Cultura

Errico Malatesta, sogno e risveglio di un anarchico europeo

Articolo pubblicato il 29 marzo 2012
Articolo pubblicato il 29 marzo 2012
Storia di un eroe d'altri tempi, Errico Malatesta (1853-1932), propagandista e rivoluzionario, direttore del giornale "Umanità nuova". Un nuovo libro ne ricostruisce la storia, dai primi anni nel Sud Italia fino all'esilio in Inghilterra e al ritorno in patria.

Barba lunga, e nera, occhi fissi nell’obiettivo che cattura la foto segnaletica, è Errico Malatesta, l’anarchico che ha attraversato frontiere ed ha parlato in comizi di mezzo mondo per diffondere l’idea più sconfitta e ostinata della storia.

Vittorio Giacopini, con il suo ultimo scritto Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthèra edizioni, 2012), presenta “il rivoluzionario più temuto da tutti i governi e le questure del regno”, come illustra l’accattivante sottotitolo del libro pubblicato a gennaio.

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Fil rouge - e nero, verrebbe d’aggiungere - di quest’opera è la memoria; un vecchio debole, malato e attaccato ad una bombola di ossigeno, che vive nascosto in Via Andrea Doria a Roma, e trascorre giornate monotone riempite però dall’eco del ricordo. Scopriamo così una vita “ottocentesca”, perché romantica ed eroica, investita dalla squassante storia del Novecento. Troviamo un ideale caparbio, temuto, escluso, che attende ed esplode e che, senza dubbio, perde. Ma se la storia degli sconfitti, ignorata dalle grandi cronache, ha molto da dire, Errico Malatesta insegna una tenacia tutta umana, che cade, si rialza e sorride di se stessa.

Una storia rivoluzionaria che attraversa l'Europa

La letteratura riempie lo spazio dell’intimità, dimensione mancante negli scritti malatestiani, e illumina un personaggio che, suo malgrado, ironia della sorte, divenne all’epoca una sorta di “santo”, il “Lenin italiano”, l’agitatore, la miccia di una rivoluzione mai esplosa. L’autore crea così una figura che certo, resta a suo modo eroica, ma che dubita, si annoia, ricorda con ironia e in definitiva accetta sconfitte necessarie ma mai inutili.

La rivolta del Matese, giovani anarchici tanto armati quanto disorganizzati, un’Italia del sud contadina da sollevare e villaggi interdetti davanti a tanta teoria politica, tanto che Malatesta sbotterà in un “i fucili e le scuri ve li avimo dato, i cortelli li avite. Se volete facite, se no vi fottite”. E poi non se ne è “fottuto” proprio per niente.

La prigione, l’esilio, i viaggi, i comizi e le attese, interminabili, sfinenti, prima dell’azione, prima dello scoppio del moto, breccia rivoluzionaria, che rompe l’ordine e per ore, giorni, e quando va bene settimane, rende tangibile l’ideale.

Sognare un mondo dove tutti sono felici”, sembra il titolo di un tema scolastico delle elementari, invece scopriamo che era un ideale, una lotta dura, efferata e straordinariamente caparbia, che attraversava l’Europa, dalle Marche italiane a Londra, Parigi e poi prendeva il largo, l’Egitto e poi oltreoceano.

"Sogni smisurati e necessari"

La storia ha preso altre strade, ideologie dagli esiti notoriamente tragici, e l’attuale cultura politica, ma anche letteraria, fa passare in sordina il pensiero anarchico. E’ logico, la società non osa mettere in discussione se stessa sino a tal punto e nei libri di storia, i moti, le rivolte e le esperienze di comune, occupano qualche riga, equivalente spietato delle giornate di vita. Attentati, furti, violenze, ogni disordine era attribuito agli anarchici - una pratica antica e in voga tutt’oggi - questi personaggi mitici e idealizzati, pericolosi bombaroli (non tutti), inseguiti, pedinati, incarcerati, esclusi dall’Internazionale e da tutti gli altri movimenti per i loro sogni e proclami esagerati, troppo aldilà di tutto. Soli e giusti, con “sogni smisurati e necessari”.

Unto d’olio, affascinato dalle due ruote veloci e leggere, da questo mezzo, futurista e marinettiano, Malatesta traffica e smonta e crea addirittura ricercatissime biciclette nella Londra piovosa d’inizio secolo. Un’ecologista d’altri tempi, ma ancor più un uomo pratico che al pensiero univa il lavoro manuale, fisico e sporco. Come se ogni tanto, stufo da tanto parlare e da tanto attendere, avesse voglia di creare qualcosa di tangibile, un mezzo che si potesse afferrare. Il ricordo si snoda da Ancona, laboratorio anarchico, “ambizione sfrontata”, sino alla bomba al circolo-teatro Kursaal Diana di Porta Venezia, a Milano, rabbia, delitto e devastazione.

Siamo davanti a pagine che volontariamente confondono storia, leggenda e pura letteratura (i lettori abituali di Giacopini possono giocare a stanare la sua fantasia com’era ne L’arte dell’inganno) ma poco importa, lo aveva detto Malatesta e lo sottoscrive l’autore, perché veicolare queste storie, poco conosciute o distorte, è uno "sprazzo di luce che spinge a riflettere", e la fantasia non toglie necessariamente valore storico.

L’eccesso di tutto e la crisi del sistema capitalista ci costringe a guardare a queste esperienze: riscoprire la solidarietà, lo scambio di tempo e merci e la volontà di avere meno ma avere tutti. Non si mette in discussione lo Stato, garante, più o meno, dei nostri diritti, però si guarda ancora, a volte inconsapevolmente, a questa dottrina, o meglio alla sua essenza, per ritrovare una dimensione più umana e creare una “vita cosciente e fattrice”.

Londra, luglio 1913 ma comunque fredda, cupa, piovosa, straniera (ebbene sì, anche per un anarchico che rifiuta il concetto stesso di confine ): è la città dell’attesa e dell’esilio. Ma anche lì l’idea non muore, si mischia alla vita e aspetta.

Il febbrile desiderio d’azione lega l’anarchico di ritorno verso l’Italia a un dannunziano capitano di navi, Giuseppe Giulietti, entrambi pronti a “osare tutto”, chi per un’insurrezione e chi per l’altra. È vero? È successo davvero? Scopritelo voi.

Immagine di copertina: drawpunk/flickr; testo: foto segnaletica di Malatesta per gentile cortesia del © Centrostudilibertari.it; copertina del libro: © Eleuthéra Editrice; video: manifestazione del primo maggio © Eleuthéra Editrice/youtube; tributo a Malatesta replicanotube/youtube.