguarda il settore cinematografico - che “ha dimostrato che un’IVA del 10% creerebbe più entrare che l’aumento attuale” e invitava a osservare i diversi modelli europei in cui l’aumento dell’IVA ha dovuto essere rivisto (come in Portogallo nel gennaio 2012 e in Lettonia nel 2009).

Per Juan Antonio Hormigón, segretario generale dell’Associazione dei direttori di scena - un’organizzazione professionale che riunisce un ampio gruppo di direttori teatrali -, la Spagna avrà bisogno di molto tempo per non essere più “un’anomalia in Europa” a causa della convinzione dei cittadini e dei politici nazionali, radicata nella cultura: “O si verifica un cambio radicale nel concetto stesso di cultura - e di conseguenza del teatro - o siamo destinati a una lenta estinzione. È assurdo parlare di un Paese con 42 milioni di abitanti (sic) i cui fondi per la cultura sono un quinto di quelli della Svezia, che ha un numero di abitanti decisamente inferiore”, osserva facendo riferimento ai dati di un recente studio pubblicato dalla rivista ADE Teatro.

Vacche magre” preannuncia il sempre amabile Juan Margallo per il 2013. Previsione confermata dai preventivi generali dello Stato che, rispetto al 2012, riducono del 19,6% i fondi destinati alle arti sceniche. Ma “noi attori siamo ottimisti, ingenui, sensazionali” e quindi, un Juan Margallo un po' sensazionalista dice di sentirsi tradito - “Vincono sempre i cattivi” -, ma invincibile: “Nel Medio Evo, gli attori - i cosiddetti comici della lega [perché costretti a stare a una lega dalle mura della città, ndt] - non potevano nemmeno entrare nella città di Madrid, ma non hanno abbandonato la loro professione. Il teatro sopravviverà sempre, qualunque cosa accada”.

Foto: coeprtina (cc) philippematon/Flickr; testo © María Valerón. Video: inaeternum pax/YouTube.