Cultura

Il cuore spezzato di Napoli è arabo

Articolo pubblicato il 22 agosto 2013
Articolo pubblicato il 22 agosto 2013

Un filo sottile lega la popolazione locale di Napoli alle comunità immigrate presenti sul territorio. Questa precarietà spiega il rapporto controverso tra problematiche sociali, responsabilità individuale e politiche comuni. Il viaggio di Cafébabel parte dal quartiere arabo, dalle sue antenne paraboliche e raggiunge gli angoli remoti delle coscienze dei cittadini partenopei.

Bisogna vedere tutte le antenne satellitari nei vari quartieri per rendersi conto che ci sono molti arabi lontani dalla loro patria. Grazie alle paraboliche queste persone possono seguire i quiz in TV, restare in contatto con le famiglie e omaggiare l'emiro, colonnello o presidente di turno. Negli anni '90 le rivolte di Piazza Tahrir sarebbero state considerate un'invenzione, una manipolazione. Fino ad allora, a causa della mia istruzione "storpia" aveva ignorato i "nostri" poveri: emarginati, di origine araba, che vivono a casa, ma anche altrove. Ho realizzato che noi siamo ovunque: vendiamo hummus, tuniche, scialli, federe fatte a mano e preparariamo il tè. Eppure, questo "ovunque" non sempre è lontano da casa. Per alcuni, è ancora Mediterraneo: è Napoli.

L'Islam è accoglienza

Uomini seduti sotto la statua di Garibaldi fissano i passanti con aria affamata, quasi fossero ubriachi, drogati e infastiditi. Ѐ difficile dire se qualcuno sia "locale", di Napoli: non riesco a capire da dove vengano.

Un imam etiope si è trasferito dalla Libia dopo lo scoppio della rivoluzione nel 2011. Mentre andiamo verso il suo ufficio, sede dell'associazione islamica Zayd Ibn Thabit, veniamo avvisate di indossare per bene il hijab. Siamo in una zona malandata nel centro di Napoli. L'avviso è solo il primo segnale di una cultura araba maschilista e patriarcale: l'unico volto della cultura arabo-musulmana che il mondo sia pronto a riconoscere, uno stereotipo accolto a braccia aperte. Vi risparmio una digressione su come il modus operandi patriarcale abbia deviato la percezione della cultura islamica nel mondo occidentale. Su come abbia escluso l'"altro da sé" e quanto riesca a nascondere le bellezze della terra natia. Non mi dilungo su questo punto, nella speranza che abbiate occasione di incontrare persone sincere che, a modo loro, vi diranno ciò che la mia vicina di casa, in Libia, disse una volta a mia madre: "Zumra, l'Islam non è un pugno, è questo..." - il pugno si aprì, la mano tesa come in segno di accoglienza.

L'imam è gentile, ma non conosce molto i problemi concreti, quotidiani dei 20.000 arabi che vivono a Napoli. Lui è arrivato in Italia allo scoppio della Primavera Araba, quando le autorità hanno sovvenzionato alberghi e ostelli per ospitare l'ondata di rifugiati. L'assistente dell'imam si dilunga sui disagi causati dagli scarsi contributi che il masjid riceve dal governo italiano: coprono a malapena i costi dell'elettricità. Il resto si deve alle donazioni private. Ma molte persone hanno perso il lavoro a causa della crisi e perciò i contributi si sono ridotti. Questa è anche la ragione per cui sono stati chiusi un corso di religione e di lingua per bambini arabi. Comunque esistono anche altre iniziative come i corsi della Traduzioni Loqmane, un'agenzia di traduzioni che ha l'ambizione di diventare una casa editrice o una libreria. Loqmane, il titolare dell'attività, sottolinea l'importanza del dialogo, della condivisione di letture storiche e dei collegamenti interpersonali: la sua speranza è quella di veder fiorire una cultura araba che vada oltre le abitudini consumistiche, traducibili nella triade: "cibo orientale" servito in un'"ambientazione orientale" con sottofondo di "musica orientale".

la palestina partenopea

Omar Suleiman è la prima persona che viene nominata quando chiedo informazioni riguardo alla cultura araba a Napoli. Omar si è trasferito dalla Palestina negli anni '70 e da giovane si è dedicato soprattutto allo studio e alla difesa dei diritti dei Palestinesi. È stato anche rappresentante dell'Unione degli studenti palestinesi per il Sud Italia. Come molti ragazzi che lasciano casa dei genitori molto presto, al tempo non sapeva cucinare. Piano piano però, è diventato un esperto di cucina e ha iniziato a organizzare feste a casa di amici: persone con jeans a zampa e capelli "alla Beatles" ballavano al suono di un oud. Oggi, trent'anni dopo, Omar gestisce il Caffè Arabo e il ristorante arabo Amir. Entrambi si trovano vicino a Piazza Bellini, una zona piena di bar e caffè, frequentata soprattutto dagli studenti del conservatorio. Lavora anche all'Osservatorio Palestinese, dove riesce a coltivare il suo interesse per la cultura araba, palestinese e mediterranea.

La questione palestinese è un tema caldo che è al centro della rflessione degli intellettuali locali e degli studenti, la maggior parte dei quali sono particolarmente attivi nell'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Ad aprile, il Comune di Napoli ha conferito la cittadinanza onoraria al presidente dell'Autorità  palestinese Mahmoud Abbas. Eppure, le mie ricerche non dimostrano una forte interazione tra i cittadini originari di Napoli e la sfera sociale araba. I problemi e l'inquietudine della popolazione araba sono un argomento di dibattito solo per una minoranza del tutto particolare: è la Napoli "sofisticata", curiosa e soprattutto giovane a mostrare un certo interesse per queste tematiche. 

Napoli, città aperta

Anche le donne arabe non sono molto coinvolte da parte delle comunità bielorusse, rumene, libanesi marocchine nell'organizzazione degli eventi culinari. Queste attività vengono organizzate dal Centro Europeo per l'Informazione, la Cultura e la Cittadinanza (CEICC), un'organizzazione che ha lo scopo di diversificare e ampliare l'interesse dei napoletani per le culture delle comunità di immigrati. La maggioranza delle famiglie arabe limitano la libera partecipazione delle donne e delle ragazze alla vita cittadina: è un'immediata (e banale) spiegazione del perché nessuna delle figure di spicco delle minoranza araba partenopea sia una donna

Ѐ difficile prevedere come sarà percepita la cultura araba in futuro, dato che oggigiorno la presenza di identità comunitarie immigrate viene spesso contestata. Il modo in cui i cittadini guardano a queste realtà non dipende più dall'implementazione di particolari politiche da parte degli amministratori locali. Napoli vive in modo estremamente aperto i suoi problemi. Allo stesso tempo, i napoletani che ho incontrato non vanno fieri dei loro problemi, né li considerano alla stregua di attrazioni per turisti. Nascoste all'ombra di una città dal volto frivolo, le persone sono coscienti della responsabilità individuale che portano per i problemi sociali. Nella bontà, affabilità e franchezza che si respira per strada, si costruisce un particolare modello di interazione sociale: una premessa per affrontare le sfide che sono in agguato agli infiniti angoli, incroci e nelle piazze della città. Una premessa che è ancora un'utopia. Non c'è niente di nuovo, ma neanche nulla di inevitabile. 

Video Credits: Il Fatto Quotidiano/youtube 

Uno speciale  ringraziamento a Federica Signoriello, Alessia Damiata e al team di Cafébabel Napoli per aver seguito i lavori e la ricerca sul campo per la creazione di questo reportage.

Questo articolo fa parte della serie di reportage “EUtopia on the ground”, progetto di Cafebabel.com sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito in collaborazione con il Ministero degli Esteri francese, la Fondation Hippocrène e la Fondazione Charles Léopold Mayer.