Cultura

I Sonic Youth e l’underground americano in Europa

Articolo pubblicato il 29 agosto 2008
Articolo pubblicato il 29 agosto 2008
Dal 10 ottobre al Museion di Bolzano, la mostra Sonic Youth etc.: sensational fix, esplora la collaborazione della band newyorkese con i maggiori artisti del loro tempo. Da William Burroughs a John Cage, da Allen Ginsberg a Jack Kerouac: una storia alternativa della cultura contemporanea.

Sin dal loro esordio negli anni Ottanta, Thurston Moore, Kim Gordon, Lee Ranaldo e Steve Shelley hanno saputo raccogliere intorno a sé una miriade di artisti provenienti dai più disparati ambienti.

Seguendo gli sconvolgimenti che scuotevano l’America, il gruppo ha moltiplicato i progetti paralleli e le collaborazioni, diventando un’icona underground fuori dagli schemi. I Sonic Youth «sono il solo gruppo della storia del rock a cui sia possibile dedicare una mostra come questa», sostengono Corinne Diserens e Christophe Wavelet, co-produttori di questo evento, che partirà poi per tutta l’Europa.

Lontano dalle grandi istituzioni dell’arte contemporanea, il LIFE (Lieu International des Formes Émergentes) accoglie quindi le opere di Vito Aconci, Olivier Assayas, Glenn Branca, William S. Burroughs, John Cage, Allen Ginsberg, Dan Graham, Mike Kelley, Richard Kern, Jack Kerouac, Tony Oursler, Raymond Pettibon, Richard Prince, Gus van Sant, Leah Singer, Patti Smith, Jeff Wall… «Tutti artisti fondamentali per i Sonic Youth perché ne condividono lo stesso approccio artistico», spiega il curatore della mostra, Roland Groenenboom. I lavori esposti si affiancano dialogando fra loro all’interno di un percorso intramezzato da improvvisi intervalli musicali. «Viene così tracciata una storia alternativa della cultura contemporanea», continua Roland Groenenboom.

Figli della contro-cultura americana

Dedicare una mostra alla contro-cultura vuol dire scommettere sulla spontaneità espressiva e voler abbattere la gerarchia che separa le “fine arts” dalle “low arts”. Vuol dire anche mostrare il rifiuto di obblighi e divieti, il rigetto dell’alienazione e la ricerca di una pace estatica. La mostra Sonic Youth etc.: sensational fix espone gli eredi degli artisti della Haight-Ashbury, di Telegraph Avenue e del Greenwich Village (tre luoghi simbolo della cultura e della proteste americane negli anni Sessanta, ndr), che avevano dischiuso le porte della percezione, dopo lo shock provocato dal bagno di sangue del Vietnam e dagli omicidi guidati da Charles Manson…poi i regni di Reagan e Bush.

Non c’è dunque nessuna ricerca di una nuova filosofia, niente sogni di comunità libere e niente discorsi ideologici, bensì caos, instabilità, talvolta giusto una punta di indignazione. Come una canzone dei Sonic Youth: parole e musica frammentata, sempre d’impatto, forti e sferzanti. «Ritmi densi, tanto più incalzanti quanto più irregolari e discontinui, accostati a sonorità più morbide da colonna sonora (…), come un modernismo suggestivo e confuso», ecco come Thurston Moore definiva il suono dei Sonic Youth durante la primissima conferenza stampa del gruppo nel 1981. Ventotto anni più tardi, le loro esperienze parallele in altri ambiti artistici, hanno portato il gruppo a mescolare linee melodiche di chitarre dal suono saturo e vortici di immagini e parole.

Poesia involontaria

Nell’opera dei Sonic Youth c’è una pulsione, un movimento ossessivo verso una musica in tensione. Questa “poesia involontaria” si avvicina alla scrittura di Jack Kerouac, a metà strada fra un’arte allucinatoria e il mondo reale. La deriva a cui segue l’estasi: «La strada senza gioia», «l’alba livida dei barboni», «i relitti dei bassifondi americani», (Sulla Strada, 1957). La mostra è una fuga in avanti in un Paese che si è costruito spingendo sempre più in là le proprie frontiere, ma che soffoca nei propri limiti sociali e morali.

Percorrendo le sei sezioni della mostra, che rimandano ciascuna ad una canzone dei Sonic Youth, vengono in mente le poesie di Allen Gingsberg, in particolare Howl, grido di una frenetica sfida all’America materialista, orazione funebre di una nazione che ha tradito i propri ideali. «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, isteriche, nude, trascinarsi all’alba per le strade dei negri alla ricerca di una droga rabbiosa». “Una droga rabbiosa” che i Sonic Youth vogliono rendere sensazionale. I dialoghi artistici proposti disegnano una mappa degli Stati Uniti. Secondo Corinne Diserens e Christophe Wavelet: «Siamo lontani dai clichè della cultura made in Usa. Quella che la mostra traccia, a suo modo, è piuttosto una geografia slegata da qualsiasi cartina predefinita, sinonimo di libertà, talvolta deliberatamente errante, dove emerge poco alla volta il volto di un’altra America, capace di dialogare con scene artistiche di diverse parti del mondo». Una jam session, un grande collage folle e disorientante, di un lirismo talvolta disperato, ma di una sfrontatezza spesso assurda e comica. Dalle fotografie di Jeff Wall alle Nurses del pittore Richard Prince, passando per la poesia cinematografica di Gus Van Sant, si svela un’America dai mille paradossi. Allo stesso tempo tragicomica, chimerica e talvolta ripugnante, deviante ed equivoca. L’artista Mike Kelley, ad esempio, indaga i limiti di un’arte disincantata, sporca e volgare. Una regressione, una perversione, per meglio espellere la società conformista e ben pensante nord americana. Questa mostra dà voce a una ribellione e ad un’assoluta sete di ebbrezza e di passione, lontane dalla logica del compromesso e del pensiero standardizzato.

Al LIFE di Saint-Nazare (Francia) fino al 7 settembre 2008, la mostra si trasferirà poi al Museion de Bolzano dal 10 ottobre 2008 al 4 gennaio 2009, quindi al Kunsthalle Museum di Düsseldorf (Germania) dal 31 gennaio al 26 aprile 2009. E poi ancora al Museo di Malmö (Svezia), negli Stati Uniti e in Messico.