Cultura

Erri De Luca e «quei maledetti impegni»

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2007
Articolo pubblicato il 10 febbraio 2007
Lo scrittore 56enne, «in italiano» ma napoletanissimo, vincitore del Premio Femina Etranger nel 2002 con lo splendido Montedidio parla di Europa, Mediterraneo. E di generazioni.

Camicia di flanella a quadri e scarpe da montagna. Che nella sede parigina della Gallimard Erri De Luca sia un pesce fuor d’acqua, lo capisci subito. Tra addette stampa sculettanti e un tripudio di olezzi Chanel, lo scrittore, «in italiano» – come ama definirsi – ma napoletanissimo per fibra e provenienza, si mostra per quello che è. Innanzitutto un alpinista. Sulle tracce di Nives, appena uscito in Francia, racconta proprio di quando accompagnò sull’Himalaya la scalatrice Nives Meroi. Poi un «campagnolo» che da tempo vive sulle colline romane. E infine una persona dalla traiettoria originalissima, quasi tracciata sulla carne del volto: «A diciott’anni – era il 1968 – mi sono trovato in una generazione di insubordinati, di insorti e e l’ho seguita fino alla sua feccia, alla sua dissoluzione». Sì, perché De Luca è stato membro attivo di Lotta Continua «per una dozzina di anni», operaio per venti, e infine «per accidente» scrittore dall’89, con Non ora, non qui, viaggio verace nella sua infanzia napoletana.

«Ma la divinità non ha mai detto “partorirai con dolore”»

«In tutto questo si sono ficcate esperienze buffe, strane. Come studiare l’ebraico antico e tradurre alcuni libri della Bibbia», spiega chi si definisce «non “ateo” ma “non credente”». Per l’autore di Comme une langue au palais, una raccolta di scritti sulle Sacre Scritture pubblicata in Francia, «bisogna restare appiccicati al loro significato letterale. Secondo le traduzioni la divinità avrebbe detto ad Eva “partorirai con dolore”. Ebbene» – si infervora De Luca – «quella parola in ebraico non è “dolore” perché, nelle altre cinque parti dove compare, le stesse traduzioni ufficiali la traducono in un altro modo. Lì invece vogliono metterci l’intenzione della divinità di punire la donna».

Altro esempio, la Torre di Babele: «Quello della divinità è un dono, non una punizione, perché con la diversità linguistica gli uomini, allora concentrati in un punto solo e quindi più vulnerabili, finiscono con lo spargersi su tutta la superficie della terra. Ciò ha salvato l’umanità dall’estinzione», spiega il poliglotta De Luca. Che parla italiano, francese, inglese, ebraico antico, yiddish, russo, kiswahili e... napoletano. Ma quali le differenze tra tutte queste lingue? «Ce n'è una sola tra il napoletano e tutte le altre. In genere le lingue servono per spiegarsi, per comunicare… Il napoletano invece serve per cantare, litigare, andare svelti».

«L'Europa? Un grande mercatone. Mi sento più vicino a un libanese che a un tedesco»

Ma un avido lettore della Bibbia come De Luca, lo è anche del Corano, tanto alla moda oggi? «No», risponde candidamente. «Perché sono di questo lato del Mediterraneo, di questa sponda monoteista, ebraico-cristiana». E l’Europa, allora, si riduce a un club cristiano? «L’Europa non lo so che cos’è» – risponde De Luca – «Per ora so che è un grande mercatone che ha unificato le sue monete e le sue polizie. Mi sento più uno del Mediterraneo. So com’è fatta una casa di pescatori di Tunisi o di Marsiglia. Certo il Mediterraneo non è e non potrà mai essere un’espressione politica. Ma mi sento molto più vicino a uno del Marocco o del Libano che a uno scandinavo o a un tedesco». Non sorprende, detto da chi si definisce “napolide” – come l’omonimo libro che De Luca ha appena «regalato», come spesso fa, a un piccolo editore (Dante & Descartes, 2005). Ma il rapporto con la mediterraneissima città partenopea è complesso. «Me ne sono staccato come si stacca un dente da una mascella, con quelle radici che non si riesce a piantare più da nessun’altra parte. In quella città ci vado ma non ci torno».

Lottare contro la Camorra? «Io non faccio il maestro»

Napoli. Una città su cui sono stati recentemente puntati i riflettori dei media per una delle più sanguinose guerre di Camorra. Che il giovane scrittore Roberto Saviano ha cercato di spiegare con Gomorra: «un fotogramma molto ben messo a fuoco da parte di qualcuno che conosce dall’interno il funzionamento di quella macchina economica che è la Camorra. Ma quel resoconto un mese dopo è già scaduto. Quello che rende unico e che mette in pericolo Saviano però» – continua De Luca – «è la sua esposizione personale e fisica contro i boss». Ma perché De Luca non si è mai impegnato contro la Camorra? «Nella letteratura non ci deve essere l’intenzione di essere impegnata sennò è fiacca», spiega quasi di scatto, aiutandosi con gesti ancestrali. «E poi non abito a Napoli». Segue un lungo silenzio, che lascia trapelare una punta di imbarazzo, e quindi la spiegazione, ragionata, con le mani che si ricongiungono, composte: «Io non faccio il maestro, non ho niente da insegnare a nessuno. Sono uno che racconta storie, e basta».

Quella sirena d'allarme nel '99 a Belgrado

Eppure l’impegno è una costante del percorso di De Luca: «Non capita a tutti di diventare autisti di convogli umanitari in Bosnia...», gli suggerisco. «Capitava a molti durante la guerra», ribatte. «Io non sono uno impegnato. Sono uno che qualche volta ha preso dei maledetti impegni». Impegni che l’avrebbero poi portato, nel ’99, a trasferirsi a Belgrado: «Considero il bombardamento l’atto terroristico per eccellenza. Contro quell’atto di terrorismo, da parte della Nato e del mio Paese, me ne sono andato dall’altra parte. E lì ho conosciuto la sirena d'allarme, che avevo sentito nei racconti di mia madre sui bombardamenti inflitti dagli Alleati a Napoli durante la Guerra (da leggere in Morso di luna nuova, 2005). Ma a Belgrado, io non andavo mai ai ricoveri. Sennò me ne stavo a casa».

Sono questi «impegni» a cui De Luca è attaccatissimo. «Noi del Sessantotto abbiamo esposto la nostra gioventù nelle pubbliche piazze. In altri tempi le gioventù venivano sprecate nelle guerre. Adesso non sanno che farsene. Compito di un giovane è resistere a questo spreco, dando un senso comunque alla propria gioventù. Voi, col vostro giornale europeo, avete qualcosa per la quale potete dire che non state sprecando il vostro tempo. Ma la vostra condizione mi sembra rara». – «Eppure c’è un milione e mezzo di persone che sono partite con l’Erasmus», ribatto. «Vorrà dire che spetterà alla vostra generazione trasformare questa Europa di banche e di banchieri in un’Europa politica».