Cultura

"Buzz", "chat", "tuning": la fine degli anglicismi in Europa?

Articolo pubblicato il 15 aprile 2010
Articolo pubblicato il 15 aprile 2010
Crociata anti-anglicismi in Francia. Buzz, chat, newsletter, tuning e talk dal 30 marzo 2010 hanno ceduto il posto a espressioni francesi, create durante un concorso per studenti. Quest’iniziativa del segretario di Stato alla francofonia avrà seguito in altri paesi europei? Tour d’Europa per conoscere meglio questi anglicismi unificatori.

I francesi sono fieri della lingua di Molière? Un vecchio cliché che continua a resistere. Lo dimostra il concorso Francomot (“parole franche”) lanciato nel gennaio 2010 dal segretario di Stato alla francofonia Alain Jouyandet: dal 30 marzo, cinque anglicismi lessicali sono stati sostituiti da altrettanti termini francesi ideati da alcuni studenti, sotto lo sguardo attento di una giuria presieduta dallo scrittore Jean-Christophe Rufin e composta da musicisti rap come Mc Solaar o Sapho. I video su Youtube non faranno più “buzz” nella rete francese ma faranno “ramdam”, parola estrapolata direttamente dall’arabo. Niente più “chat” ma piuttosto “éblabla” o ancora “tchache”. Quelli che amano truccare le macchine non faranno più “tuning” ma “bolidage”. Per quanto riguarda gli intellettuali abituati a ricevere la “newsletter” del quotidiano Le Monde e che ascoltavano i “talk” in podcast, dovranno d’ora in poi abituarsi alle “infolettres” (contrazione tra informazione e lettere) e parlare di “débates” (dibattiti). Ci si abituerà facilmente?

I siti internet, da cultura-buzz a Ibuzzyou, dovranno reinventarsiVersante tedesco, non ci si pone questo tipo di problema con gli anglicismi: i vicini dei francesi continueranno a “chatten” fino a nuovo ordine. Per farvi capire meglio l’importanza di questa tendenza teutonica va detto che i tedeschi sono addirittura capaci di creare i loro anglicismi, come “handy” (telefono cellulare), termine anglofono che nemmeno gli inglesi utilizzano. I blogger italiani “chattano” durante il “talk showAnnozero, ma ogni nuovo proclama di Berlusconi è l’occasione per un grande passaparola o rumore e non un “buzz”. Gli spagnoli non lasciano niente al caso: non c’è “buzz” che tenga, ma un “ruido” o uno “zumbido”, e in rete i giornali iberici inviano i loro “boletìn” e non le “newsletter”. Ma l’orgoglio italiano per la lingua di Dante va anche oltre. Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della Sera, adora prendere in giro quegli italiani che anglicizzano tutto, soprattutto nell’informatica e in economia. Nel suo libro “Riscopriamo l’italiano: lezioni semi serie” (Rizzoli) Severgnini si chiede, con falsa innocenza: «Perché dire “brand” se possiamo dire marchio? Perché “meeting” e non riunione?». Gli inglesi hanno di ché ridere con i nostri pseudo-anglicismi. I “buzz” vengono chiamati “hype” e un buon video su Youtube “make viral history”. Visto d’oltre manica, niente di così importante per farne un “ramdam”.

Illustratione: Henning Studte; foto: Unhindered by Talent/flickr