Cultura

I 'piaceri proibiti' di Odeta

Articolo pubblicato il 12 giugno 2015
Articolo pubblicato il 12 giugno 2015

Odeta Catana, fotografa romena trapiantata a Berlino, compirà 33 anni tra un mese. Come tutti i comuni mortali, ha un vizio di cui non può fare a meno. E che ha soprannominato "Guilty pleasure". Questo è il suo progetto fotografico.

Odeta non può mangiare fritti. «Sono costretta a prendere delle pillole per non sentirmi male», spiega. Però il fritto è un qualcosa di cui non può fare a meno. «Un qualcosa a cui dici di no anche se sei perfettamente consapevole che è questo ciò di cui hai bisogno». Poi cedi. E alla fine cosa rimane? Il senso di colpa, che pervade il corpo ancora inebriato dal quel piacere proibito. In due parole: guilty pleasure, come il nome che Odeta ha dato al suo progetto fotografico realizzato in collaborazione con Square Magazine. «È per questo che tutte le foto che ho scattato sono quadrate», aggiunge, sorridendo.

Cos'è un 'guilty pleasure'? Beh, potrebbe essere qualunque cosa, dice Odeta. Un oggetto o un'abitudine. Un qualcosa che vorresti tenere per te, lontano dagli occhi indiscreti degli altri che potrebbero trovarti strano, bizzarro, incomprensibile. 

Proprio perché non è facile parlare del proprio 'guilty pleasure', Odeta ha deciso di includere se stessa nel progetto, «soprattutto per invogliare gli altri a partecipare». «Ho parlato con un sacco di gente e non ho mai cercato di forzare nessuno a posare per me. Quello che ho notato – spiega Odeta – è che quasi nessuno ha problemi a parlare però stare davanti a un obbiettivo... ecco, quella è una cosa diversa». Una reazione che dipende anche dal 'guilty pleasure' di cui stiamo parlando: ce ne sono alcuni con cui non è facile fare i conti. Un esempio? «Non è facile ammettere di amare i vestiti o i trucchi da donna, soprattutto se non sei né un travestito, né un omosessuale». 

Quello che Odeta ritrae è l'intimità di queste persone. Per una volta, potremmo addirittura pensare che è vero, le macchine fotografiche sono capaci di rubare l'anima. C'è chi si sente in colpa perché ama le pellicce e sa che per realizzarle sono stati uccisi degli animali. C'è chi mangia nella vasca da bagno, chi mangia il cibo per bambini e chi trangugia troppa pasta. Chi ama i vestiti africani e chi quelli con le stampe. C'è chi ama vedere le (piccole) cose bruciare e chi in casa sua non metterebbe altro che mobili anni '60.

Odeta, 32 anni, è nata e cresciuta a Calarasi, in Romania. Dopo aver studiato arte all'università di Bucarest, si è spostata in Galles per approfondire le sue conoscenze in campo antropologico. «Per la mia tesi triennale, ho studiato e classificato le fotografie dei fratelli Manaki, i principali fotografi dei Balcani. Lavorare su un soggetto del genere ha svegliato in me l'interesse nei confronti dell'antropologia. Ma qui in Romania non c'era modo di studiare la sua declinazione visuale, così ho deciso di partire».

Dopo il Galles è stato il turno del Belgio, che però non l'ha convinta del tutto. «Avevo bisogno di altro, volevo provare a vivere in una grande capitale, tipo Berlino». Durante la sua permanenza nella capitale tedesca, dove vive tutt'ora, Odeta ha sviluppato anche altri progetti, tipo quello sulle giovani generazioni di migranti romeni: Berlin as Utopia. «Ho cercato di sfatare l'immagine negativa che li marca da sempre nella percezione europea. Arrivano qua per lavorare, studiare, integrarsi, spesso motivati dalle parole dei fratelli e delle sorelle, nella speranza di una vita migliore». 

Per ogni ritratto, una domanda e una risposta.