Cultura

Claudia Contin, Arlecchino errante

Articolo pubblicato il 20 ottobre 2006
Articolo pubblicato il 20 ottobre 2006
L’attrice e regista italiana ripercorre la tradizione della Commedia dell’Arte. In chiave contemporanea. Tra l’Amleto di Shakespeare e i quadri di Schiele. Facendola conoscere al mondo.

Domenica mattina. L’estate lancia i suoi ultimi sussulti nell’anomalo caldo settembrino di un Nordest italiano – quello del recente miracolo economico – oggi divenuto fucina culturale di scrittori, attori, registi, quali l’attore Marco Paolini – che ha portato in scena la tragedia del Vajont –, il regista Carlo Mazzacurati, gli scrittori e giornalisti Claudio Magris e Paolo Rumiz, tanto per citarne alcuni. In sottofondo riecheggiano gli altoparlanti che danno voce a scrittori contemporanei venuti dall’Italia e dall’estero ad animare pordenonelegge.it, festival italiano di letteratura ormai diretto concorrente di quello di Mantova.

«Essere o non essere…», «Mangiare o vomitare...». Così il dialogo tra Arlecchino e il suo alter ego Amleto di shakespeariana memoria, in Arlecchino e il suo doppio, tragicommedia portata in scena da Claudia Contin e la Scuola Sperimentale dell’Attore in tutta Europa. Dove la maschera burlona di Arlecchino si confronta col suo doppio Amleto in un dialogo che porta il pubblico a riflettere sulle grandi tematiche della modernità: come affrontare le difficoltà di questo mondo? Come Arlecchino («un ottimista, la nostra parte bonaria», maschera nata infatti durante l’Umanesimo) o come Amleto, che invece «vede tutto e soffre al vedere le pene del mondo, e si fa carico delle guerre che non conosce»?

Eccolo, Arlecchino. Mi viene incontro, dietro un antico convento, nella viuzza medievale del centro città dove abbiamo appuntamento per pranzo. È una donna dall’espressione intensa, gli occhi magnetici, vestita semplicemente e poco truccata.

L’occhio clinico dell’antropologa

Mi saluta, sorridente, con sguardo penetrante e sincero. E analitico. Perché Claudia Contin è di mestiere antropologa: «Sono abituata a studiare le persone. Ma mentre gli antropologi di solito studiano popolazioni lontane, per me aver scelto la Commedia dell’Arte vuol dire essermi messa in un punto di distanza anche dalla società da cui io stessa vengo. In una società in cui nessuno guarda, in cui tutti ci preoccupiamo di essere visti», spiega con tono gentile. Così l’Arlecchino, per essere costruito come personaggio ed entrare nell’immaginario collettivo, è un ricettacolo di pregi e difetti, dove «non c’è un giudizio, anche il difetto è una qualità di una persona».

Claudia Contin mi racconta di aver vissuto anni intensissimi. Inizia teatro a soli 14 anni. Dopo l’Istituto d’Arte s’iscrive a Venezia, facoltà di Architettura, e contemporaneamente recita e segue come auditrice l’Accademia di Belle Arti: «Erano anni in cui dormivo tre ore a notte, trovando il tempo di lavorare, studiare e fare queste cose», racconta davanti a un piatto fumante di tortelli alla ricotta.

Una Commedia dell’Arta ispirata ai quadri di Egon Schiele

Come ogni artista, anche la Contin ha il suo maestro spirituale: Egon Schiele. E proprio ispirandosi al pittore austriaco, «che all’inizio del Novecento aveva già previsto l’uomo scavato, anoressico, problematico, che abbiamo adesso nel Duemila», l’attrice ha ricostruito la Commedia dell’Arte. «Sono partita dall’iconografia antica per ricostruire le maschere dei personaggi, per una riscrittura della Commedia, che parlasse di cose popolari, che non fosse legata al teatro della nostra tradizione, in cui si usava un approccio psicologico». E così nasce un vero e proprio «addestramento fisico, vocale, da teatro drammatico». Una vera e propria tecnica che s’ispira alle tematiche di Egon Schiele. Insomma, una caratterizzazione più drammatica della maschera, meno per bambini.

All’estero, quando viene rappresentato, molte parti in italiano e dialetto restano intatte, perché è il pubblico che lo richiede. Ma Arlecchino stesso distribuisce durante lo spettacolo un papiro con la traduzione nella lingua di Shakespeare. E in alcune parti ricorda «Shakespeare, Janis Joplin e i Rolling Stones, passa dallo stile del dandy vistoso del Seicento al Novecento. Ed è proprio questo l’Arlecchino che può parlare inglese».

Un’eredità europea

Il successo della Commedia dell’Arte, che oggi spopola all’estero, soprattutto in Spagna, Francia, Danimarca e Giappone, era ancora più forte un tempo, nel Vecchio Continente del Seicento. Perché, a quei tempi, «tra stranieri ci si capiva molto di più. Tutti si arrangiavano, magari lo straccione sapeva dire quattro parole in tante lingue diverse, sempre quelle, ma si adattava».

E così, se gli italiani “snobbano” quest’eredità, all’estero non solo viene seguita con interesse vivissimo, ma viene perfino praticata: «Nella scuola di Charleville, in Francia, dove ho insegnato, nella mia classe avevo sudafricani, cinesi, indiani…».

Ma da dove deriva tutto questo successo? «Sicuramente è per il fatto che Arlecchino è entrato nell’immaginario collettivo: diciamo che è un archetipo un po’ universale, c’è un po’ di Arlecchino in ciascuno di noi che abbia un po’ di autoironia».

Nella nostra epoca le influenze della Commedia dell’Arte, mi spiega, le ritroviamo nel teatro e nel cinema. In Dario Fo, Charlie Chaplin o Buster Keaton. Benigni non è un Arlecchino, è “arlecchinesco”, non ha bisogno della maschera. «Una maschera contemporanea è tale quando si consolida così tanto che diventa indipendente dal suo attore. E quando muore l’attore anche altri possono indossarla con fedeltà».

Claudia-Arlecchino vive molto alla giornata: «Devo dire che è sempre tutto molto precario. Sono stata fortunata ad aver iniziato molto presto, così da essermi abituata alla vita precaria… però è una grande risorsa di libertà. Per vivere e per fare molto basta poco. Io lavoro con orari molto variabili. Ma se avessi un lavoro con orari fissi dalle 8 all’1 e dalle 2 alle 6, tutti i giorni, sempre, io impazzirei». Il lavoro fa anche parte del rapporto con il compagno Ferruccio Merisi, che scrive le pièce teatrali insieme a lei.

E non ha potuto avere figli, «perché il bambino deve andare in una scuola fissa, deve avere delle certezze. Ma io ho talmente tanti figli nei miei allievi!» esclama sorridente, bevendo il caffè d’orzo. Dei figli – d’arte, s’intende – di una maschera che non morirà mai.