Cultura

Erlend Øye: Should I stay or should I Legao?

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 14 ottobre 2014

Dopo un breve periodo di assenza, la nostra coppia italo-tedesca torna a raccontare lattualità musicale così come arriva: con i suoi alti e bassi, i suoi pro e contro. Questa settimana Fede e Katha si sono scontrati sull’ultimo album di Erlend Øye, Legao, in uscita lunedì. Critica agro-dolce.

Fede: Ah, finalmente il nuovo album di Erlend Øye! Ne avevamo davvero bisogno! Incredibile, si direbbe preciso come un orologio: ad ogni uscita, un album uguale al precedente. Quiet is the new loud (titolo dell’album dei Kings of Convenience, ndr) è diventato davvero il suo motto. E del resto i suoi album sono di una monotonia insostenibile. La sola cosa che cambia ogni volta che esce un disco, è il suo conto in banca.                                                                                               Katha: Tu e le tue frecciate capitaliste, non risparmiate nulla, perfino cose che non c’entrano. Sei solo un provocatore, ti piace sollevare polemiche, ma blateri senza argomentare. Francamente, penso che Erlend Øye sia uno degli ultimi veri musicisti in Europa a non essere caduto nelle macchinazioni delle grandi case discografiche che divorano tutto. Resta fedele al suo stile, alle sue idee. Senza pretese. Ha creato la propria etichetta Bubbles Records, con un amico di Berlino, con il quale ha pubblicato Legao. Album geniale, con accenti nuovi rispetto al suo primo album solista (Unrest, 2003, ndr).                                                                                                                                              Fede: Sai bene che al giorno d’oggi lavorare per una major musicale non è una grande idea. Altrimenti, come fare a conquistare il pubblico "alternativo"? La storia di far tutto con pochi mezzi è solo una scusa bella e buona per giustificare la mancanza di creatività. Francamente, con The Whitest Boy Alive prima, con Kings of Convenience poi,  ora da solo – perché gli altri ne avevano abbastanza di suonare sempre la stessa cosa – è sempre lo stesso disco... nessuna evoluzione. E non parlarmi di identità sonora, sono stronzate. D’altronde, ti sei chiesta perché si autoproduce con un amico di Berlino? Nessuno lo cerca più ormai. 

Katha: Allora, intanto una piccola precisazione, mio caro: i Kings, il suo gruppo con l'amico d’infanzia norvegese, esistevano già prima di The Whitest Boy Alive che ha formato a Berlino. E poi, potresti spiegarmi cosa c’entra il folk con l’elettronica ed il reggae? In ogni album Erlend ci fa viaggiare, ci sorprende con un suono diverso. Per Legao, ad esempio, ha lavorato con uno dei maggiori gruppi reggae islandesiHjálmar – quel reggae del nord che ti piace tanto. E questo, senza tradire il suo marchio di fabbrica: una voce allo stesso tempo timida e vellutata, dei semplici accordi di chitarra ed un suono indie-pop raffinato. Se fa del folk a Manchester, dell'elettronica a Berlino o del reggae in Islanda è sempre lui. Una caratteristica che la maggior parte dei musicisti sogna: essere subito riconoscibili dalla propria voce.

Erlend Øye - Garota

Fede: Dici che ci fa viaggiare, ma penso che sia solo lui quello che viaggia. Se la spassa come un pazzo. Va a Berlino, poi in Sicilia, poi ancora in Cina, ma riesce davvero a trasmettere i suoni dei paesi che visita? Del resto non si ha mai l’impressione di un suono esotico, diverso, che venga da lontano. Con lui, resto tutto il tempo nell’appartamento di un quartiere di tendenza, in compagnia di gente con occhiali dalla montatura spessa e camicie a quadretti chiuse fino al collo che parla dell’ultima scoperta al mercato biologico. Con lui si resta sempre nella piccola città norvegese di Bergen, di cui è originario. Sempre. Questo tipo è impermeabile alle altre culture. Anche quando gira un videoclip in Italia, resta sempre lo stesso, in bianco e nero, mentre attorno a lui tutto è colorato. Noioso.

Katha: Ma cosa pretendi? Musica copiata approssimativamente in giro per il mondo? È tutto ciò che detesti, quindi smettila di fare l’ipocrita adesso. È chiaro che non funzionerebbe mai! Te lo immagini mentre si muove “alla Celentano”, o canta «Tu vuò fà l'italiano…», semplicemente così, schioccando le dita? Sarebbe Ri-di-co-lo! Si tratta di sfumature, di tendenze che riesce a intessere sottilmente nelle sue sonorità. Per il secondo titolo dell’album, Garota, è volato a Seoul. Il ragazzo ha sempre un buon fiuto. Si trovava a Berlino prima che diventasse di tendenza. Portava gli occhiali da secchione prima che diventasse una moda globale.

Fede: Senti, non è una questione di occhiali... parliamo di musica che è meglio. Secondo me questo tizio è veramente troppo statico rispetto alle idee che trasmette nelle sue canzoni. Non trovi? In generale, una canzone ha una stofa, un bridge, un ritornello e non esagero aggiungendo l’assolo strumentale perché sarebbe troppo. Nelle dieci canzoni di d’Øye non c’è che un solo riff ripetitivo dall’inizio alla fine. Prendi il brano numero 10, Lies become part of who you are ad esempio: sembra che il pezzo non finisca più. Ti immagini vederlo in concerto? Naaaaah… può andare bene come la musica di sottofondo mentre ti fai un tè in casa.

Katha: Su questo posso anche darti ragione. Nel 2007 ho visto The Whitest Boy Alive in concerto a Dresda. La gente ballava tantissimo. Mentre Legao è molto meno ballabile. Ma niente è più bello di Rainman in un giorno d’autunno. Continuiamo a seguire i passi leggeri di questo Peter Pan "glocal", che non sembra invecchiare mai (ha 38 anni però!) dai tempi della ballerina rosa di Id rather dance with you.

Fede: Finalmente mi dai ragione! Ora ti confesso anch’io una cosa: con tutti quegli artisti capricciosi che vendono un’immagine forzatamente sexy, pseudo-erotica o party hard per lanciare il loro disco, a volte fa bene bersi il proprio tè guardando questo sorriso gentile e maldestro che ti mormora all’orecchio che tutto va bene nel mondo. Sogni d’oro!

Da ascoltare: Erlend Øye - Legao (Ottobre 2014/Bubble Records)