Cultura

Borderline, foto di quei confini che non ci sono più

Articolo pubblicato il 30 aprile 2015
Articolo pubblicato il 30 aprile 2015

I ragazzi degli anni '90 non hanno ricordo di un'Eu-ropa dove non si potesse circolare liberamente. Valerio Vincenzo, fotografo italiano classe 1973, sì. È da questo cambiamento epocale che è nato il suo progetto fotografico: Borderline. 

Nel 1995 l'Erasmus andava in terza elementare e Valerio Vincenzo, allora studente di economia, si trovava in Francia grazie al PIM, ovvero una partnership in international management. Nel 1995 esistevano ancora le dogane, i controlli alla frontiera e sì, poteva capitare di vedersi rifiutare la richiesta per il permesso di soggiorno. No, non negli Stati Uniti ma nella vicina Francia, tanto per fare un esempio. A un amico di Valerio andò proprio così. Lui no, ebbe fortuna. 

Circolare liberamente

Facendo un salto nell'Europa pre-Schengen  di vent'anni fa (prima dell'effettiva entrata in vigore dell'accordo), non è difficile capire perché Valerio, ora fotografo freelance, stia lavorando da oltre 7 anni al suo progetto "Borderline". «Era da tanto che pensavo di realizzare un lavoro sulla possibilità di circolare liberamente. Nel periodo universitario passato in Francia, Schengen ancora non era entrato in vigore. E ricordo bene che ottenere i documenti (ovvero il permesso di soggiorno) per rimanere lì a fare uno stage non fu cosa semplice».

Nel 1995, per trasferirsi in Francia, bisognava fare domanda in Prefettura. Ma non solo. «Dovevi anche rispondere a certi requisiti - spiega Valerio - per esempio, avere una certa somma di denaro su un conto bancario francese. Noi, che eravamo tutti studenti, avevamo sviluppato questa tecnica: versavamo tutti i soldi sul conto di uno che faceva la sua domanda. Poi questi soldi passavano sul conto del secondo che faceva la sua domanda e così via. Io credo di essere stato chiamato in Prefettura cinque o sei volte, l'ultima volta perché avevo firmato dei documenti con la penna blu, mentre avrei dovuto firmarli con quella nera». Una situazione che a quella che è stata definita la "generazione Erasmus" - quella dei voli low cost e della libera circolazione - sembra sinceramente incredibile. Talmente assurda, concorda Valerio, che pare strano anche solo parlarne.

«In Francia sono tornato nel 1997, senza il permesso di soggiorno. E il fatto che non si parlasse di questo enorme cambiamento, di questa rivoluzione, mi pareva sorprendente. L'idea del progetto, invece, è nata da una foto di Cartier Bresson che mostra una dogana a Bailleul, tra la Francia e il Belgio». Così nel 2007 è iniziato il viaggio di Valerio, alla ricerca di quella famosa dogana che lo aveva tanto colpito. «Volevo vedere se fosse ancora lì ed effetivamente era così». L'idea, che inizialmente avrebbe dovuto riguardare solo vecchie dogane abbandonate, si è presto trasformata nella voglia di immortalare quelle che Valerio chiama le "frontiere del futuro". Niente barriere, niente muri, niente ostacoli. Semplicemente dei dettagli, come il colore del cemento, che può variare da un paese all'altro.

Una linea lunga 16.500 chilometri

Dovessimo allineare tutti i confini d'Europa, o meglio quelli dell'area Schengen, uno dopo l'altro, otteremmo un segmento di 16.500 chilometri. Una linea capace di cambiare forma e, talvolta, di diventare addirittura invisibile. Una croce, una distesa di sassi o, perché no, un pontile che si affaccia quasi timidamente sul mare. Baltico, come nel caso della frontiera tra Germania e Polonia. Un pontile che nel 2011, anno dello scatto, era stato appena costruito. «È interessante vedere come queste frontiere, aperte da vari anni, stiano attirando soltanto adesso le attenzioni delle istituzioni che, piano piano, tornano a riappropriarsi di questi luoghi, un tempo terra di nessuno». Luoghi in cui sviluppare iniziative che rendano loro linfa vitale, continua Valerio. «Certo, il confine tra Germania e Polonia è uno dei più simbolici. E la frontiera odierna è una delle più recenti, ratificata nel 1990».

Dopo aver visto coi suoi occhi il confine tra Francia e Belgio, il cammino di Valerio è proseguito verso sud, «a zig zag - dice lui - verso la frontiera tra la Francia e l'Italia», dopo essere passato per Belgio, Lussemburgo, Germania e Svizzera. «Sono tornato a Parigi con una dozzina di foto e ho iniziato a mostrarle in giro. Il caso ha voluto che nel 2008 la Svizerra entrasse a far parte degli accordi di Schengen. È stato il magazine Geo a finanziare il seguito del mio progetto». Progetto che, a dirla tutta, non è finito. Le prossime tappe saranno Croazia, Slovenia, Ungheria e Romania. Una decisione che prescinde dagli accordi di Schengen per arrivare a immortalare i confini dell'Unione Europea. «L'importante è che si tratti di frontiere tra due paesi che sono in pace e che magari, nel passato, non lo sono stati» spiega Valerio.

Ogni confine è a suo modo unico e irripetibile. «È strano ma se ti metti su una linea di frontiera ti sembra quasi di avvertila la tensione tra i due paesi. È assurdo pensare che alla destra del mio piede si parli una lingua e ci siano delle leggi e a sinistra succeda una cosa completamente diversa. Un po' tutte le frontiere mi soprendono. In un certo senso, e soprattutto quando non sono naturali, per me sono addirit-tura assurde». E, in qualche caso, pure inaccessibili. Già perché Valerio, che a sua detta non è un gran esploratore, fotografa solo i luoghi che può raggiungere in auto. E per vedere tutte quelle frontiere, per percorrere quei famosi 16.500 chilometri, scherza, non basterebbe una vita. 

Tra gli scatti preferiti di Valerio c'è quello del confine tra Svizzera e Italia, realizzato nel 2008. Uno dei primi, mi fa notare. Perché? «Un po' perché si tratta di uno scatto fatto in condizioni estreme, oltre i 3mila metri. E poi perché in questa foto si vede una barriera. Una cosa che potrebbe quasi stonare col mio progetto non fosse che quei paletti non hanno niente a che vedere col vero confine tra i due paesi: delimitano semplicemente la pista da sci per evitare che gli sciatori, avvicinandosi alla parte italiana, possano finire in un burrone». Un doppio gioco insomma: la frontiera c'è, ma non per il motivo che credete voi.

E poi ci sono quelle frontiere che stiamo creando, quei muri che stiamo tirando su, spiega Valerio riferendosi alla Fortezza Europa. «Fare una foto a Lampedusa o Mellila? Per me significherebbe mostrare una frontiera con la quale non sono d'accordo. Io, col mio progetto, ho deciso di mostrare quelle frontiere in cui le barriere non esistono più. È il mio modo di parlare anche di frontiere altre, per mostrare quanto sia assurdo il concetto stesso di confine. In Europa ci sono state delle guerre per dei campi che adesso sono vuoti. Quindi sì, ritengo che sia assurdo oggi elevare altri muri, però non voglio dirlo mostrando quei muri. Finirei per mostrare una frontiera che funziona, dando ragione a chi l'ha costruita».

Da vedere: Borderline, in esposizione all'Hôtel de Ville di Parigi dal 9 maggio, in occasione della festa dell'Europa.