Cultura

Berlino e lo skate: la subcultura sfreccia sulla tavola

Articolo pubblicato il 25 giugno 2012
Articolo pubblicato il 25 giugno 2012
Dopo il successo di This Ain’t California, un film sull’avvento dello skate nell’ex DDR, gli skater tedeschi sembrano essere tuttora i rappresentanti di una subcultura ben precisa. Facciamo una capatina a Friedrichshain, quartiere di Berlino Est, per verificare se la “cultura skate” va ancora così forte.

Germania, inizio degli anni '80. Denis è un ragazzo senza storia la cui infanzia è segnata da un padre autoritario che vuole fare del figlio un campione di nuoto. Una sera, incuriosito da un rumore di frenata sull’asfalto, Denis salta dalla finestra del suo appartamento di Olvendest, vicino a Magdeburg, e si trova per la prima volta di fronte ad uno skateboard. Poi, nel 1985, Denis cede, manda a quel paese lo sport classico e parte per Berlino Est, dove diventerà Panik. Ovvero, uno degli skater più emblematici e più fuori di testa della DDR.

Lo skate nella Repubblica Democratica: "un virus venuto dall'Ovest"

Storie come questa, ce ne sono centinaia. Le persone tra i 30 e i 40 anni che possono dilungarsi sulla loro infanzia grigio-antracite all’epoca del comunismo nell’ex DDR non si contano. Salvo che la storia di Denis è la trama di un film appena premiato al Festival internazionale del cinema di Berlino (premio “Dialogo in prospettiva”) e al Festival del film indipendente di Cannes (premio per il "Miglior documentario"). This Ain’t California racconta l’infanzia e l’adolescenza di un gruppo di ragazzi che vivono ai margini di una società più che restia a tutto ciò che è “alternativo”. «La DDR era una società estremamente politicizzata, a tal punto che oggi è difficile persino immaginarlo. I bambini dovevano imparare gli inni politici a memoria, fare il saluto alla bandiera e sfilare con i “pionieri” del socialismo tutte le settimane» spiega Marten Persiel, realizzatore del film, ora impegnato nella promozione a New York. Per lui, This Ain’t California è «un gruppo di skater che vivevano essenzialmente sotto il controllo della politica». Quando i bambini del film vedono uno skate per la prima volta in una serie televisiva slovena, i media lo etichettano come «un virus portato dal marketing americano».

Controcultura, mainstream e anormalità

Il film non parla esplicitamente di controcultura. Ciononostante, mostra chiaramente che fare skate nell’ex DDR era di per sé un atto di disobbedienza civile - «le strade nella Germania dell’Est non erano fatte per giocare». Comodamente seduto in un caffé italiano di fronte alla sua società, Wildfremd, Michael Schöbel - uno dei produttori del film - preferisce parlare dell’ontologia dello skater piuttosto che lanciare un messaggio politico: «quando sei uno skater, passi il tempo a 2 cm dal suolo e il mondo sfila senza fermarsi. Passi la maggior parte della tua vita su una tavola, vedi le cose in un modo diverso». Dunque un sentimento che «solo gli skater possono provare e che provoca delle reazioni da parte delle “persone normali”, che non possono capire». Gli skater sarebbero anormali? «Rispetto agli altri, sono in media più libertari. Condividono valori precisi. Infatti, Martin non avrebbe potuto realizzare questo film se non fosse stato lui stesso uno skater».

"In qualunque posto tu ti trovi a Berlino, prendi il tuo skate e hai subito qualcosa in comune. Viene naturale, è una questione di feeling che è propria agli skater". Daniel, skater dal 1997.

Il cappello riporta le iniziali di Los Angeles. Una strizzata d'occhio a una cultura che lo ha profondamente ispirato.Prendiamo atto. C’è una certa unanimità a proposito dell’identità culturale degli skater a Berlino. Se prima della caduta del muro lo skate rappresentava di fatto una subcultura, una filosofia di pensiero e di vita particolare, queste caratteristiche sono rimaste immutate al giorno d’oggi. Sulle sponde della Spree, in pieno quartiere di Friedrichshain, nascosta dietro enormi magazzini ricoperti di graffiti, si trova la “Skatehalle”. Ovvero, il più grande spazio dedicato allo skate di Berlino, con una rampa esterna e uno skate-park all’interno. In mezzo a giovani barbuti con piercing e tatuaggi, ragazzi con i pantaloni a vita bassa e all’odore di marijuana locale, Daniel - 27 anni - responsabile della comunicazione, spiega: «Lo skate è chiaramente una subcultura, perché si allontana da ciò che è mainstream, di massa. Alcuni non lo capiscono perché non è uno sport “classico”. Non esiste una federazione ufficiale, per dire. Più che uno sport, è uno stile di vita». Daniel è salito sulla tavola per la prima volta nel 1997. Oggi, spiega la “cultura skate” con un termine onnicomprensivo come “amicizia”: «In qualunque posto tu ti trovi a Berlino, prendi il tuo skate e hai subito qualcosa in comune. Viene naturale a tutti gli  skater».

Quei ragazzi della rivoluzione

«Check»: il saluto dei rapper della costa ovest, pantaloni corti Carhartt, luce del tramonto sul viale… il Sole tramonta su un pezzo dei Beastie Boys e gli ultimi raggi accarezzano la silhouette dei 30rider pronti a scorrazzare per la città. “Questa non è la California” ma la Grünberger Strasse, sempre a Friedrichshain. Davanti al negozio dilongboard (una variante dello skate con una tavola più lunga e ruote generalmente di dimensioni più grandi, ndt), una trentina di longboarder si ritrovano tutti i mercoledì per sfrecciare su e giù per Berlino. Tra loro, Janko Lehmann, un giovane di 18 anni di origine slovacca che ha più o meno deciso di farsi bocciare due volte per dedicarsi alla sua passione. «Ho cominciato tre anni fa. Ho trovato un gruppo a cui mi sono aggiunto: una specie di Comune» È d’accordo con Daniel, non c’è bisogno di grandi commenti, il longboard, come lo skate classico, è una subcultura. Janko continua: «lo skate è una seconda famiglia. Per considerare lo skate come una subcultura, bisogna viverlo. È una cosa che si deve provare più che raccontare». E conclude: «in un certo senso, quando sei uno skater, sei un emarginato».

Un amico di Janko ci confida: "si è fatto bocciare due volte per allenarsi sul longboard. Eppure, non ho mai visto nessuno della sua età che fosse così bravo".

Janko non si spinge a dire che si possa fare una rivoluzione su una tavola a rotelle. Il muro di Berlino è caduto e molti skater hanno usato i calcinacci come terreno per le loro acrobazie. Grazie o a causa dell’apertura che è seguita, lo skate si è democratizzato a Berlino e non è più appannaggio di un gruppo di irriducibili guidato da un ex campione che si è convertito al punk. Eppure, da queste radici, su questo terreno, crescono ancora nuove generazioni di skater in erba che condividono uno stile ben preciso e una visione del mondo diversa «da quella delle persone normali».

Ma soprattutto, è rimasta una concezione di multiculturalismo che comprende concetti vaghi come l’amicizia, la libertà e il piacere di passare del tempo insieme. Al 45esimo anniversario dello skateboarder club di Berlino, lo scorso sabato 26 maggio alla Skatehalle, Daniel e i suoi amici hanno organizzato una gara di freestyle per i bambini del club. Al termine del nostro incontro, mi darà le spille per promuovere l’evento con un sorriso malizioso. Sulle spille, la scritta “Children of the Revolution”. Malizioso?

Questo articolo fa parte di Multikulti on the Ground 2011-2012, una serie di reportage sul multiculturalismo realizzati da cafebabel.com in Europa. Si ringrazia la redazione locale di cafebabel Berlino.

Foto di copertina: Micha Schöbel di © Maria Halkilahti per 'Multikulti on the ground' a Berlino per cafebabel.com; nel testo: Daniel e Janko di © Matthieu Amaré; video: bestensgelaunt/YouTube.