Cultura

Come si misura la democrazia?

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2008
Articolo pubblicato il 01 febbraio 2008
Intervista a Kirsten Bound, ricercatrice di Demos, istituto di ricerca indipendete e no-profit che si occupa di questioni sociali e politiche. La loro ultima proposta è l'indice di democrazia quotidiana.

«In Europa cresce la sfiducia verso i politici e la politica in generale». Non usa mezzi termini Jacki Davis, responsabile della comunicazione allo European Policy Centre, un think-tank brussellese. Secondo un’indagine dell’Eurobarometro effettuata lo scorso anno dalla Commissione Europea, però, l’Unione Europea non ne esce male: la popolazione europea ha più fiducia nell'Ue (48%) che non nei rispettivi governi (34%). «Ma attenzione», avverte la Davis, «i cittadini non dovrebbero essere chiamati in causa solo quando c’è un trattato da approvare».

Allo stesso tempo, però, «sono molti i segnali che ci dicono che la gente reclama, e sta ottenendo, maggior potere decisionale sulle questioni che influenzano la propria vita». Uno di questi è l’indice di democrazia quotidiana, lanciato il 31 gennaio 2008. Ne con Kirsten Bound.

Cos'è l'Indice di Democrazia Quotidiana?

Attraverso i dati raccolti in 25 stati membri, l'Edi (sigla inglese per «Everyday Democratic Index, ndr) misura la salute della democrazia europea. Il nostro obiettivo è quello di valutare come i cittadini europei percepiscano la propria forza decisionale nella vita quotidiana: lavoro, famiglia, servizi pubblici, fino al momento del voto. I paesi maggiormente impegnati nell’incrementare il potere decisionale dei cittadini sono anche quelli con il miglior livello di impegno politico formale.

È solo un indice tra gli altri?

Esistono vari misuratori di democrazia. Tra le varie ricerche che vengono effettuate la più famosa è forse quella sulla libertà nel mondo, tenuta annualmente dalla Freedom House.

Mi pare che domandare semplicemente se una nazione è libera o meno rischia di rendere il sondaggio un po' manicheo, interessante solo dalla prospettiva di paragonare Belgio e Birmania. L'Edi risulta invece molto più utile per indagare le sottili differenze, ad esempio, tra Francia e Finlandia: offre infatti un approccio più specifico, indispensabile per analizzare l'esperienza democratica in paesi come quelli europei, tutti dotati di meccanismi elettorali democratici.

Nel valutare come i cittadini europei percepiscono la propria forza decisionale nella vita di tutti i giorni vengono presi in considerazione gli stereotipi nazionali?

L'idea è quella di misurare la percezione, da parte dei cittadini, del proprio potere decisionale, premesso che da questo dipende la loro percezione della politica, e di procedere poi a confrontare i dati di ogni paese. L'obiettivo finale è quello di spiegare cosa c'è dietro il comportamento di ogni singola nazione. I risultati dell'Edi riguardanti un determinato popolo, infatti, sono strettamente correlati con i suoi indici di felicità e soddisfazione generale. Si potrà quindi affermare che la democrazia rende felici? Oppure è la felicità a rendere più democratici?

Coinvolgete il pubblico nel vostro progetto?

Ci proviamo. Per questo abbiamo aperto un sito in cui gli utenti possono esprimersi e vedere come lavoriamo sui dati. In questo modo speriamo di avere uno scambio e una partecipazione attiva dei cittandini.

Una risposta dalla Freedom House

È semplicemente falso che la Freedom House in the World propone degli strumenti di indagine "manichei". I nosti indicatori suddividono i paesi in "liberi", "parzialmente liberi" e "non liberi", che sono fatti per un pubblico interessato a quest'approccio. Ad esempio, ad ogni paese, viene dato un punteggio da 1 a 7 che tiene conto di indicatori basati sul rispetto dei diritti civili e delle libertà politiche.

Forniamo inoltre un monitoraggio su una serie di indicatori che includano le elezioni e la libertà di espressione, i quali permettono, ad esempio di distinguere tra la Francia e la Finlandia, questt'ultima ha, effettivamente, dei risultati leggermente più alti.

Arch Puddington, ricercatore alla Freedom House.

Immagini nel testo: la "carta della libertà" 2008 della Freedom House