Cultura

Con la Signora di Ferro torna in campo la politica

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2012
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2012
The Iron Lady porta nelle sale cinematografiche europee un ritratto amabile e semplice di Margaret Thatcher. Ma rammenta anche un vecchio stile di fare politica ad alti livelli, meno macchinoso e distante, più anni ottanta...Più vicino alla realtà? In tempi di ombre e debolezze, ci concediamo un po' di nostalgia.

Abito azzurro, capelli cotonati e collana di perle: la semplice facciata di qualcuno capace di arrivare dove la maggior parte non si azzarda, che chiude miniere, privatizza mezzo stato e riconquista le Falkland; qualcuno che dice e fa, taglia e apre, toglie e cuce: qualunque cosa serva per togliere la Gran Bretagna dalla inerzia. Il tutto dopo aver eluso secoli di maschilismo e tradizione elitaria, arrivando a essere la prima donna a occupare il numero 10 di Downing Street.

A parte ritrarla anziana e circondata da fantasmi nel suo appartamento-prigione di Londra, The Iron Lady (Phyllida LLoyd, 2011) offre un ritratto benevolo della ex primo ministro conservatrice Margaret Thatcher (1979-1990), che rivive in flashback la sua ascesa al potere enfatizzando molto sulla sua vita familiare, e quasi senza toccare gli episodi più controversi della sua gestione (i licenziamenti di massa, gli scioperi o le manifestazioni violente si confondono tra loro per passare, grazie alla la musica, da una scena all'altra indifferentemente; non viene neanche menzionata la complicità con Pinochet e altri criminali). Una via facile per accontentare più palati, e per giunta con l'appoggio di Meryl Streep, confermata ancora una volta dalla critica e dai premi come un'attrice tecnicamente perfetta.

Scene già viste

Curiosamente, le situazioni che vive la Thatcher nel film ricordano l'attualità, dove i leader politici europei prendono quotidianamente decisioni simili: miniere o cantieri? Pensioni o posti letto negli ospedali? Borse di studio o concorsi? Tagliare, ridurre, limitare (o anche "snellire", come se al momento di ridimensionare i servizi sociali si trattasse di perdere qualche chiletto per mettersi in linea).

"Un universo a portata di mano, di telefoni fissi, grandi e colorati, dove molte notizie esclusive ancora si comunicavano sulla carta"

C'è qualcosa che non quadra: lasciando a parte l'ideologia, "Meryl Thatcher" dà contenuto alle sue parole, mostra energia e nervi, come se si connettesse alla realtà per mezzo di un joystick. I manifestanti assaltano l'auto ufficiale e le urlano contro; appaiono immagini d'archivio dove la vera Thatcher stringe la mano alla gente e, appena eletta, regala una citazione medievale a venti centimetri di distanza da dieci telecamere. Da dove arriva quella sensazione di vicinanza ed efficienza politica, e perché la si rimpiange tanto?

Forse perché è solo una pellicola, che mette in risalto l'essenziale, in quei momenti chiave dove tutto cambia. O perché riflette quello stile britannico di mantenere i politici lontani da altari e magnificenze, costringendoli a stare in un parlamento stretto, obbligandoli a urlarsi in faccia, sopportando le gocce di saliva, gli sguardi di sfida, gli odori del giorno prima. Uno spirito rievocato anche dalla residenza del primo ministro: un piccolo appartamento di mattoni scuri e con finestre a livello della strada. Forse sarà per la struttura visiva del passato: immagini sgranate, in bianco e nero, vecchie acconciature, automobili sobrie e giacche di velluto; un universo a portata di mano, di telefoni fissi, grandi e colorati, dove molte notizie esclusive ancora si comunicavano sulla carta perché non esistevano Twitter né telefonini con videocamera.

Torna il buon tempo antico?

Annusando puzza di cospirazione, e temendo la classica trappola del "si stava meglio prima", lo spettatore è portato a chiedersi se i leader europei attuali operino ancora in una dimensione terrestre e palpabile, dove le loro idee hanno riscontri a medio termine, o se son passati a dipendere più e più volte da poteri occulti, che nessuno ha scelto e che nemmeno i giornalisti più astuti possono smascherare. Politici che non accettano domande, che spiegano i loro progetti ad altri governi prima che alla propria gente, che vanno a Bruxelles o a New York con un'idea e ritornano con un'altra, che aumentano le imposte dopo aver promesso di diminuirle, o che addirittura governano senza passare per le urne, arrivati direttamente dalle stesse banche che hanno provocato la crisi economica.

E' lecito domandarsi, forse con ingenuità,  se la Signora che interpreta Meryl Streep, sebbene estremamente neoconservatrice e promotrice dell'attuale deregolamentazione finanziaria, così padrona dei suoi principi e innamorata dell'azione, potrebbe ridare oggi spazio all'autonomia della politica. Se riuscirebbe a essere una donna "di ferro" non solo contro operai e sindacati, ma anche contro il ricatto delle agenzie di qualificazione, le grandi banche e i fondi d'investimento che speculano su interi paesi. Si aprirebbe un varco tra tutti quegli ufficiali timidi, e con le mani sui fianchi direbbe: "Basta così!"

Foto di copertina e manifesto pubblicitario del film: cortesia della pagina ufficiale di "The Iron Lady"; nel testo: Margaret Thatcher, cortesia della pagina ufficiale del primo ministro britannico; video (cc) kylexyfox/youtube