Cultura

Fuocoammare: un incrocio di destini alla Berlinale 2016

Articolo pubblicato il 15 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 15 febbraio 2016

Tra i film in concorso al Festival del cinema di Berlino, ce n'è già uno che si è fatto notare. Con il suo documentario Fuocoammare (l'unico titolo italiano in gara), Gianfranco Rosi affronta il tema dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere Lampedusa.

Un ragazzo che usa un coltello da cucina per tagliare un pezzo di un ramo di pino, il più «resistente degli alberi». Vuole costruirsi una fionda. Intorno a lui, la costa selvaggia: cactus, rocce di granito e il fragore delle onde vicine. Siamo a Lampedusa, al centro del Mediterraneo.

Un incrocio di destini

In lontananza, nell’oscurità blu della notte da cui sorge un nuovo giorno, le antenne radar ruotano su se stesse e catturano una voce disperata, persa nel vuoto: «We are 250 people. In the name of God. Please, help us» (Siamo 250 persone. In nome di Dio, aiutateci! Vi prego!, n.d.t.). Incrociare destini, momenti di vita e persone diverse; metterli in parallelo per ricavarne un significato, un simbolismo nuovo. È ciò che fa in maniera ammirabile il regista Gianfranco Rosi nel suo documentario Fuocoammare.

Il giovane Samuele Pucillo, figlio di un pescatore, conosce l'isola a memoria. Caccia gli uccelli la sera e gioca costantemente a fare la guerra, prima contro il cielo con una pistola immaginaria; poi contro i cactus, su cui scolpisce con cura volti umani. Il conduttore della radio locale annuncia le notizie del giorno, fa il bilancio dei naufragi e riceve le chiamate delle casalinghe che, attraverso la programmazione musicale, vogliono scaldare il cuore dei loro pescatori partiti per il mare. Fuocoammare è una di quelle canzoni. Nei giorni di tempesta evoca il mare che prende il colore del sangue, come se fosse infuocato, costringendo gli uomini a restare in porto. Al suo arrivo sull'isola, il regista incontra anche il dottor Pietro Bartolo. Ammalato di una bronchite acuta, Pietro condivide i suoi ricordi e la sua esperienza: sul suo computer scorrono le foto raccolte dal 1991, l'anno in cui i migranti hanno iniziato a raggiungere l'isola.

Una sobrietà tragica

Il documentario di Rosi è un affresco di umanità. Da un lato gli abitanti dell'isola, dall’altro i richiedenti asilo. Ci sono uomini e donne rannicchiati su imbarcazioni di fortuna, sotto il sole del sud, in mare aperto. Corpi disidratati, in punto di morte, che giacciono ai piedi delle squadre di soccorso, con le maschere e le tute bianche. Delle donne sono state appena salvate dall’annegamento: ricevono la notizia della morte dei propri familiari. Più tardi, in uno dei centri profughi si improvvisa una partita di calcio tra le Nazioni decimate dalla guerra. Compare Samuele, che deve rimediare alla sua ambliopia: il suo "occhio pigro". Trova rifugio accanto ad un grande albero dove, per la prima volta e lontano da sguardi indiscreti, prova una nuova benda per coprirsi l'occhio: lo fa assomigliare ad un pirata. Nel frattempo, un'intera famiglia riunita per pranzo si concede un piatto di spaghetti ai frutti di mare, preparato dalla nonna. I nigeriani iniziano ad intonare una canzone, che racconta la loro storia, mentre l'oro delle coperte termiche brilla nella notte.

Il tutto si esprime attraverso una regia sobria, fatta di lunghe inquadrature fisse, e un montaggio intelligente, che alterna scene struggenti ad umorismo e leggerezza. Rosi affronta quest’argomento delicato e necessario con profondità e accuratezza. In ogni scena si intercettano molteplici significati e simboli diversi. Il film è stato applaudito a lungo dopo la proiezione riservata alla stampa. Del resto la pellicola illustra perfettamente il concept della Berlinale 2016, annunciato dal direttore Dieter Kosslick: «Il diritto alla felicità e fortuna».

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Tradotto dalla redazione locale di cafébabel Torino.

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Questo articolo fa parte del progetto editoriale Mov(i)e to Berlin, una collaborazione tra le redazioni locali di cafébabel Torino e cafébabel Berlino. Nel quadro di questo progetto, le due redazioni offrono copertura bilingue del TFF e della Berlinale, attraverso uno scambio dei propri reporter.