Cultura

Cronache indiane: da Bollywood ai rifugiati tibetani

Articolo pubblicato il 01 marzo 2013
Articolo pubblicato il 01 marzo 2013
Quattro giorni per lasciare il Nepal, respirarne gli odori forti e lasciarsi pettinare i capelli dai piccoli figli del sub-continente indiano. Diario di bordo lungo la strada non asfaltata che da Kathmandu porta a Delhi, dalle paillette di Bollywood alla semplicità dei rifugiati in Tibet. Welcome to India.

Atterraggio morbido. Sono in Nepal. Sgattaiolo rapidamente fuori dall'aereo e corro per i corridoi dell'aeroporto di Kathmandu. Stanca e piena di bagagli, non riesco a smettere di ridere. Mi guardo intorno e tutto è splendido nella sua decadenza. Arrivata al controllo passaporti, mi presento felice, come un carcerato che sta per essere rilasciato. Solo una porta scorrevole mi divide dalla libertà. In pochi secondi mi confiscano il passaporto, mi guardano con aria impotente e mi dicono: "Signora, ci dispiace, ma ha solo quattro giorni per lasciare il Nepal".

Kathmandu-Delhi: 36 ore di strada non asfaltata e di puzza di piedi. È notte e siamo fermi da cinque ore in mezzo al nulla. Dobbiamo aspettare che il sole si levi alto nel cielo in questa No Man's Land, villaggio di confine che divide il Nepal dall’India.

Welcome to India

Appena oltrepassata la frontiera, capisco che quel mondo d’incantatori di serpenti, di danzatrici del ventre e di saggi eremiti esiste solo nelle favole. Respiro la fierezza degli indiani, un popolo immerso nelle proprie tradizioni, inghiottito dalle grandi città.

Alloggiamo nel campo di rifugiati tibetani a Delhi: un Tibet in miniatura che al posto delle catene montuose ha catene di ristoranti e di ostelli. Foto del Dalai Lama ovunque accompagnate da messaggi per chi si è dato fuoco per protestare conto le autorità cinesi. Dal 2009, cento immolazioni contro la politica di Pechino. L'ultimo gesto disperato è avvenuto il 13 febbraio a Kathmandu.

Delhi

In una stanza di circa 20 metri quadrati mi ritrovo circondata da almeno una dozzina di persone. Mi fissano. Le bambine iniziano a pettinarmi i capelli con nonchalance. Forse lo racconteranno alle loro amichette di scuola: "Una bianca è venuta a fare la pipì a casa nostra!". Contrapposti ai giovani paffutelli viziati dai genitori della nuova classe media indiana, vi sono oltre 50mila piccoli senzatetto nella capitale. Molti di loro sono orfani, mingherlini, con occhi vispi e voci squillanti. 

La nuova Bombay

Una nuvola di smog appesantisce l'aria di Mumbai, città in costruzione e in espansione. Nel treno c'è uno scompartimento riservato unicamente al gentil sesso. Secondo uno studio condotto da Thomson Reuters, l'India sarebbe "il quarto paese più pericoloso" al mondo per le donne. E di certo non posso smentirlo.

Nel cuore dell'industria cinematografica indiana, un uomo ci ha inseguito per un'ora. Non riuscivamo a seminarlo. Come in un film d'azione, mi ero già immaginata la scena di quando avrebbe provato a pugnalarmi e io, con una mossa di Kung Fu, lo avrei immobilizzato a terra, e poi con un discorso alla Gandhi gli avrei fatto capire che con la violenza non si ottiene nulla. Sì, ho visto troppi film di Bollywood, ma la recente morte di una studentessa vittima di un brutale stupro di branco ha scosso l'India e il mondo intero.

Rajasthan

oltrepassata la frontiera, capisco che quel mondo d’incantatori di serpenti, di danzatrici del ventre e di saggi eremiti esiste solo nelle favole

Nel Rajasthan, resto imbambolata davanti alle costruzioni spaziali dell’osservatorio di Jaipur architettate dal visionario Sawai Jai Singh II. Passo le mie giornate perdendomi in turbanti e vicoletti, assaggiando le numerose varietà di dolci e salendo sui tetti della "città rosa". Jaipur è famosa per le sue pietre preziose e io ho avuto la fortuna di conoscere Shyam che mi ha portata nel suo universo - The Gems Galaxy - per spiegarmi il processo di estrazione e lavorazione delle pietre. Partiamo per Udaipur, la cosiddetta Venezia dell'Est - proprio come Praga, Istanbul, e chissà quale altra città. Le costruzioni arabeggianti e i favolosi palazzi si specchiano nei canali della città, e si trovano giustamente belli. Udaipur ha come simbolo il cavallo: il potere. Il paesaggio ricorda leggende del passato; bazar, maharaja, l'India che sognavo, paese magico e velato di mistero.

Incontro Viru, artista folle, che aspira più fumo che ossigeno. Si aggira per il suo atelier sempre con una bidi in mano mentre spiega come ottenere colori da pietre e fiori. Con timidezza e umiltà ci porta nel suo villaggio, Kobita (che significa poesia in hindi), presentandoci la sua bellissima moglie dal volto quasi sempre nascosto da un velo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Due enormi tamburi e un dipinto di Shiva decorano un tempio sulla vetta di una montagna. Un uomo lascia bruciare i fiori secchi, l'incenso, la legna, e una noce di cocco che lentamente si trasformano in cenere. Si avvicina a noi e con un pizzico di pigmento color rosso, ci benedice per poi intonare un canto. "Here heaven", sussurra un pellegrino prima di imbattersi nella sua antitesi: un campo spinato e un pezzo di roccia da scalare a mani nude per raggiungere una grotta di eremiti. Qui si svolge il più importante pellegrinaggio induista, da gennaio a marzo, per 55 giorni consecutivi. Il Kumbh Mela si tiene ogni dodici anni e attira circa 100 milioni di pellegrini che si purificano nelle acque dei fiumi Gange e Yamuna. Massicce le misure di sicurezza nella città di Allahabad. Il 13.4% della popolazione indiana è musulmana. Davanti a una moschea della capitale, abbiamo discusso con un gruppo di estremisti che manifestavano contro l'odiato/amato autore dei Versi Satanici, Salman Rushdie. La stessa penna che mi ha accompagnato con Harun e il mar delle storie su per le strade accidentate del Kashmir.

C'è qualcosa che unisce quest'armata multiculturale e multireligiosa di contadini e ingegneri: gli indiani parleranno sempre male gli uni degli altri, ma nessuno riuscirà a svilire mai l'India, il loro paese, riempito di bellezza e tradizioni. 

Foto: copertina © wili_hybrid/flickr; nel testo: campo rifugiati © Santosh Thatal, protesta contro Salman Rushdie © Bibbi Abruzzini