Cultura

Hip Hop a Bruxelles: ormai si balla al museo!

Articolo pubblicato il 01 aprile 2011
Articolo pubblicato il 01 aprile 2011
Venerdì 21 febbraio, all'inaugurazione del Festival Lezarts Danses urbaines 2011, al Bozar, il museo delle Belle Arti di Bruxelles, c'era un'atmosfera più rilassata del solito. Ancora troppo spesso associato a "uno sport per i poco di buono", è dall'altro lato della strada, nella galleria Ravenstein, che l'hip hop made in Bruxelles ha mosso i primi passi.
Tuttavia, stasera, si esibisce proprio tra gli interni marmorei del museo...

 Un movimento artistico a tutti gli effetti

Lontano dalla bolgia dell'ingresso, Mohamed Belarbi, anche detto Momo, ovvero il coreografo delle mini star che volteggiano sul pavimento della sala prove con una facilità disarmante, mi aggiorna brevemente. Fondatore del collettivo Vagabonds Crew, da 10 anni mette la sua professionalità e il suo tempo al servizio dei più giovani. In occasione della decima edizione del festival Lezarts Danses Urbaines, edizione speciale dedicata all'Europa che include anche un laboratorio europeo di ballo hip hop , Momo si occupa della gestione coreografica di un gruppo belga scelto per l'occasione, senza mai perdere di vista i suoi B-boys nemmeno per un secondo.

Nato dalla "seconda generazone" dell'hip hop, negli anni '80, mi spiega che all'epoca il movimento prendeva vita soprattutto durante le serate. Sebbene per la prestanza fisica che richiede l'hip hop possa essere considerato un sport di alto livello, Momo tiene comunque à precisare che "per un breaker è impossibile muoversi senza musica". L'identità dell'hip hop è indubbiamente legata al ritmo e alla danza, e può quindi considerarsi un’arte a tutti gli effetti. Eppure, parlate di hip hop alla maggior parte dei cinquantenni e molto probabilmente, sentirete sfornare una sfilza di luoghi comuni: mascalzoni, gente di periferia, che si fa le canne... è veramente paradossale, quindi, assistere alla celebrazione del decennale del festival all'interno del museo delle Belle Arti (sacrosanto santuario dell'arte a Bruxelles, nel senso più stretto del termine) con tutti gli onori che gli amanti delle arti più classiche sono stati soliti rifiutargli. In questo senso, l'evoluzione dell'hip hop è una vittoria.

Identità di gruppo: l'hip hop è una famiglia

Cos'è che caratterizza l'hip hop? Lo spirito di gruppo, la famiglia, "un universo di mescolanze, niente limiti di nazionalità, colore o provenienza". Bianchi, neri, qualche ragazza... l'unica regola "è ballare". Ma attenti, precisa Momo, bisogna mantenere la propria autenticità, rispettare il proprio corpo e quello degli altri... perché se i breaker sono "cool", basta guardarli ballare per capire immediatamente che il successo dipende anche da una forma fisica perfetta.

"Non balliamo per fare soldi, facciamo soldi perché balliamo"

Johnny, 22 anni, e altri due ragazzi del Team Schmetta mi avvertono che sono campioni di battutacce. Non solo mi fanno divertire, ma mi colpiscono soprattutto per l'energia, l'entusiasmo e la maturità che emanano: sono tre esempi del "crew spirit". Johnny mi ricorda anche che l'hip hop è nato nei quartieri di periferia, con l'intento di rappresentarli e di proteggerli: "E per fare questo, c'è bisogno di un gruppo." Ciò spiega quindi, in parte, perché in quell’ambiente si incrocino più spesso ragazzi che ragazze. A vedere questi ragazzi davvero tranquilli si capisce perché siano stufi degli stereotipi: a cominciare dal ricorrente (quanto inopportuno) accostamento al gangsta rap americano per finire con le catene dorate di Rihanna e soci (per cui non nutrono alcuna stima). Anche se i cliché sono duri a morire, il ballo tiene comunque molti breaker lontani dalla violenza della strada. Organizzatissimi, riescono addirittura a farmi credere che sono loro a comporre le proprie coreografie, a mixare la loro musica, e a finanziare le prove e le gare all'estero, e che reinvestono ciò che guadagnano per continuare a seguire la passione dell'hip hop.

"L'ingresso dell'Hip Hop al Bozar fa capire che le cose stanno cambiando all'interno delle istituzioni" spiega Sophie, impegnata all'interno della rete culturale "Banlieues d'Europe" e coordinatrice del Laboratorio. "Il pubblico è sempre stato dalla nostra parte. Ma le istituzioni devono continuare comunque ad aprirsi. Vogliamo vedere più freestyle nelle hall dei musei". Nonostante il grande successo che ottiene in Francia e nei

Paesi Bassi, il pubblico rimane poco numeroso in Europa, in particolare in Gran Bretagna e in Germania.Intanto ci godiamo lo spettacolo. La precisione tecnica dei coreografi ci fa prevedere una futura ascesa tra le stelle. La coordinazione dei ballerini, che sia su un ritmo di percussioni o su un dj set con tanto di proiezioni video, non lascia dubbi quanto allo sforzo di composizione artistica che è stato impiegato per arrivarci. Nelle sale marmoree del Bozar si respira finalmente una boccata d'aria nuova. E' in atto una rivoluzione artistica. Riusciranno, il grande pubblico e i soliti ambienti della cultura, a non perdere il treno?

Confidenze di un b-boy di Bruxelles: l'hip hop è anche un "mezzo per uscire dalla strada"

Chady, 12 anni di Hip Hop alle spalle, si allena con Momo. All'età di 12 anni incontrò per caso un breaker quando era in giro con i suoi compagni, e fu una rivelazione. Da allora balla "un po’ ogni giorno" a Bruxelles, in particolare nelle gallerie Ravenstein. Oggi vive con il ballo. Un'eccezione per una disciplina ancora in cerca di riconoscimento. L'hip hop? Una vera e propria cultura, che comprende sia il b-boying o la breakdance, il graph, il DJing e il rap. "Funziona da generazioni. Ti alleni con quelli che iniziano con te, e così si forma la tua 'crew'". La sua si è stata premiata dal festival nel 2002. E' "anche una via d'uscita dalla strada." 

Foto: ©Natacha Cingotti