Cultura

Grzegorz Szczygieł: l'Europa e l'Asia viste dal finestrino

Articolo pubblicato il 12 febbraio 2010
Articolo pubblicato il 12 febbraio 2010
Una vecchia Opel Kadett, 500 złoty, la Karakorum Highway sull’Himalaya, un successo. Il reportage “In macchina sul Tetto del Mondo” vince l’edizione del 2008 del “Festival del viaggio” di Breslavia. Nel 2009 viene premiato il racconto di viaggio di Grzegorz Szczygieł, “Una persona grossa può percorrere 40.000 km e più su una grossa Fiat”.
Parliamo con l’autore di rapporti con gli stranieri, di luoghi e di costumi.

Grzegorz è economista e sta mettendo in piedi un’azienda a Breslavia. Vende biciclette elettriche, ma afferma che, oltre a condurre un’attività in proprio, vorrebbe anche avvicinare la gente al rispetto dell’ambiente e ad uno stile di vita più ecologico. Un incurabile ottimista che non smette di sognare le cime orientali e che non gira il mondo solo nei sogni: i primi viaggi per motivi di lavoro si trasformano in una passione, in un modo per trascorrere ogni attimo di tempo libero.

L'autostrada di Karakorum, tra la Cina e il Pakistan: il ritrovo dei vecchi combattenti

Parliamo per un bel po’, ma i suoi occhi continuano a brillare e dalla sua voce non sparisce l’entusiasmo. Attraverso i ricordi ritorna agli incontri fatti durante i suoi viaggi e parla del rapporto particolare con gli stranieri, attraverso il quale si delineano in modo naturale due mondi, il nostro ed il loro. L’incontro con una persona straniera provoca diverse emozioni, non di rado paure, ma è grazie al confronto con l’altro che si esprime più chiaramente il bagaglio culturale dei singoli. Questo basta a cancellare gli stereotipi? Grzegorz mi dimostra come il suo soggiorno in Iran gli abbia permesso di capire la forza dei pregiudizi creati dai media. «Per gli europei l’Iran equivale a nemici e bombe, ma in realtà è un Paese incredibilmente ospitale. Sul confine mi sono sentito dire “Benvenuti in Iran! Vi portiamo subito del tè caldo”», mi racconta commosso.

Sei nostro ospite

Ha ragione? Mi accorgo che io stesso ho un’immagine erronea dell’Iran come nemico e che mi è difficile accettare le sue parole senza opporre resistenza. L’Iran è veramente una nazione che accoglie cordialmente i turisti? Grzegorz mi toglie presto ogni dubbio: «I nuovi arrivati sono particolarmente onorati. Gli iraniani si sentono in dovere di invitarti a casa propria e parlare con te», mi spiega. Dopo aver guardato di sottecchi se gli credo sulla parola, aggiunge: «Nei locali mi pagavano spesso il pranzo e quando ho chiesto al cameriere perché facessero così, mi ha risposto solo: “Sei nostro ospite”. A Esfahan, la culla della cultura iraniana, a circa 340 km da Teheran, mi trovavo in una piazza in cui gli abitanti stavano facendo dei picnic serali. M’invitano a prendere il tè e mi offrono un po’ di formaggio. Si avvicina un gruppo con una studentessa iraniana che fa delle domande e traduce per gli altri. Arrivano una trentina di persone, ognuno vuole chiedere qualcosa. Incredibile. Quando mi si è rotta la macchina – continua Grzegorz - ho incontrato un uomo che si è proposto di accompagnarci fino alla città più vicina. Ci hanno portati con loro per 400 km! E dopo un giorno di viaggio non ha voluto neanche un soldo, ti rendi conto?». All’improvviso rimaniamo tutti e due in silenzio.

Non riesco neanche ad immaginarmi una cosa simile e trovo deplorevole che si possa ricevere un aiuto disinteressato solo ad est del nostro confine, in Paesi non commercializzati dove non si mira al guadagno e si ha il tempo per fermarsi. «Purtroppo gli occidentali sanno poco su di loro e non fanno distinzioni fra iraniani, irakeni, pakistani ed arabi. Gli iraniani chiamano se stessi persiani, i successori di Dario il Grande, e non gli piace essere chiamati arabi, è una grossa offesa. Ho mandato un messaggio con dei saluti in Polonia e come risposta ho ricevuto: “Fate attenzione con questa guerra!”»

Una tenda sul mare

(http://www.on-the-road-again.com/)Non so come mi sentirei nel mondo musulmano come straniero, come turista, o come donna. I modelli femminili orientali mi sono estranei. Significa che sono peggiori? No, sono Semplicemente diversi. «Nelle piccole cittadine pakistane non si vedono donne. Si occupano della casa, dei campi e del bestiame. Ci sono autobus e spiagge per uomini o per donne. Le donne sono divise dagli uomini da spesse tende che arrivano fino in mare, e nuotano completamente vestite. Per i pakistani è tradizione». Sappiamo entrambi che l’accesa discussione internazionale sul tema ed il ruolo delle donne pakistane durerà ancora a lungo, ma vediamo che la presenza femminile in quei luoghi si fa più visibile. «Anche se in Iran si porta il velo, la loro presenza non è ritenuta strana. Le giovani iraniane non sono molto diverse dalle europee: si truccano, indossano vestiti alla moda e gioielli, hanno dei piani, studiano e coltivano i propri interessi».

Le differenze culturali che derivano dai diversi trascorsi storici ci rendono però difficile il dialogo. L’ospitalità è incredibilmente importante e, nella versione iraniana, sorprendente. Questo basta per vivere assieme? «Non sono solo la lingua, l’identità nazionale o la cultura a dividerci. In Pakistan il singolo individuo non conta. Quando stavamo viaggiando nella zona montuosa, il livello dell’acqua è salito al punto che era impossibile raggiungere l’altra sponda, ed una scavatrice ha creato un terrapieno per permettere la traversata. Le macchine erano in fila ed i freni di una hanno ceduto, così l’auto è finita su un gruppo di curiosi ed ha trascinato in acqua tre persone. Due uomini sono stati salvati, il terzo probabilmente era morto e l’hanno buttato come un sacco su un furgone. Ho visto altre vittime su un furgone schiacciato da un masso. La storia turbolenta insegna ai pakistani un atteggiamento duro nei confronti della vita, un continuo di guerre, disordini ed attentati».

Foto di Szczygieł/goldenlinel,pmorgan/flickr,on-the-road-again.com