Cultura

Birdman vola davvero

Articolo pubblicato il 06 marzo 2015
Articolo pubblicato il 06 marzo 2015

In seguito alla pioggia di premi, Birdman fa sempre più discutere ma, grazie alle  prodezze virtuosistiche e ai voli da mestro, il film consacra e rilancia il suo autore Iñárritu e il suo protagonista Michael Keaton.

Birdman è il film del momento. Fresca delle quattro prestigiose statuette vinte agli Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia) e dei due Golden Globe (miglior sceneggiatura, miglior attore), solo questa pellicola può distrarre abbastanza il pubblico dalle ridicole sfumature di grigio e dall’ennesimo colpo patriottico di Eastwood.

Per gli spettatori più casuali, Birdman riassume spavaldamente l’affiche attuale delle sale (almeno quelle parigine), riprendendo il ritmo dei tamburi dell’american dream di Whiplash e il fondersi surreale di realtà e sogno di Réalité, senza scordare la trattazione alternativa del genere super(anti)eroe di Vincent n’a pas d’écailles. Per gli appassionati con più memoria, l’opera può invece evocare, tra le altre cose, il camaleontismo recitativo di Holy Motors, il trasformismo liberatorio de Il Cigno Nero, le complessità sceniche di Synecdoche New York e le sfide da piano sequenza di Nodo alla gola e Arca russa.

Ma prima di tutto Birdman conferma e impone definitivamente al grande pubblico la qualità di un autore, Alejandro González Iñárritu, che ha avuto il coraggio di reinventarsi con estrema forza. Il regista messicano aveva infatti negli ultimi quindici anni abituato i cinefili internazionali a pellicole intensamente drammatiche e dalla struttura drammaturgica corale e frammentata, quali Amores Perros, 21 Grammi, Babel, Biutiful. Con Birdman, Iñárritu rivoluziona il suo cinema, nella tecnica, nel genere, nello stile e nel pensiero, dando vita a un’opera dinamica, ironica, iperconcentrata e schizofrenica. Per molti, amanti del suo vecchio registro, questo cambiamento radicale è una sconfitta, una perdita della sua cifra personale, un avvicinamento ai dettami statunitensi. Per certi versi è vero. Tuttavia, come diceva Enrico IV, «Birdman val bene una messa».

Sicuramente da citare è il virtuosismo dell’effetto piano sequenza, ottenuto con l’astuta unione in fase di montaggio di lunghi piani sequenza legati da raccordi mimetici. Tecnica, quella del piano sequenza – che prevede una sola inquadratura per tutta una sequenza senza alcun taglio, generalmente impiegata per restituirne continuità e realismo - che in questo film fa immergere (e correre) lo spettatore nella preparazione claustrofobica del debutto teatrale di What We Talk About When We Talk About Love da parte di Riggan Thomson, ex star nota solamente per la sua interpretazione nella saga di successo "Birdman" e che intende rilanciare la sua carriera.

La macchina da presa si districa tra camerini e corridoi, entra in tutte le porte, compie voli pindarici dalla finestra per rientrare dal retro e resta sempre incollata al passo dei personaggi imprigionati dentro le vene della New York frenetica, isterica e allo stesso tempo malinconica dei teatri di Broadway. In costante accompagnamento e contrappunto, è perfetto il tappeto sincopato della soundtrack di batteria, che evidenzia l’assolo del protagonista tra variazioni di tempo, stacchi improvvisi e rullate violente e in questo modo ci fa pensare ad un’improvvisazione free jazz quando invece siamo di fronte a una partitura (narrativa e coreografica) inamovibile. La difficoltà dell’esperimento infatti si regge non soltanto sull’abilità degli attori (Micheal Keaton, Edward Norton, Zach Galifianakis, Naomi Watts, Emma Stone) e del direttore della fotografia (Emmanuel Lubezki), ma soprattutto su una sceneggiatura architettata fino al minimo dettaglio.

Birdman (2014) - Trailer

Di che tratta questa sceneggiatura? Dell’ego delle persone, di ciò che dentro di noi ci logora e ci seduce, e che non ci abbandona finché non ne prendiamo il controllo. Ma anche di un sistema dello spettacolo che vive della costruzione di miti, dell’inchiostro di arroganti, dell’applauso di una massa, della luce delle star, del conflitto interpersonale, di sipari che non si chiudono del tutto e di blockbuster che sconfiggono certe dissertazioni sull’amore. Birdman segue gli attori nel loro continuo entrare e uscire dalla scena, nel loro movimento perpetuo dal palco alle quinte, in uno spazio fluido soffocato dalle ansie di chi lo percorre. Vi è un confine mobile tra vita ‘in scena’ e vita ‘fuori scena’, tra chi finge nella realtà e mai nel teatro (Norton) e chi deve rinascere nella realtà per rivivere il sogno del teatro (Keaton). Qual è la parte di noi stessi che portiamo in scena davanti al pubblico?

Gli attori hanno paura di scomparire. La loro esistenza è proporzionale alla permanenza della loro immagine nella memoria del pubblico. Vita e carriera condividono lo stesso sangue: il sangue del corpo dell’attore che macchierà il palco servirà a riesumare l’animo della persona sul letto d’ospedale. Persona e attore finiscono per coincidere, e Riggan Thomson s’invola lasciando il ricordo del vecchio ego/Birdman letteralmente sulla tazza del cesso e gli occhioni verdi tendenti all’infinito di sua figlia per la prima volta ad ammirarlo. Iñárritu ti mette le ali.