Cultura

Arturo Ripstein, genio dimenticato del cinema messicano

Articolo pubblicato il 27 dicembre 2011
Articolo pubblicato il 27 dicembre 2011
Il regista messicano Arturo Ripstein è stato l'ospite d'onore degli Incontri internazionali Henri Langlois (ILS) di Poitiers dal 2 all'11 dicembre. Quarant'anni di carriera, una ventina di film in tasca e più volte presentati a Cannes, eppure quasi sconosciuto dal pubblico francese.

“Rifiuto l'etichetta di maestro del cinema messicano”, premette subito il regista, “lo dicono perché ho già 68 anni”. Durante il festival correvano voci sull'ego smisurato del regista. Non è così, colui che si presenta come un “operaio del cinema” fa il modesto. Occhiali rotondi sul naso, addosso un parka senza pretese, è quasi affascinante. “Dopo il gruppo degli Americani. Viene il resto. Io ne faccio parte”, afferma. Realista, riconosce anche di aver perso visibilità rispetto agli anni '90. A quell'epoca, la Francia lo scopriva e lo adorava. Era "l'erede di Luis Buñuel", e gli articoli di elogio si si susseguivano uno dopo l'altro. Comprese le nomine a Cannes. Da allora, silenzio radio. “È colpa mia?”, si chiede, “eppure ho continuato a fare il mio lavoro”.

Figlio di un produttore, Ripstein si è inizialmente dedicato a qualche scappatella commerciale prima di dedicarsi al cinema d' autore. Da quel momento, le sue storie non servono certo a far sognare le casalinghe. Il suo ultimo film Las razones del corazon (“Le ragioni del cuore”, ndr) è stato presentato in anteprima agli incontri Henry Langlois. Emilia (Arcelia Ramirez), madre di famiglia depressa, preferisce assillare il suo amante piuttosto che occuparsi della sua famiglia. Il giorno in cui finisce per farsi mettere con le spalle al muro, scopre che il suo compagno ha dilapidato tutto il suo patrimonio. I suoi beni sono pignorati. Disperata, vaga nel suo lurido appartamento. Il suicidio diventa una via di fuga.

“Il nemico da vincere è il pubblico”

Atmosfera opprimente in bianco e nero. Lo spettatore è libero di giudicare il suo film. Libero...se riesce a vederlo. Nessun distributore francese si è ancora fatto avanti. C'è la crisi per tutti. “È colpa dell'avarizia di coloro che investono denaro nei film”, critica il regista. “Il successo dipende prima di tutto dal pubblico”, taglia corto Paz Alicia Garciadelo, sua moglie e co-sceneggiatrice. “E' il pubblico il nemico da vincere. Il biglietto è come il diritto di voto”.

“Non occorre essere malati per parlare della malattia”

Paz si mostra esigente, come il cinema di suo marito. Solitudine, chiusura e folle amore: tre concetti esaminati in ciascuna delle sue opere. “Non occorre essere malati per parlare della malattia”, avverte Arturo. Un modo per ricordare che è sano di mente. Più precisamente, sano di mente poiché gira film: “Provo un certo rancore nei confronti della realtà. Mi fa paura e si ripercuote sui miei sogni. Come risvegliarsi tutti i giorni quando si fanno dei sogni così folli? Girare un film è come svegliarsi da un incubo.”

Ripstein confessa, in effetti, i suoi deliri di amanti assassini, di prostitute gelose e di fanatici religiosi. I suoi personaggi sono dei miserabili. “Analizzare l'idea della follia in un laboratorio è formidabile”, commenta. “Pensate all'amore folle. È breve ed intenso. Può essere addomesticato attraverso il matrimonio. Altrimenti, si muore”, prosegue colui che alza barricate intorno a ciascuna delle sue angosce mediante un format di circa due ore.

“Quando si gira un film, non si mostra il passaporto”

Molto poco loquace sul suo paese di origine - “il Messico è un paese di sopravvissuti” - lo è altrettanto sulle sue opinioni politiche, se non che sono “fluttuanti e private”. “Quando si gira un film non si mostra il passaporto. Non posso fare a meno di essere messicano, ma evito di fare politica, sociologia o antropologia”, sintetizza. Sua moglie lo interrompe: “Ogni atto umano è politico. In compenso, ridurre ciò che viene filmato a un tale spazio impoverisce il nostro messaggio. Noi miriamo a un linguaggio universale”.

La felicità, la sua impossibilità, la frustrazione. Tuffarsi nell'universo rispsteiniano è doloroso – non ci coglie alla sprovvista – ma affascinante. Come uno sfogo. L'unico neo è che solo un film è reperibile sugli scaffali dei venditori francesi. Profundo carmesi (“carminio profondo”, in italiano) è certamente uno dei suoi capolavori, ma la voglia di vederne altri non dovrebbe risultarne diminuita. “Go for pirates”, scandisce Ripstein.