Cultura

Eco-design a Budapest: ideologia o solo marketing?

Articolo pubblicato il 20 gennaio 2011
Articolo pubblicato il 20 gennaio 2011
L'eco-design è una delle concrete manifestazioni dell'ideologia verde, così come il giardinaggio urbano o la cosiddetta moda dello «slow food». Resta da sapere fino a che punto si resti fedeli all'ideologia. Cafebabel.com è a Budapest per chiederlo ai designer ungheresi: a loro piace l'eco-design?

Allontanandomi dalla principale stazione di metro della città, Deàk Ferenc, passo davanti a un mare di boutique dove gli oggetti di design sono all'ordine del giorno. A Budapest, come nelle altre capitali dell'Europa centrale e orientale, il passaggio improvviso al "design coca-cola" si è presto trasformato in golosità, contrastando con l'architettura comunista di ieri. Arrivo al "passaggio del design", un evento che dura già da quasi un mese e che ha per slogan "vita ecologica - vita urbana?". Quando vedo la facciata nuova nuova di questo insieme di uffici, chiamato "Passaggio centrale", decorata con due festoni fatti di bottiglie di plastica e un tappeto verde che si stende fin dentro la corte, penso di essere arrivata a destinazione. Solo che il tappeto è di plastica e la corte... vuota! E se mi fossi sbagliata?

Mi imbatto nello spazio d'esposizione della marca Hannabi Freestyle Home. «Ma cosa hanno in comune le marche con la protezione dell'ambiente?», domando a Anikò Racz, giovane architetto di interni, che si riscalda le mani mettendole attorno a una tazza di thé. «Cerchiamo di essere ecologici - mi risponde, - ma talvolta le buone intenzioni non sono sufficienti; per esempio, noi abbiamo utilizzato solo il legno delle foreste sostenibili per produrre i nostri mobili, ma siamo costretti a importare la materia prima dalla Finlandia perché qui tali foreste non esistono», aggiunge rassegnata. Sembra avere meno rimorsi la neozelandese Marta Paczon, creatrice di un tappeto a motivi floreali molto conosciuto qui in Ungheria: «In quanto artista - mi dice, - lavoro con diversi materiali, non voglio impormi dei limiti».

Giovani, rispetto dell'ambiente, design: l'abc del marketing

Non è che questa è una gonna di H&M?Ho appuntamento con Gabriella Kiss, co-organizzatrice dell'evento e ingegnere tessile. Questa brunetta dinamica di mezza età, visibilmente desiderosa che la stampa si interessi al suo progetto, mi apre subito la porta del suo stand, che dall'esterno sembra un luogo del delitto. Pannelli di vetro dipinti di rosso, nastri di plastica plastica, oggetti spruzzati di pittura rossa: quasi una scenografia post-fango rosso tossico. La catastrofe del mese di ottobre avrà ispirato la tematica ecologica del Passage design?

«Il proprietario del Passaggio centrale  mi ha assunto per occupare gli spazi non utilizzati di questo complesso di uffici - mi dice Gabriella. - Gli stand dei giovani designer hanno come scopo quello di suscitare interesse, e, se ci  riescono, potranno trasformare in boutique gli attuali spazi temporanei. A proposito, non dimenticate di venire questa sera, ci sarà una sfilata di gonne fatte con i fiori», mi annuncia Gabriella con un gran sorriso.

Detto fatto. Faccio la mia apparizione intorno alle 8. «Oh, guarda, dei contenitori per la differenziata», si stupisce la mia traduttrice francese, che studia l'ungherese a Budapest. Sul podio appare la prima modella. Porta una gonna in tessuto, naturalmente decorata con motivi floreali. Ha in mano un fiore bello grosso. Guardo Gabriella: distribuisce all'assistenza dei palloni con dentro fiori recisi. Spero almeno che gli spettatori li gettino nel giusto bac...

Continuo la mia missione alla ricerca dei "designer ecologici". Contatto il collettivo Labor Konkret, famoso per i suoi lavori nel campo del riciclaggio. Ci ritroviamo nel caffé Bambi, un luogo culto qui che sa di vecchie cantine comuniste, l'ennesimo esempio riciclaggio del passato al servizio del marketing. Di fronte, degli uomini in pensione con i cappotti addosso giocano a domino. Alla mia sinistra, un giovane occhialuto bobo falsamente trasandato guarda lontano, birra in una mano, libro nell'altra.

Timea Toth e Linda Csovari, le donne del collettivo, arrivano più tardi. Loro e gli altri colleghi hanno conseguito i loro studi di architettura e di design degli interni nel 2007 all'università di arte e design ungherese, MOME.

«L'albero di natale del club Godor (uno dei posti più animati della Budapest notturna), fatto di bottiglie di plastica, è stato il nostro primo progetto ecologico - mi dice uno di loro. - Ha avuto molto successo, quindi abbiamo pensato di sviluppare altri progetti che girano attorno al concetto di riciclaggio». L'eco-design non è tuttavia l'unica tendenza sulla quale si basano le creazioni del collettivo. Per una semplice ragione: non si vende.

«In Ungheria sono ancora molto conservatori - dice Timea Toth. - Non comprano decori fatti di bottiglie, hanno paura della reazione degli amici. In più, gli oggetti riciclati sono considerati come oggetti di poco valore. Durante le nostre esposizioni capita di sentire commenti del tipo: "Oh, come è bello, cercherò di fare la stessa cosa a casa"», dice Timea, rassegnata.

La stessa sera, ho parlato con Panni Pais. Dopo il suo master in sociologia, ha deciso di iscriversi al MOME: «l mio approccio al design è diverso da quello della maggioranza degli studenti. Loro pensano innanzitutto in termini artistici, mentre io mi interrogo sulla maniera in cui un oggetto, una volta concepito, interagisce su ciò che lo circonda: l'ambiente, le persone, gli animali». Panni - impegnato in Cellux Csoport, un gruppo che propone un'educazione ecologica ai bambini e ai giovani - parla di ecodesign senza essere avventato: «Evito tutte queste etichette che arrivano senza che si abbia il tempo di chiedersene il motivo. Perché, per esempio, un piatto di carta è considerato ecologico? Quello che mi interessa, non è aspirare ad uno stile di vita ascetico, ma comportarmi in maniera critica e consapevole».

Il consumismo diventa "green"

«Insomma, quanta ecologia c'è nell'ecodesign?», chiedo a Tamara Steger, professore del dipartimento "protezione dell'ambiente" del CEU, l'univerità centro europea. Tamara fa delle ricerche - tra le altre - sul ruolo degli artisti nella massificazione dell'idea ecologica nella società. «L'arte ha sempre riflettuto i cambiamenti nella società. Ma molte correnti rivoluzionarie sono state assorbite dai sistemi dominanti e adattati ai loro bisogni. Insomma, paradossalmente, l'etichetta "eco-design" ha piuttosto la tendenza ad incoraggiare il consumo piuttosto che a frenarlo». E i giovani europei seguono questo trend del "consumo verde". «Come potrebbero non seguirlo - conferma Tamara, - visto che sono costretti a vivere con delle istituzioni che non gli offrono nessuna alternativa?».

Foto: (cc)Jordan.A.; ©Marta Paczona; ©Ehsan Maleki; video: YouTube