Cultura

E dopo tre giorni David Bowie resuscitò

Articolo pubblicato il 11 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 11 gennaio 2016

David Bowie è tornato da dove è venuto, forse su Marte, forse chissà dove. Non importa quale canzone o immagine vi sia rimasta in testa, perché se il gatto ha 9 vite, David Robert Jones ne ha avute molte di più, restando se stesso. Leggerete tanti commenti, ma Bowie è incatalogabile: vive in quello che ha rappresentato per ognuno di noi. Riflessione di un giovane fan all'indomani della sua morte.

Come i sapienti maestri di teatro, ci ha dato parecchio tempo per elaborare il lutto. Nel senso che David Bowie e la Bowie-mania correvano così veloci tra diverse generazioni che il camaleonte britannico, tuffandosi in tutte le epoche per riemergere e cambiare sempre, sembrava un mito senza tempo. Celebrato da vivo come i mostri sacri del passato – ahinoi quasi tutti morti, e come se anche lui fosse fisicamente morto da tempo – ma vivissimo nella sua musica.

L'ultimo album, Blackstar, è uscito il giorno del suo compleanno, a tre anni di distanza da The Next Day che ne aveva sancito il ritorno dopo un lungo periodo di silenzio, in cui avrebbero giurato di averlo visto persino su Marte. Appena in tempo per lasciarci un'opera non postuma che chiude il cerchio a 69 anni. Un numero troppo esoterico e evocativo per non prestarsi in futuro a una delle tante esegesi su un personaggio unico e irripetibile.  

Com’è la vita su Marte, Ziggy? (1971).

Ma la scelta non era casuale. Il vecchio Duca Bianco, segnato dagli anni nel videoclip-testamento di Lazarus, ma lucido fino alla fine, aveva previsto anche questa uscita di scena spettacolare. Come un attore di teatro, lo stesso che sul palco si muoveva leggiadro esibendosi in una moonwalk prima di Michael Jackson (l'arte del mimo l'aveva appresa da Lindsay Kemp). Quello a cui il trucco e i costumi androgini, orientali, spaziali... calzavano naturalmente, perché erano fatti su misura per lui e per il suo ego sconfinato, frammentario e inafferrabile. 

Chi è David Bowie

Alcuni fortunati hanno potuto vedere i cimeli, i ricordi, i sogni, le visioni nella mostra monumentale di qualche anno fa. David Bowie IS è partita da Londra e ha fatto il giro del mondo passando anche da Parigi, dove ho avuto la fortuna di visitarla. Il titolo stesso è una delle affermazioni più difficili e complesse: "David Bowie è". Una mostra monumentale sui 50 anni di carriera, che inizia e si conclude con la stessa domanda, lasciando allo spettatore di ogni generazione la sua personale risposta. 

Chi è David Bowie? Non è stato soltanto musica, non è stato soltanto un'icona tra il rock e il pop. È stato ribellione; affermazione delle proprie paure e delle proprie stranezze; scoperta della propria sessualità; arte a tutto tondo; icona schizofrenica dell'uomo più tormentato, quello del Novecento. 

Perché David Bowie ci ha abituati a tutto con estrema naturalezza, senza mai risultare eccessivo, perché il mondo che scopriva, noi lo scoprivamo insieme a lui. Ci ha abituato soprattutto alla morte. Ha "ucciso" più volte – talvolta in modo spettacolare – una parte del suo ego e tutti quei personaggi che, come uomini normali, nascono vivono e muoiono: Ziggy Stardust, che da Marte si esibiva con gli Spiders (tra cui il grande amico e collega Mick Ronson); Halloween JackThe White Thin Duke. 

Cos’era questo suo cambiare e insinuarsi tra le pieghe del tempo, se non la ricerca di scappare dal destino ineluttabile che attende ognuno di noi; la risposta alla più grande inquietudine dell’uomo?

Da Hunky Dory (1971).

Andò a Berlino in Erasmus, o forse in trasferta per il suo Ph. D. musicale, che già era ricchissimo alla soglia dei 30 anni. E lo fece molto tempo prima che gli hipster e gli artisti la eleggessero nuova Capitale culturale e città dei giovani. Il risultato è stato la trilogia berlinese

Già, perché David Bowie piace moltissimo anche alla "generazione Y", quella dei millennials, forse una delle più inquiete e individualiste della storia umana. Quella delle trasformazione veloci, quella che si può essere eroi, ma solo per un giorno, come cantava nel 1977 in Heroes

Da Heroes (1977), secondo album della cosiddetta trilogia berlinese.

La generazione delle inquietudini, di chi cerca qualcosa che non trova e per questo ha bisogno di cambiare e non si accontenta. O ancora quella di chi non si pone ostacoli circa i confini sessuali conosciuti o imposti dalla società, e ha bisogno di andare oltre, con il proprio corpo e la propria immaginazione come unico compagno di viaggio. 

Sembrava caduto da un altro pianeta e per questo molti hanno provato ad imitarlo: nessuno ci è mai riuscito, perché era lui ad imitare i pezzi del mosaico di se stesso.  Adesso non ci stupiremmo se – come Lazzaro – David Bowie resuscitasse.

Da Ziggy Stardust: The Motion Picture, album live registrato nel 1973 e pubblicato 10 anni più tardi.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Palermo.