Cultura

Fermiamo la Jihad di Ahmanidejad

Articolo pubblicato il 20 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 20 gennaio 2006
Mentre si aggrava la crisi sul nucleare con l’Iran, l’Europa deve accantonare le proprie divergenze con l’opposizione iraniana. Un intervento dell’eurodeputato Paulo Casaca.

«Chiunque riconosca Israele arderà nella furia infuocata della nazione islamica. Non c’è dubbio che la nuova ondata di attacchi in Palestina cancellerà presto questa vergognosa macchia dal volto del mondo islamico». Queste sono state le parole che il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha pronunciato lo scorso ottobre. L’intera umanità ha sgranato gli occhi davanti a tale dichiarazione: dall’epoca della Germania nazista non si erano più avuti casi di governi che auspicassero “soluzioni finali” nei confronti di una razza determinata di persone. Una dichiarazione che ha scioccato quella stessa troika europea (Germania, Francia, Inghilterra), la cui politica di appeasement nei confronti di Teheran ha finora favorito il regime iraniano.

In memoria di Khomeini

Ma il presidente Ahmadenijad non ha annunciato nulla di nuovo. Le sue parole, infatti, riprendono una dichiarazione dell’ayatollah Ali Khomeini, iniziatore della Rivoluzione iraniana del 1979, che è reperibile persino fra le pagine di un periodico aziendale della società petrolifera norvegese, Statoil nella quale un ignaro dirigente della società posa sorridente nell’aeroporto di Teheran dinanzi ad una gigantografia di Khomeini con l’iscrizione “cancellare Israele dalla faccia della terra” in arabo e persiano.

Sebbene i redattori della rivista non avessero familiarità né con l’una né con l’altra lingua, è vero che la compagnia ha reagito poco alle prove pubblicate dalle Nazioni Unite e da Amnesty International a proposito di un fenomeno che può essere descritto soltanto come “pulizia etnica”. Mi riferisco a quanto perpetrato dalle autorità iraniane nei confronti degli Ahwaz, nella regione sudoccidentale del Khuzestan.

Il Khuzestan è un’area geografica strategica sia dal punto di vista delle risorse petrolifere che come base per le passate manovre militari nei confronti dell’Iraq.

Gli ayatollah non hanno più bisogno dell’Occidente

Il partito d’opposizione iraniana Organizzazione dei Mujahidin del Popolo, ha condannato pubblicamente tali atrocità. Ma Europa e Usa l’hanno schedato come organizzazione terroristica. Diventa quindi ovvio che non si può esigere da una compagnia petrolifera una sensibilità umanitaria quando la stessa comunità internazionale non riconosce tali atrocità.

Se, da un lato, ricordare i comandamenti di Khomeini al cospetto di una folla di fanatici può giovare al presidente iraniano, dall’altro non sembra sortire lo stesso effetto dinanzi agli osservatori internazionali. Una posizione che dimostra quanto, ormai, l’Iran voglia metter fine alla politica della taqyia (dissimulazione) per uscire allo scoperto e affrontare le critiche al suo “pacifico” programma nucleare.

Se è vero che la politica della dissimulazione è stata necessaria finché la leadership iraniana aveva bisogno della cooperazione occidentale per affrontare i rivali Talebani in Afghanistan e per lottare contro lo sviluppo di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, ormai le cose sono cambiate.

Grazie all’atteggiamento di maggiore conciliazione verso tutte le tendenze del mondo islamico, l’Iran sta conquistando l’opinione pubblica islamista radicale. Ormai il mondo occidentale deve fare la scelta difficile di sapere se rispondere con la minaccia dell’uso della forza, soprattutto nel caso in cui Teheran non arresterà il suo programma nucleare.

Scommettiamo sull’opposizione iraniana

A tutto ciò esiste una alternativa chiara. Dovremmo riconoscere e supportare la principale formazione dell’opposizione, i Mujahidin del Popolo. E non considerarlo un gruppo terrorista. L’UE e gli Stati Uniti dovrebbero opporsi anche alla pulizia etnica delle minoranze arabe dal Khuzestan – la provincia dalla quale proviene la maggior parte del petrolio iraniano.

Bisogna poi impedire all’Iran di espandere la propria influenza in Iraq , in Libano, e in Palestina. In Europa,così come nella maggior parte del Medio Oriente, la sfida consiste in una tipologia diversa di jihad, fatta non di bombe ma di propaganda e infiltrazione ideologica nella politica, nell’economia, e nelle università dell’Occidente – cioè nei centri di potere democratici.

L’Iran è il primo promotore del fanatismo islamico in Europa e nel mondo arabo. Ha esercitato pressioni sui politici occidentali per ottenere favori e, allo stesso tempo, ha condotto campagne contro gli avversari della sua politica. Tutto ciò non potrà essere tollerato a lungo.