Cultura

Girls in Hawaii, la band sopravvissuta in silenzio

Articolo pubblicato il 12 luglio 2014
Articolo pubblicato il 12 luglio 2014

Tre anni fa, la tragica morte del batterista del gruppo in un incidente stradale sembrò decretare la fine di tutto. Erano all’apice della loro carriera e, all’improvviso, calò il silenzio. Ma adesso il gruppo Girls In Hawaii è tornato sul palco, pronto a dare il meglio di sé e a dire al mondo intero che “non tutto è finito, sono riusciti a sopravvivere, c’è ancora un barlume di speranza”.

Si chia­ma­no Girls in Ha­waii ma non sono né girls, né ven­go­no dalle Ha­waii. Tutto il con­tra­rio. An­toi­ne, Lio­nel, Brice, Da­niel, François e Boris sono i sei com­po­nen­ti del grup­po in­die-pop belga che è riu­sci­to a sop­prav­vi­ve­re al si­len­zio. Ora, un anno dopo l’u­sci­ta del loro ul­ti­mo album, Eve­re­st, la band si sta pre­pa­ran­do per un tour che, il pros­si­mo au­tun­no, li por­te­rà a cal­ca­re tren­ta pal­chi in Fran­cia, Bel­gio e Sviz­ze­ra. “Il nome è una sorta di in­vi­to al viag­gio”, mi rac­con­ta François Gu­stin, chi­tar­ri­sta e ta­stie­ri­sta del grup­po, un at­ti­mo prima di ini­zia­re la loro esi­bi­zio­ne al Fe­sti­val Eu­ro­pa­vox di Cler­mont Fer­rand. “Si an­no­ia­va­no tanto, vi­ve­va­no in una pic­co­lis­si­ma città al sud di Bru­xel­les e vo­le­va­no un nome di­ver­so da ciò che erano: ra­gaz­zi dei sob­bor­ghi di Bru­xel­les, di un posto in cui non suc­ce­de mai nulla”. François parla un ca­sti­glia­no per­fet­to per­chè, come mi dice, ha tra­scor­so un pe­rio­do della sua vita a San­tia­go de Com­po­ste­la, quan­do stu­dia­va tra­du­zio­ne ed in­ter­pre­ta­zio­ne. Parla tran­quil­la­men­te, dice ciò che pensa e non si pre­oc­cu­pa di mo­strar­si così com’è, di spie­gar­mi cosa prova. Come il resto del grup­po, François tra­smet­te spon­ta­nei­tà. “Siamo un grup­po au­ten­ti­co, one­sto al 100% e la no­stra mu­si­ca ci rap­pre­sen­ta. Non ab­bia­mo stra­te­gie di mar­ke­ting, né la­vo­ria­mo molto sul­l’im­ma­gi­ne: non ci im­por­ta, ciò che conta è la mu­si­ca e quel­lo che tra­smet­tia­mo al pub­bli­co quan­do suo­nia­mo dal vivo”, mi spie­ga quan­do gli chie­do cosa ca­rat­te­riz­za i Girls in Ha­waii.

Scala­re l'E­ve­re­st

Spon­ta­nei­tà, certo, ma è anche la sto­ria dello stes­so grup­po a mar­car­ne l’i­den­ti­tà, il suo pre­sen­te e a ren­der­lo così spe­cia­le. La band, che vide la luce quasi per caso più di dieci anni fa, ha do­vu­to af­fron­ta­re dif­fi­ci­li cam­bia­men­ti dalla sua na­scia­ta ad oggi. Dopo un primo disco di suc­ces­so, Denis, bat­te­ri­sta del grup­po e fra­tel­lo di An­toi­ne, il can­tan­te del com­ples­so, ebbe un in­ci­den­te stra­da­le e perse la vita. L’ac­ca­du­to segnò un prima e un dopo nella sto­ria della band e an­co­ra oggi è im­pos­si­bi­le non emo­zio­nar­si, non pro­va­re una certa ma­lin­co­nia ascol­tan­do can­zo­ni come Mis­ses, dal­l’al­bum Eve­re­st (2013), in cui il grup­po ri­pe­te una e an­co­ra una volta, quasi come a col­ma­re un vuoto in­fi­ni­to, “I miss you, I miss you…”. “È stato tutto così dif­fi­ci­le”, con­fes­sa François. “Per­dem­mo Denis, per­dem­mo due pro­get­ti, non po­te­va­mo far nulla, fu bru­ta­le e molto dif­fi­ci­le da ac­cet­ta­re. Girls in Ha­waii è una gran­de fa­mi­glia, la re­la­zio­ne tra di noi è molto im­por­tan­te e, dopo l’in­ci­den­te, il grup­po già non esi­ste­va più… sì, con l’in­ci­den­te finì tutto, non ri­pro­vam­mo nean­che a suo­na­re, fu il nulla da un mo­men­to al­l’al­tro, un trau­ma enor­me”.

Dopo un si­len­zio du­ra­to più di due anni, poco a poco, An­toi­ne e Lio­nel ri­pre­se­ro a scri­ve­re can­zo­ni, se­pa­ra­ta­men­te, fin quan­do un gior­no de­ci­se­ro di tor­na­re a suo­na­re in­sie­me, af­fron­tan­do il vuoto che aveva la­scia­to Denis. Non fu fa­ci­le. “Ab­bia­mo suo­na­to per un anno ma sem­bra­va­mo una cover band, una cover dei Girls in Ha­waii”, mi dice François. Ci pro­va­ro­no an­co­ra una volta: con­tat­ta­ro­no un nuovo pro­dut­to­re, Luuk Cox, che li aiutò a cam­bia­re al­cu­ni aspet­ti e a sca­la­re l’E­ve­re­st, con il ri­tor­no sul palco. “Ades­so siamo una squa­dra molto forte, siamo tutti sulla stes­sa linea d’on­da, ab­bia­mo molta fi­du­cia, un nuovo bat­te­ri­sta [Boris] e so­prat­tut­to ab­bia­mo vo­glia di fare un disco an­co­ra più bello, an­co­ra più po­ten­te”, as­si­cu­ra il chi­tar­ri­sta. Tut­ta­via, François non na­scon­de che in que­sto mo­men­to il grup­po sta av­ver­ten­do una certa pres­sio­ne. “Credo che ab­bia­mo avuto molta for­tu­na per­ché dopo tre anni di as­sen­za la gente era an­co­ra lì, ma penso sia do­vu­to al­l’in­ci­den­te, ha crea­to una certa em­pa­tia”, spie­ga. “Le per­so­ne erano cu­rio­se di ve­de­re la no­stra ri­na­sci­ta e siamo con­sa­pe­vo­li della cle­men­za dei media nei no­stri con­fron­ti, quan­do uscì il disco. Il che si­gni­fi­ca che ci sen­tia­mo più sotto pres­sio­ne ades­so che per l’u­sci­ta di Eve­re­st, un album che è stato un vero mi­ra­co­lo”

"Ec­co­ci qui, siamo so­prav­vis­su­ti, c'è an­co­ra spe­ran­za"

E oggi, quat­tro anni dopo la scom­par­sa di Denis, il grup­po con­ti­nua a suo­na­re, of­fren­do al pub­bli­co ciò che l’ha sem­pre ca­rat­te­riz­za­to: au­ten­ti­ci­tà e spon­ta­nei­tà e delle can­zo­ni che rac­con­ta­no sto­rie, “sto­rie di tutti i gior­ni, a volte un po’ sur­rea­li”, nelle quali si può ri­co­no­sce­re, a detta di François, la sem­pre con­fu­sa e un piz­zi­co con­trad­dit­to­ria iden­ti­tà belga. “Ve­nia­mo dal Bel­gio, siamo un po­po­lo ab­ba­stan­za sur­rea­le. Nella no­stra mu­si­ca c’è un po’ di sto­ry­te­lling come quel­lo che fa­reb­be Paul Mc­Cart­ney e un po’ di quel sur­rea­li­smo che ci de­fi­ni­sce”, af­fer­ma François e ag­giun­ge: “Siamo un po­po­lo ab­ba­stan­za as­sur­do, non è fa­ci­le ca­pi­re ciò che siamo. Un mix di tante in­fluen­ze. Il Bel­gio è un pic­co­lo paese, ma stia­mo in con­tat­to con così tante cul­tu­re che in ge­ne­re siamo per­so­ne molto aper­te… anche se nello stes­so tempo è quasi im­pos­si­bi­le spie­ga­re come fun­zio­na il no­stro si­ste­ma po­li­ti­co”. Inol­tre, quasi tutti i testi hanno una ca­ret­te­ri­sti­ca in co­mu­ne: la ma­lin­co­nia. La no­stal­gia di un mondo mi­glio­re o di un’e­mo­zio­ne del pas­sa­to è pal­pa­bi­le nelle can­zo­ni e si in­ten­si­fi­ca dal vivo, quan­do ca­la­no le luci sullo sce­na­rio ed il grup­po suona il­lu­mi­na­to sol­tan­to da una fioca luce blu e dalle stel­le (finte) che scin­til­la­no die­tro di loro. “Come puoi non es­se­re ma­lin­co­ni­co al gior­no d’og­gi?”, si chie­de (mi chie­de?) François. “ Se hai un po’ di in­tel­li­gen­za e ti fermi a ri­flet­te­re su come vanno le cose in que­sto mondo, non puoi che es­se­re ma­lin­co­ni­co, ma è anche im­por­tan­te man­te­ne­re il senso del­l’u­mo­ri­smo e non pren­de­re tutto sul serio”.

Per François la vita “è tri­ste”. E que­sto non è né un bene né un male: è sem­pli­ce­men­te così. Per que­sto le can­zo­ni dei Girls in Ha­waii, che par­la­no “della vita di tutti i gior­ni”, hanno un lato ma­lin­co­ni­co. Ma ne hanno anche uno lu­mi­no­so (ec­co­la qui, la con­trad­di­zio­ne belga), un aspet­to che il chi­tar­ri­sta sot­to­li­nea per di­mo­stra­re che Eve­re­st non è, in as­so­lu­to, un disco pes­si­mi­sta: “Pro­via­mo a dire alla gente ‘siamo so­prav­vis­su­ti, siamo qui, le cose non vanno poi così male e noi vo­glia­mo re­ga­lar­vi qual­co­sa di lu­mi­no­so, un po’ di spe­ran­za”.