Cultura

Ciprì senza Maresco (senza Palermo e senza limiti)

Articolo pubblicato il 08 giugno 2015
Articolo pubblicato il 08 giugno 2015

Dopo la separazione da Maresco non pochi fans avevano pianto la fine di un momento unico del cinema italiano. Tuttavia Daniele Ciprì sembra essere passato a una seconda vita come il suo Totò (che visse due volte) e ci ha raccontato il tragitto che da Cinico Tv lo ha portato al suo ultimo, visionario progetto.

cafébabel: Tutto è iniziato con Cinico Tv: com’è nato il percorso che l’ha portata sul grande schermo?

Daniele Ciprì: Tutto è nato dall’artigianato, io facevo il fotografo, facevo riprese. A Palermo non c’era un riferimento cinematografico produttivo, ma la mia intraprendenza mi ha spinto a fare cose parallele. Mentre facevo il fotografo di matrimoni, infatti, ho cominciato a fare documentari con la cooperativa CLCT di Giuseppe Tornatore.

Poi è avvenuto l’incontro con Franco Maresco, quasi per caso. All’inizio facevamo dei piccoli montaggi, da John Ford a Kubrik, cominciavamo ad analizzare il cinema. Cos¡ è nata la prima sperimentazione, prendevamo dei personaggi, parlando del territorio siciliano ma non mostrandoli mai come delle cartoline, rendendoli sempre umani. La formula televisiva è stata lanciata dalla televisione locale TVM di Anna Mango, la mia ex moglie. Quello che facevamo era essenzialmente proporre delle schegge televisive in diretta. Poi abbiamo iniziato a fare il cinema con l’elettronica cosa che ci ha portati a poter fare la tv nazionale. Massimo Guglielmi ha scoperto la nostra originalità e ha deciso di appoggiarci.

cafébabel: Cosa portava il duo Ciprì e Maresco ad abbracciare quella visione unica e atemporale della Sicilia? Erano dei film rivolti più ai siciliani, agli italiani o al mondo intero?

Daniele Ciprì: La nostra era una visione globale, volevamo essere internazionali, parlare a tutti, tant’è che il “non luogo” si rappresentava come un luogo universale. L’apocalisse era nel mondo, era quasi un fantasy, con questi personaggi che avevano la madrelingua siciliana e dove le macerie erano l’indistinto. È stato un percorso lunghissimo che nessuno di noi due, anche separandoci, ha rinnegato mai.

cafébabel: Parliamo anche della sua produzione teatrale. In Palermo può attendere (2002) e Viva Palermo Viva Santa Rosalia (2005) ha collaborato con una delle voci più autentiche e radicate nel territorio palermitano: Franco Scaldati. Pensa che Palermo si presti a essere un palco teatrale?

Daniele Ciprì: Palermo è una citta meravigliosa, che mi ha dato tanto e che non ho mai rinnegato dal punto di vista artistico. Tu citi un artista che per me è stato punto di riferimento: Franco Scaldati. Lui faceva antropologia del territorio e noi  la trasformavamo in qualcosa di globale. Franco amava come lavoravamo, al punto da accettare di fare l’attore in Cagliostro. In quel momento rappresentavamo la trinacria cinematografica e lui fu complice di quella rivoluzione. Conoscevamo entrambi la sua incredibile capacità, aveva i tempi del cinema, poteva fare l’attore, l’autore ma non lo appassionava. Quando gli dicevo di fare cinema mi rispondeva sempre “Ma s’innissi a fari in to culo u cinema”.

cafébabel: La sua nuova carriera segna un cambiamento netto ad ogni livello: stile, contenuto, narrazione, regia, fotografia. Da cosa si vuole liberare e a cosa si vuole aprire il nuovo Ciprì?

Daniele Ciprì: Il cinema che io sto per fare è un cinema di “genere”. In passato ho fatto quello che desideravo, raccontando il mio territorio a mio modo. Arriva un momento però in cui devi aprirti, parlare anche con i giovani, cambiare l’aspetto narrativo, senza tradire il passato. Ho sfidato me stesso nel raccontare Palermo in un altro luogo, in un non luogo. Mi piace sperimentare e continuerò a farlo fino a quando ne avrò la possibilità. Forse Maresco si è ritirato in quel luogo del passato, ma io mi sentivo bloccato non da un tipo di messaggio, ma da un tipo di linguaggio che sinceramente ritenevo scaduto e che ho cercato di rinnovare separandomi. Franco ci ha sofferto moltissimo ed anche io, ma dovevo farlo per progredire, per salvare il passato.

cafébabel: La buca è il primo film che esce dal territorio siciliano. È l’inizio della fine del suo stretto rapporto cinematografico con Palermo?

Daniele Ciprì: Io non dimenticherò mai il mio tipo di scrittura visiva e narrativa, però è vero che “La Buca” rappresenta un passaggio, è un film che viene raccontato dichiaratamente in un luogo claustrofobico. Dicono che sia riuscito a raccontare la morte dei luoghi del cinema. È una pellicola leggera che contamina il vero e il falso, un po’ come faceva Fellini ambientando i suoi film in un non luogo che a ben vedere era quello della sua infanzia, dal quale però riusciva ad astrarsi rendendolo intangibile.

Il mio prossimo film andrà molto oltre: sto preparando un viaggio nella cecità. Il film prende spunto da un libro, ma ne trarrò solo qualche elemento. Sarà il viaggio di due ragazzi e questo mi darà la possibilità di incontrare personaggi e di capire e moralizzare la vita. Dato che da sempre faccio immagini voglio sfidarmi: immaginare di non poter vedere più e di diventare cieco. Cadere nella cecità per cominciare a vedere. Non racconterò il cieco, racconterò “noi” ciechi. È la mia nuova sfida e uscirà nel 2016.

cafébabel: Scopro, parlandole, che un artista anche dopo avere raggiunto la massima popolarità non smette mai di reinventarsi e di cercare nuovi stimoli. È forse questa la chiave per sperare in un nuovo cinema italiano?

Daniele Ciprì: Ho fatto molti di cortometraggi con i miei allievi, uno è a Cannes e un altro ha vinto ieri il Nastro d’argento. Mi confronto con loro costantemente perché non si smette mai di imparare: è una relazione quasi vampiresca, io prendo da loro e loro prendono da me. L’Italia ha bisogno di nuovi stimoli. Adesso sto vedendo il trailer del film di Garrone: l’uomo che ha realizzato Gomorra ora ha fatto un film di genere che sembra diretto da Peter Jackson. Questo tipo di passaggio che io come lui sto avendo è importantissimo ed è quello che manca in Italia. Al contrario dei francesi, noi non abbiamo un’industria del cinema. E industrializzare non significa per forza tralasciare l’umano. Come credo abbia fatto anche Garrone, il mio prossimo film è un film “fantastico” fatto per raccontare l’umanità.

Insomma, bisogna riuscire a fare cinema e stimolare l’immaginazione di chi guarda senza dimenticare mai che dietro ogni cambiamento di luce, di ombra e di ripresa, c’è sempre l’uomo.