Cultura

Cinema dall'Arabia Saudita: la piccola Wadjda

Articolo pubblicato il 26 aprile 2013
Articolo pubblicato il 26 aprile 2013
Wadjda, dieci anni, sogna di avere una bicicletta verde con i nastri colorati sul manubrio. Ma c’è un problema: a Riad è sconveniente che una ragazza vada in bicicletta. Ma chi la dura la vince. In occasione della chiusura dello Human Rights Film Festival di Londra una sala gremita ha salutato con fragorosi applausi il film arabo-saudita Wadjda.
Uscito nelle sale italiane il 6 dicembre scorso con il titolo La bicicletta verde, patrocinato da Amnesty Italia, e presentato ai festival di Venezia e di Torino, il film di Haifaa Al Mansour continua a mietere successi in Europa.

Sono esattamente due prime volte: Haifaa Al Mansour, prima regista donna arabo-saudita, ha girato per la prima volta un lungometraggio per intero nella sua terra d’origine. E in un paese in cui non ci sono sale cinematografiche aperte al pubblico questo è tutt’altro che scontato. La regista ha potuto realizzare il film grazie all’aiuto della casa di produzione berlinese del duo Roman Paul e Gerhard Meixner che, già con Paradise Now (2005) e Waltz with Bashir (2008), si era cimentato con il Vicino Oriente.

L’eroina di Al Mansour in Wadjda (Waad Mohammed) non si fa troppo spaventare dalle prescrizioni e dai divieti. Sotto il suo hijab scintillano le scarpe da ginnastica Chuck Taylor. Nella cartella porta in giro musicassette di musica pop occidentale – sequestrate regolarmente dalla direttrice della scuola. Ma Wadjda deve anche attenersi alle rigide regole nell’abbigliamento. La bambina promette di comportarsi meglio in futuro per poter essere ammessa a un club del Corano. Decide di prendere sul serio la regola di portare il velo e rende le sue scarpe “conformi” con un pennarello nero.

Con l’entrata nel club la direttrice spera che Wadjda si rassegni all’obbedienza come tutte le altre ragazze, ma si sbaglia. I soldi racimolati con il mercatino nel cortile della scuola non sono abbastanza per comprare la bellissima bicicletta verde, quindi l’imminente concorso di lettura del Corano sembra proprio fare al caso suo: al vincitore andranno mille Rial (circa 200 euro). Con l’aiuto del videogioco Come diventare milionari Wadjda si prepara ad affrontare il grande giorno.

Sembrerebbe una ragazzina come tutti gli altri, ma una volta in strada Wadjda è costretta a coprire i suoi jeans a tubo con un abito lungo fino ai piedi, e insieme ai jeans svaniscono anche i suoi diritti all’individualità.

Da Persepolis A Wadjda

Il film ricorda la riduzione cinematografica, nel 2007, del fumetto autobiografico Persepolis, nel quale Marjane Satrapi racconta della sua infanzia e della sua giovinezza durante e dopo la rivoluzione islamica. Come Marjane, anche Wadjda è una ragazzina aperta al mondo che con la sua personalità esce dagli schemi e combatte contro la repressione politica e culturale del suo paese. E in entrambi i film ci si accosta con umorismo a temi seri.

Allo spettatore riesce così più facile identificarsi con la protagonista di un’altra cultura. Una cultura in cui le donne non contano molto: quando Wadjda scopre che lei – esattamente come tutti gli altri componenti femminili della famiglia – non fa parte del suo albero genealogico, cerca di correggere questo errore e senza esitare incolla un ramo con il suo nome all’albero. E quel ramo la mattina dopo non c’è già più.

Anche se il film conteine solo un accenno alla condizione delle donne in Arabia Saudita, è sembrato opportuno agli organizzatori dello Human Rights Watch Film Festival di Londra accendere i riflettori sulla questione attraverso questa storia commovente.

Nell’ultimo World Report la ong Human Rights Watch riferisce sull’oppressione delle donne e delle ragazze in Arabia Saudita: viaggiare o anche gestire un'attività pubblica è loro interdetto. Anche per sottoporsi ad alcuni interventi chirurgici hanno bisogno del permesso di un tutore di sesso maschile. La regista Al Mansour ha usato un trucco: per nascondersi, ha girato le scene esterne dall’interno di un auto; in Arabia Saudita infatti crea disagio lo spettacolo di donne che lavorano per strada.

Nei festival internazionali il suo film è stato accolto bene. La prima mondiale ha avuto luogo lo scorso agosto al Festival di Venezia dove il film ha vinto il premio Cinema d’Arte e d’Essai. Al Film Festival Internazionale di Dubai nel dicembre 2012 ha vinto i premi per il miglior film e la migliore attrice. Alla fine di marzo la storia di Al Mansour ha aperto il Festival di Beirut, che quest’anno celebra la “nascita del nuovo cinema arabo emergente”.

Foto: copertina © Razor Film; nel testo Haifaa Al Mansour © pagina facebook ufficiale di Haifaa Al Mansour; video: (cc) FilmIsNowEU/YouTube