Cultura

Berlinale: la signorina Binoche e la neve

Articolo pubblicato il 11 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 11 febbraio 2015

Nobody wants the night, una pellicola della regista spagnola Isabel Coixet, è il primo film in concorso alla Berlinale. E... diciamo che non ci ha convinti del tutto!

Tanto per cominciare, Josephine Peary spara a un orso polare. Ed è tremendamente felice di aver abbattuto un animale così grande. L'inuit che fa a pezzi la carcassa cerca però di spiegarle che si tratta di un orso di piccola taglia: prospettive diverse. Un problema, questo delle prospettive, che si può estendere a tutto il film che giovedì ha aperto la Berlinale, Nobody wants the night

La pellicola ha grandi ambizioni, ma non riesce a realizzarle. La storia di Josephine Peary (Juliette Binoche) e del suo viaggio nell'artico resta piatta e insapore. L'occasione da cui prende le mosse la vicenda è fin troppo ghiotta: nel 1908, Josephine Peary, una signora dell'alta società americana, si decide ad andare incontro al marito, impegnato in una spedizione al polo nord. La donna vuole condividere col marito il momento in cui questi, come primo uomo al mondo, metterà piede in quel luogo mitico. Poco importa che il ricercatore Bram (Gabriel Byrne) la metta in guardia sulle rigide condizioni climatiche. 

Josephine viaggia a bordo di una slitta per raggiungere suo marito Robert. All'inizio, l'accompagnano Bram e due Inuit, ma poco dopo aver raggiunto il campo base, la donna resta sola. In quel deserto bianco, soltanto una donna inuit è al suo fianco, Allaka (Rinko Kikuchi). Le due iniziano a dipendere l'una dall'altra e presto diviene chiaro che qualcosa di molto profondo lega la ricca americana alla donna inuit: Allaka aspetta un bambino, il figlio di Robert. 

Amore quale forza motrice

La regista spagnola Isabel Coixet (tra l'altro, la seconda regista donna che apre la Berlinale) ha scovato degli scenari straordinari dove ambientare la storia: masse di neve che si riversano da un pendio, nubi che si addensano in terribili tempeste e ampie, infinite e lancinanti, distese di bianco. Tutto ciò, però, non aiuta a dare lo spessore dovuto alle persone e alle loro azioni. Le straordinarie interpretazioni della Binoche e della Kikuchi, d'altronde, non cambiano d'una virgola la resa del film. Il problema è altrove.  

Josephine Perry era una donna straordinaria, una donna che abbandonò molto presto i tradizionali ruoli di genere. Per lei, era del tutto normale accompagnare il marito in una spedizione al polo nord. Nella resa cinematografica, però, l'impulso che spinge Josephine non è la curiosità della ricerca, ma l'amore per suo marito. Nel film, la donna vuole essere al fianco del marito, per condividere il suo grande momento: è questa l'unica ragione per cui si mette in cammino.  

Chiaro, lo scontro tra culture personificato da Josephine e Allaka offre qualche spunto piacevole. Per esempio, quando Josephine, per ringraziare Allaka, decide di invitarla a mangiare nella sua capanna (la donna Inuit vive in un igloo) e la costringe a mangiare con forchetta e coltello. Una scena, questa, che rende bene l'idea della prospettiva razzista dalla quale i ricercatori bianchi (fatta eccezione di Bram) guardavano gli "eschimesi".  

Josephine si ritiene una donna navigata e aperta. Peccato che non lo sia. A volte, tuttavia, la regista calca un po' troppo la mano sul contrasto tra i due mondi: Josephine mangia a una tavola imbandita dentro la tenda, mentre Bram, fuori, mastica carne secca.  La donna americana è atterrita dalle donne Inuit a seno nudo. Un'inquadratura che la ritrae seduta su una panca e abbottonata fino al collo esalta il contrasto. 

Spiegazioni "fuori campo"

Quando si guarda Nobody wants the night, si ha l'impressione che la regista sia stata assalita dall'ansia di non  riuscire a trasmettere con chiarezza il suo messaggio. Questa è la ragione per cui c'è addirittura una voce fuori campo, che racconta gli eventi – o meglio, che li spiega. Quando Josephine, alla fine, viene salvata da un collaboratore di suo marito, non c'è davvero bisogno del narratore fuori campo che descriva la scena per filo e per segno. C'è di buono che la Berlinale è appena cominciata. Un inizio debole non deve essere per forza un segnale negativo. 

Questo articolo è frutto della cooperazione con The European, dove è apparso per la prima volta.

Cafébabel Berlino alla 65esima Berlinale

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