Cultura

Biennale di Venezia, è l'ora degli artisti rom

Articolo pubblicato il 18 giugno 2007
Articolo pubblicato il 18 giugno 2007
Fino al 21 novembre la 52esima edizione dell'Esposizione ospiterà Paradise Lost, il primo padiglione sull'arte gitana.

Timea Junghaus, la curatrice della mostra, arriva all'intervista con un'ora di ritardo. «Aaaah, gli artisti!» esclama sbuffando, come per scusarsi, sedendosi all'aperto in un caffè veneziano. Spiega che ha trascorso la notte in bianco per assisterne uno in preda a un attacco nervoso. Ma questo è solo uno dei tanti inconvenienti che ha dovuto affrontare per riuscire a offrire al pubblico della 52esima Biennale di Venezia Paradise Lost (“Paradiso perduto”), il primo padiglione d'arte contemporanea rom, visitabile dal 10 giugno al 21 novembre nel seicentesco Palazzo Pisani.

«Inizialmente gli organizzatori erano restii a dedicare una mostra ai soli artisti rom perché di solito i padiglioni sono su base nazionale» spiega Timea. «Pensavano fossi una di quelle femministe sempre arrabbiate e fissate con le minoranze.» Ma alla fine l'ha avuta vinta, grazie anche all'appoggio del ministro italiano per le Politiche europee Emma Bonino e del presidente dell’Unione Europea José Manuel Durão Barroso.

L'arte come forma di rivincita

La mostra presenta i dipinti, i video e le installazioni realizzati da sedici artisti gitani provenienti da otto paesi diversi. Molti di loro non parlano lo stesso dialetto e hanno una diversa formazione artistica. «Questo è un vero e proprio padiglione europeo» afferma orgogliosa Junghaus. Su un muro è stata fissata, con alcuni coltelli, una gonna nera gitana: l'opera ricorda una di quelle farfalle da collezione esposte nelle bacheche grazie al sostegno degli spilli.

«Tutti gli artisti hanno sofferto per il fatto di appartenere a una minoranza etnica» spiega la curatrice. «I loro lavori, nonostante siano così diversi, hanno in comune una cosa: esprimono un sentimento di rivincita, sono una forma di terapia.» Camminando lungo il padiglione l'occhio si ferma su uno schermo, dove si vede una giovane ungherese rispondere alla domanda “i rom ti creano problemi?”. «Solo uno» afferma la ragazza. «Esistono.»

Cultura gipsy fuori dal comune

Eccoli gli artisti rom. Uno di loro balla accompagnato dal battito delle mani dei suoi compagni. Si chiama Gabi Jiménez o François Lopez: dipende da dove e come sua madre ha compilato i documenti. Qualunque sia la sua origine, lui la definisce così: «Ho vissuto dove mi ha spinto il vento e dove i poliziotti e i processi mi hanno messo». Ma le sue opere non lasciano spazio ai dubbi. I soggetti dei suoi colorati dipinti – tra cui carovane e gente che suona la chitarra – mi sembrano tipicamente gitani. «Tu vedi solo delle carovane – precisa Jiménez, deciso – io i semplici e positivi momenti che caratterizzano la vita rom. Mostro la gioia, dove altri vedono solo stereotipi». E aggiunge, con un sorriso: «Mi sono reso conto che l’arte è un buon mezzo per scuotere le opinioni».

«Molto più che musica gitana»

Junghaus considera il Padiglione Rom «una presa di posizione politica contro il razzismo. Qualche artista non ha voluto partecipare, temendo eventuali ripercussioni una volta rientrato a casa». «L'obiettivo principale dell’esposizione – continua la curatrice – è dare agli artisti la possibilità di dimostrare al resto del mondo e alla loro stessa comunità che la cultura rom non è solo musica. È molto di più: stiamo creando una "cultura alta".»

Ma la comunità Rom è pronta per questo “salto di qualità”? In una delle stanze di Palazzo Pisani i visitatori sono improvvisamente circondati da cavalli selvaggi, esotiche principesse gitane e, sorpresa, anche dal vagabondo Charlie Chaplin. Sono i quadri di István Szentandrássy, voluti dalla curatrice della mostra. «È questo ciò che piace ai membri della minoranza – si giustifica Timea Junghaus – chiamiamolo “orgoglio rom”» Molti critici d’arte, ammette tuttavia, lo definirebbero piuttosto “kitsch gitano”.

Una mostra per tutti i gusti

L’esposizione cerca di soddisfare le esigenze sia di un pubblico raffinato sia degli amanti degli elementi più esotici e stereotipati della cultura rom. L’esito sarà soddisfacente o irriterà entrambi i gusti? Gli artisti non sembrano curarsi troppo del dilemma: bevono, cantano e ballano. Durante la serata inaugurale alcuni pannelli pubblicitari della mostra, esposti fuori dal padiglione e conteneti alcuni disegni, sono stati rubati, ma gli artisti considerano il furto un buon segno: qualcuno ha apprezzato il loro lavoro.

La maggioranza dei visitatori non uscirà dalla mostra con le tasche colme di oggetti rubati, ma con una testa piena di domande e curiosità: che cos’è l’arte rom? Chi la rappresenta meglio? Cosa c'è al di là dei soliti stereotipi? Mai prima d'ora simili domande erano state posto a un un pubblico così vasto. Spetta ora ai visitatori trarre le conclusioni.

Il Padiglione Rom si trova a Palazzo Pisani S.Maria (piano nobile), Venezia, Cannaregio 6103, Calle delle Erbe. Aperto tutti i giorni fino al 21 novembre, dalle ore 10 alle ore 18.