Cultura

Catarina Botelho: l'arte, la crisi e la quotidianità in Portogallo

Articolo pubblicato il 15 novembre 2011
Articolo pubblicato il 15 novembre 2011
L’artista visiva e fotografa di Lisbona immortala sia amici intimi e familiari che viaggi di lavoro. L'arte in Portogallo, la cultura in tempi di crisi, la disoccupazione che travolge il paese: Catarina Botelho si racconta.

Catarina, come hai cominciato?

Il cinema mi ha affascinato sin dall’adolescenza. Ci andavo tutte le volte che potevo. Dopo un po’ però ho capito di essere interessata più a un processo di creazione individuale che di gruppo, che invece necessita così tanti mezzi e persone. Avevo deciso di studiare belle arti ma la fotografia mi ha sempre interessata, così è diventata la mia arte.

Com’è Lisbona, la tua città natale?

Lisbona è una piccola città splendida dove si può vivere con una certa facilità e allo stesso tempo avere luoghi diversi da scoprire e cose da vedere. Ha il fascino di una città imperfetta, una città in cui l’architettura antica, a volte abbandonata, è la testimonianza di una vita contemporanea. Lisbona è meravigliosamente luminosa per tutto l’anno e poi c'è il Tago, il grande fiume in cui si specchia. Chi vive nel centro della città può praticamente trascorrere le proprie giornate a piedi. Passeggiare per il centro di Baixa; andare per negozi a Martim Moniz, dove si trovano prodotti provenienti da tutto il mondo; leggere un libro su uno dei tanti “miradouros”, o belvedere, dove si godono le migliori panoramiche della città; o andare in bicicletta lungo il fiume.

(© Catarina Botelho)

Noti dei cambiamenti nel settore culturale del Portogallo, in quanto paese ufficialmente “a rischio”?

Non ci sono mai state molte prospettive per gli artisti entro i confini portoghesi. Benché ci siano artisti molto bravi in ogni campo e siano state create delle opere eccezionali, siamo un paese piccolo con livelli di istruzione piuttosto bassi. Il Portogallo ha vissuto più di 40 anni di dittatura, terminata solo nel 1974. Tra le altre cose, il regime ha sostenuto l’ignoranza come politica statale, lasciando profondi problemi d’istruzione nella nostra società. Oggi, la cultura e le arti sono viste dalla grande maggioranza della popolazione, compresi molti politici del passato e del presente, come qualcosa di superficiale e non necessario alla vita umana e a una società democratica.

©CB

Le poche risorse e opportunità che abbiamo avuto e costruito come artisti sono, oggi, quasi scomparse. Ci sono sempre meno progetti che danno risorse sufficienti per sopravvivere, meno esibizioni, meno borse di studio per artisti, meno investimenti da parte delle istituzioni e praticamente nessun supporto governativo. Questa crisi sarà un’opportunità per gli artisti per unirsi e affrontare la situazione e giocare un ruolo nel cambiamento. La gente è ancora molto anestetizzata, come se dovessimo ancora capire quel che stiamo affrontando e le avversità che ci aspettano. La sfida sta nel modo in cui affrontare tutto questo.

Che ispirazione cerchi nella quotidianità delle persone che fotografi?

I momenti più silenziosi, il tempo che passiamo gli uni con gli altri, i gesti più semplici possono essere gli attimi più interessanti. Mi interessa molto il rapporto con oggetti, materia e spazi intorno a noi. In un periodo e in un sistema economico in cui siamo valutati soprattutto in base alla produttività sul lavoro, al successo e al denaro, mi interessano gli spazi e le situazioni senza funzione produttiva per ripensare più facilmente a noi stessi come esseri umani, tornando alle cose fondamentali.

Nel 1968 un giornalista francese ha detto che la Francia era “annoiata”. Il Portogallo è mai stato noioso?

Per niente. “Noiose” sono le società dove tutto è perfetto e controllato. Siamo veramente nella merda e non sappiamo come uscirne. Questo sentimento moderno di incertezza e il non sapere cosa fare e dove andare, però, si sta diffondendo in tutto il mondo.

Sei spaventata da quello che sta succedendo nel tuo paese? La tua arte è un rifugio?

Ogni giorno sentiamo parlare da amici, familiari o al telegiornale, di gente che perde il lavoro o di lavoratori autonomi che ne hanno sempre meno. Gli annunci sull’impennata dei prezzi o delle tasse sono frequenti. C’è anche un sentore di calma, come se la gente non fosse ancora sicura di quel che sta succedendo; immagino che molti portoghesi si vergognino di aver perso il lavoro e di non avere soldi, quindi se ne stanno zitti finché possono. Questo senso di insicurezza è sempre nella mia testa. Ho paura. Con le proteste globali di questi mesi, però, stiamo cominciando a capire che questa crisi fa parte di un sistema globale in cui il profitto, e non la gente, è la massima priorità. In queste condizioni, un artista può mantenersi fermo sulle proprie posizioni e continuare a lavorare.

A 30 anni, noti dei cambiamenti nel tuo lavoro e nel modo in cui la gente lo percepisce?

Sono più sicura di quel che cerco e di cosa voglio fare nel mio lavoro rispetto agli inizi. Eppure, Charlie Chaplin ha detto: «Non viviamo abbastanza a lungo per essere qualcosa di più» di dilettanti. Nell’arte cerchiamo sempre la stessa cosa e continuiamo a inseguirla. Quando finisco un progetto mi sento come se l’avessi trovata, ma poi comincio ad avere la sensazione che quel qualcosa manchi di nuovo. Che quello che stavo cercando sia scivolato via. Ecco perché continuo a lavorare, continuo a inseguire.

Foto per gentile concessione di © Catarina Botelho