Cultura

Eboy: pixel alla riscossa da Berlino

Articolo pubblicato il 05 marzo 2008
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 05 marzo 2008
Londra, Colonia, Berlino, Venezia, Tokio: i designer berlinesi Eboy creano in pixel la propria visione delle città. Un'urbanistica fatta di colori e figure. Anche mostruose.

Kai Vermehr, Steffen Sauerteig e Svend Smital sono gli Eboy, un gruppo di grafici nato nel 1997. Progettano manifesti, illustrazioni, tessuti per stilisti di moda e giocattoli, a partire da singoli pixel. Durante un’intervista in una fredda e umida mattinata berlinese gli Eboy si sono divisi: l'intervista avviene in videochat, perché lavorano insieme, ma in uffici diversi sparsi per la città.

(Foto: Louisa Reichstetter)

A che età avete accantonato definitivamente gli scatoloni di Lego?

Non li abbiamo ancora accantonati! Anzi, oggi ne abbiamo persino di più, soprattutto da quando abbiamo dei figli.

Come si svolge il lavoro di tutti i giorni? Lavorate con Photoshop o avete sviluppato un programma personale?

Gli elementi di base con cui lavoriamo sono i pixel. Usiamo Photoshop e precisamente il Pen Tool, lo strumento più facile da utilizzare, che funziona come una penna. Con questi mezzi creiamo immagini a partire da elementi di base, i pixel, e memorizziamo un disegno come una casa, un albero o un uomo in una banca dati. Le immagini più complesse nascono nel momento in cui riflettiamo su come combinare e comprimere gli oggetti dalla nostra biblioteca. Ne modifichiamo la forma, il colore e lavoriamo in Photoshop su vari livelli, in modo tale da poter modificare in qualsiasi momento anche i minimi dettagli.

Quanto dura la fase di realizzazione di un ritratto urbanistico?

La durata non è sempre la stessa ma, come minimo, ci vogliono un paio di mesi

Nei vostri lavori vengono assimilate anche le vostre esperienze di viaggio e della vita di tutti i giorni?

Innanzitutto cerchiamo delle caratteristiche tipiche, in modo che la città possa essere identificata. Ma naturalmente molto viene anche da noi e da quello che viviamo o che abbiamo vissuto. Però non c'è niente di pianificato, ma tutto risulta dalla fantasia e dal gioco.

Ritratto di Berlino(Foto: ©eboy)

In tempi in cui le macchine fotografiche e le telecamere vengono pubblicizzate per la crescente quantità di megapixel e per una risoluzione sempre maggiore, il vostro design impiega grandi immagini costituite da pixel. Come siete arrivati a questa estetica controcorrente?La nostra tecnica è nata prima di tutte queste mode, il gruppo Eboy è attivo dal 1997. Siamo nati prima di Google! ( risate). In ogni caso, abbiamo memorizzato su dischetti le nostre prime immagini, distribuendole ad amici e conoscenti. Abbiamo detto loro: «se vi piacciono, potete passale ai vostri amici». Così ci siamo fatti conoscere. Ancora oggi ci divertiamo a lavorare direttamente con i pixel. Ma non si tratta di una scelta controcorrente intenzionale.

Nelle opere che riguardano le metropoli ci sono colori particolarmente vivi, ma poche cose organiche: poco verde, pochi animali, le persone stesse sembrano fatte di plastica. E ci sono dei mostri. Vedete il futuro delle città ostile alle forme di vita?

Non lo facciamo intenzionalmente. Potremmo disegnare allo stesso modo una giungla. Anzi, lo faremo presto, buona idea! Gli oggetti disegnati in pixel hanno la caratteristica di sembrare più rigidi, meno plastici, in paragone a un disegno fatto a mano. La sfida è riuscire comunque a renderli piacevoli. Ma questo non ha niente a che fare con l’ostilità alle forme di vita o con il futuro, è piuttosto un risultato degli strumenti che utilizziamo.

Ritratto di Londra (Foto: ©eboy)

Quale concetto di spazio urbano si nasconde dietro i vostri progetti?

Assolutamente nessuno! (risate), veramente nessuno a dir la verità: diciamo che nelle nostre immagini non c’è alcun tipo di pretesa. Quando sentiamo qualcosa di forte, lo tiriamo fuori. Si tratta di intuizione. Gli Eboy sono come una banda jazz: improvvisiamo.

Cosa significa l’Europa per voi?L’Europa rappresenta sensazioni differenti. Il poster su Berlino riunisce veramente tutti i cambiamenti che hanno toccato l’Europa: l’est e l’ovest crescono insieme, qui accade di tutto, la città è giovane e selvaggia.

In che modo la storia del luogo penetra nell’immagine?Noi amiamo le cose belle, amiamo la vita. Ci piace sfogare queste sensazioni nei nostri disegni. Se abbiamo vissuto una parte storica della città inseriamo anche quella. Per esempio ci hanno affascinato molto gli antichissimi giardini giapponesi di Tokio.

Ritornando ai vostri disegni, a volte sembrano una raccolta di immagini prese qua e là. Vi riconoscete in artisti come James Rizzi?Non lo conosciamo, se non attraverso Google. Io [parla Kai] ho apprezzato molto i libri illustrati di Ali Mitgutsch. Ma queste somiglianze sono un caso.

Ci sono delle reazioni da parte femminile rispetto al vostro modo di rappresentare le donne?

Sono molto comprensive. (Dopo un breve silenzio scoppiano tutti a ridere ). In tutti questi anni abbiamo ricevuto raramente delle e-mail di donne arrabbiate. Siamo ragazzi e di conseguenza disegniamo anche donne nude, pixel per pixel.

Chi compra i vostri giocattoli?Gente come noi! Il nostro vicino, ad esempio, lavora in un ospedale, una persona normale. Ed è entusiasta dei nostri pezzi. Tanta gente li compra anche per i figli, perché sono grandi come gli omini Playmobil e sono più giocattoli che oggetti di design.

I vostri uffici sono sparpagliati per Berlino. Avete bisogno di distanza uno dall’altro per poter lavorare insieme?

È più una questione di praticità, una scelta legata alle nostre residenze. Da quando io [Steffen] vivo a Zehlendorf, non ho più voglia di spostarmi ogni giorno da una parte all’altra della città. Io [Kai] ho già condiviso un ufficio con entrambi, ma non facevo altro che chiacchierare.