Cultura

Grand Archives: il pop di Seattle invade l'Europa

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2010
Articolo pubblicato il 05 febbraio 2010
Il gruppo di Seattle inizia il suo secondo tour europeo. Quattro amici in viaggio con un solo obiettivo: approfittare della loro musica

Da qualche giorno, un furgone azzurro stracolmo percorre l'Europa sulle note di un nuovo pop. Si tratta di Matt, Jeff, Curtis e Thomas, quattro amici di Seattle. Quattro musicisti di una piccola città. Non sono facili da riconoscere: non avete visto le loro fotografie né sulle riviste, né alle fermate degli autobus. Non sembrano stelle della musica. «Non vogliamo neanche esserlo. Siamo camerieri ed è probabile che tra cinque anni saremo ancora camerieri», afferma serenamente Matt Brooke, il cantante solista e inventore di questo progetto chiamato Grand Archives.

Il gruppo statunitense ha iniziato il suo secondo tour, europeo il 20 gennaio a Madrid e attraverserà mezzo continente per presentare il suo nuovo disco “Keep in Mind Frankenstein” (2009). Un album traboccante di melodie gommose e di inni celestiali per nulla pretenziosi. Come per ogni prima di un tour, i ragazzi tardano un po' con le prove musicali. Alle porte della mitica sala madrilena Moby Dick già si accalcano i primi fans, mentre loro aggiustano minuziosamente i loro strumenti. C'è una certa aria di serietà. In realtà è fatica. «Siamo arrivati ieri da Seattle. Siamo atterrati a Dusseldorf, dove abbiamo riunito tutta la squadra, poi abbiamo viaggiato in furgone tutta la notte, e oggi siamo arrivati a Madridۛ», mi racconta Matt mentre si siede, stanco. Mi offre una birra e ci dividiamo qualche tapas nel backstage, prima del concerto. «Ci piace la Spagna. Il concerto di Madrid dell'anno scorso è stato uno dei migliori e abbiamo pensato che fosse una buona idea iniziare il nostro tour proprio da qui».

Profeti in Europa

I Grand Archives sono contenti di tornare in Europa per la seconda volta. «Succede che, essendo un gruppo americano, ti valorizzino di più in Europa. E viceversa». Il tour li porterà in Francia, Italia, Germania, Croazia e Svezia, per finire in Norvegia, a Oslo. C'è qualcosa che li unisce a questa città. Conoscono qualche gruppo locale con il quale vorrebbero incontrarsi, e uno scrittore (anonimo) a cui hanno dedicato una canzone nel loro ultimo album, che assomiglia molto al primo, e del quale sono molto orgogliosi. «Non avevamo nessuna intenzione di fare un disco diverso. Forse il primo sa un po' più di atmosfere estive, perché l'abbiamo prodotto durante una bella estate a Seattle, invece il secondo è uscito durante l’inverno. Alla fine tutto è una questione di clima».

Nonostante abbiano iniziato negli anni dei Nirvana e dei Soundgarden e nella stessa città, la loro musica racconta delle solitarie primavere a Stoccolma, di rose ghiacciate, d’itinerari in macchina lungo strade secondarie, di felici rincontri o di fine settimana in una capanna tra i fiordi. «Quel che è certo è che nei paesi scandinavi capiscono meglio quello che vogliamo fare», commenta Matt, quando parliamo del fatto che il pop sia una musica in decadenza. «Noi non abbiamo nessuna multinazionale alle nostre spalle, quindi facciamo la musica che ci piace fare». E per fortuna è così.

Internet, si grazie

«“È inevitabile, è inarrestabile», dice Matt mentre Jeff si accanisce sull’empanada di tonno. Quando parliamo della polemica riguardo alla musica scaricata da internet, gli confesso che non ho pagato per il loro ultimo disco (confesso anche ai lettori che l'ho comprato alla fine del concerto) e il viso gentile di Matt non mostra alcun segno di sorpresa. La stanchezza lo tiene attaccato alla sua birra, nonostante faccia il suo primo gesto durante tutta l'intervista estendendo dolcemente le braccia per dirmi che «se una parte del nostro pubblico ci conosce così, attraverso internet, e altri comprando i nostri dischi, questo per noi è un bene». Jeff, il bassista, che non ha smesso di mangiare durante tutta l'intervista, riappare all'improvviso per unirsi alla conversazione: «La musica è il principale mezzo di comunicazione. E la comunicazione, per natura, deve essere gratuita».

Il barbuto Matt ha fatto in modo che l'intervista fosse piacevole e inoltre mi ha anche offerto qualche chupito dopo il concerto. In pochi minuti i camerieri dei Grand Archives si sono tolti il grembiule, sono saliti sul palco per dare il massimo di loro stessi, come se si fossero appena svegliati di mattina. È stato uno dei loro concerti più allegri e perfetti che io ricordi. Alla fine, per essere un mercoledì e un gruppo non tanto conosciuto, la sala si è riempita. Matt, durante tutto il concerto, non ha minimamente guardato il pubblico. Chiudeva gli occhi e a volte guardava verso l'alto come se stesse comunicando col dio del pop (non con Michael Jackson per essere precisi...).

Così, questi umili geni ci portano la loro ispirazione, dopo un tragitto in furgone per l'Europa, percorrendo circa 3.000 km e fischiando allegramente le loro canzoni, mentre il sole della musica gli scalda le mani.

Foto di Drazen Smaranduj/flickr. Videos di subpoprecords/Youtube